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LEGGERE — il Blog di Roberto Cerri

Roberto Cerri

ROBERTO CERRI - Spunti ed opinioni del Direttore della Biblioteca Gronchi di Pontedera su libri, lettura, biblioteche, educazione permanente e su come tutte queste cose costituiscano una faccia importante dello sviluppo delle comunità.

Gli scrittori e i sabotatori

di Roberto Cerri - mercoledì 12 agosto 2015 ore 17:10

Sono stato incerto a lungo se commentare o meno il volumetto intitolato "La parola contraria" di Erri De Luca, Feltrinelli, 4 € , prezzo popolare, con il quale l'autore difende il suo diritto di sostenere il sabotaggio della costruzione della TAV in Val di Susa (sostegno per il quale De Luca è finito sotto processo). Preciso subito che trovo l'autodifesa di De Luca legittima, ma ambigua e poco convincente, nonostante il tentativo di dare spessore alle parole. 

Non entro nel merito della vicenda TAV. Nemmeno De Luca lo fa in maniera approfondita in questo volumetto. Si limita a pochi accenni, qualche slogan, un po' di affermazioni per altro accettabili: i territori hanno diritto di non farsi invadere da forze straniere. Chi potrebbe sostenere il contrario, se non nel nome di interessi superiori ovviamente contestabili dalle forze locali? Ma De Luca si guarda bene dallo smontare le ragioni dei Pro-TAV, almeno in questo agile scritto di 48 pagine, corpo 12, con un interlinea ampio e molte pagine bianche tra un paragrafetto e l'altro. No, niente confronto con le ragioni della TAV, coi numeri, gli studi, i vantaggi, i dettagli. De Luca per altro vede solo gli svantaggi. E scrive e parla ad un pubblico già schierato, quello contro la TAV. Non deve convincere gli avversari (non scrive per loro!). 

Ma che senso ha scrivere solo per quelli che la pensano già come noi? Un tempo si sarebbe chiamata propaganda. Detto questo entro invece nel merito delle parole contrarie. E pongo alcune domande: Esistono esigenze superiori a cui sacrificare interessi locali? Esiste una gerarchia tra interessi territoriali e interessi generali? In caso di controversia: chi decide in merito? Infine: quando la controversia ha dato ragione ad uno dei due contendenti, l'altro cosa ha diritto di fare? Deve arrendersi? Può usare la violenza per ribaltare la situazione? Quando i diritti sono inconciliabili e uno dei due contendenti deve soccombere non è meglio affermare una cultura della resilienza che consenta a chi perde di accettare la sconfitta, magari facendone il perno per un nuovo punto di partenza? 

Gli intellettuali dovrebbero essere araldi della resilienza e, anziché trascinare all'infinito le piccole e grandi guerricciole in cui giustamente si trovano invischiati, dovrebbero favorire la comprensione dei fenomeni e darsi da fare per raggiungere le migliori soluzioni possibili. Anche nella sconfitta. E' relativamente facile infatti essere contrari. A volte, se personalmente non si ha niente da perdere, è facile persino essere irriducibili. L'irrudicibilita' richiede solo odio e antipatia. L'intelligenza invece ci obbliga a qualcosa di più: ci chiede di capire le idee degli altri. A volte di accoglierle. Anche quando non ci piacciono. 

Ma gli uomini sono bravi soprattutto ad odiare e ad assumere atteggiamenti antipatici. Forse più che ad amare e a comprendere. Quello che invece ci servirebbe in questo ameno paese (ma anche altrove), è una equilibrata comprensione dei fatti, incluse le situazioni di forza e di diritto, e la capacità di far maturare posizioni di accettazione resiliente delle cose, muovendole al meglio. Per questo, checché ne pensi De Luca, non servono tanto parole contrarie, quanto parole che ci aiutino a superare i traumi, gli scontri, i conflitti inevitabili; parole che non ci sprofondino nel caos della complessità, dei particolarismi e dell'odio, ma possibilmente ce ne tirino fuori. 

Parole che ci aiutino a capire e che diano senso alla nostra vita e al mondo. Un senso garbato, se possibile. E tuttavia, e tuttavia..., se proprio uno crede nella giustezza della parola contraria, irriducibile e sabotante, beh, che allora, gridi la cosa a voce alta, alzi la fronte con coraggio e si assuma fino in fondo tutte le responsabilità che una scelta del genere comporta. Anche di fronte ai giudici. Soprattutto di fronte ai giudici. Chi teorizza il sabotaggio, abbia anche la forza di farsi sbattere dentro da una società civile che gioco forza si deve difende dai sabotatori. E soprattutto non si arrampichi sulle parole per dire e per non dire, per dichiararsi sabotatore, ma poi cercare di fronte ai giudici di dimostrare che in fondo sabotatore non si è. 

Atteggiamenti del  genere suonano un po' patetici. Anche perché in quest'ultimo caso le parole più che contrarie si che fanno confuse, tendono al furbo, si arrampicano sugli specchi. E i sabotatori assumono le sembianze di funamboli. Atteggiamento legittimo, per l'amor di dio. Nessun sabotatore vuol finire in galera. Ma agli scrittori che dicono di credere al valore delle cose e delle parole il funambolismo furbesco non si addice. 

Non si addice proprio.

Roberto Cerri

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