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sabato 23 luglio 2016

LEGGERE — il Blog di Roberto Cerri

Roberto Cerri

ROBERTO CERRI - Spunti ed opinioni del Direttore della Biblioteca Gronchi di Pontedera su libri, lettura, biblioteche, educazione permanente e su come tutte queste cose costituiscano una faccia importante dello sviluppo delle comunità.

Leggere in una lingua che non ci è familiare

di Roberto Cerri - giovedì 27 novembre 2014 ore 16:03

Ci sono molte persone che sono arrivate negli ultimi quindici anni nel nostro paese, parlano poco e male la nostra lingua e ovviamente la leggono con difficoltà e disagio. 

Anche dopo diversi anni che sono qui. 

I loro figli, realizzato il ricongiungimento o nati direttamente in Italia, frequentano le nostre scuole, ma spesso fanno fatica a leggere. Meno dei loro padri e delle loro madri, ovviamente, ma un po' sì. Sono oltre il 10 per cento della popolazione di molti dei nostri comuni (ed in alcuni casi toccano anche il 20%). Una gran parte di loro ha serie difficoltà con la parola scritta e con quella parlata. L'accoglienza (anche la migliore) non cambia questo stato di cose, né lo rende meno difficile da superare.

I figli dei nuovi arrivati, anche se studiano fianco a fianco con i bambini italiani, anche se leggono in classe con maestre che li fanno esercitare, non hanno un esempio molto forte di lettura quando si trovano in famiglia. Non che gli italiani vedano i loro genitori leggere molto di più. Ma una certa differenza c'è. Del resto è assolutamente normale che, a parte alcune eccezioni, nelle case dei nuovi arrivati non si leggano testi in italiano. Probabilmente, quando si legge, si utilizzano libri nella lingua nazionale o nelle diverse lingue “coloniali”.

Eppure per i bambini e i ragazzi figli dei nuovi arrivati leggere, ed in particolare leggere in italiano, costituirebbe un fatto importante. Migliorerebbe il loro processo formativo. Sosterrebbe la loro capacità di comprendere i libri di testo utilizzati a scuola e per conseguenza il loro rendimento scolastico. Solo una lettura fluida e consapevole della maggior parte dei termini presenti nei testi garantisce una corretta comprensione della pagina scritta. E senza una buona comprensione dei testi anche una certa tipologia di scuole (media e superiori incluse) diventa un ostacolo insormontabile, faticoso, frustrante. Per non parlare degli studi universitari. Insomma se non vogliamo relegare il 30/40 per cento di questi nuovi arrivati a studi solo di serie B (e in parte all'abbandono scolastico), dobbiamo impegnarci come paese a migliorare la qualità della lettura in una lingua che non è familiare. E questo purtroppo non vale solo per i nuovi arrivati. 

E' tutto il sistema ad avere bisogno che la stragrande maggioranza dei suoi giovani segua un percorso di studi di buona qualità e con una buona comprensione dei libri di testo, da accompagnare anche con letture collaterali di un certo valore formativo. Il futuro del paese dipende dalla qualità complessiva dei nostri ragazzi. Sono loro il nuovo capitale sociale grazie al quale l'Italia potrà crescere o invece declinerà.

Per questo occorrerebbe uno sforzo particolare di investimento nelle povere e neglette biblioteche scolastiche, a cui spetterebbe i compito di muoversi in questa direzione, di far leggere tutti di più. Magari scegliendo i testi giusti. Quelli più divertenti, quelli più accattivanti, quelli che parlano dei nuovi arrivati. Servirebbe uno sforzo editoriale che andasse a coprire specificatamente questo bisogno di lettura e un investimento della scuola e dei bibliotecari in questo tipo di letteratura e, perché no?, di scrittura.

Mi chiedo se noi bibliotecari non dobbiamo riservare spazi fisici e tempo per questi nuovi e particolarissimi lettori (stiamo parlando di tanti bambini e di molti ragazzi). E mentre me lo domando, mi rispondo che le nostre biblioteche sono già oberate di compiti e che di tempo non sapremmo dove trovarne. Poi, mentre mi arrovello su questo problema, mi viene a mente che potremmo a nostra volta farci aiutare. Che qualche volenteroso studente universitario potrebbe incoraggiare i ragazzi più piccoli a leggere, a capire meglio i testi, ad orientarsi con più facilità nelle parole di una lingua che non gli è ancora familiare. Qualcosa del genere potrebbero fare anche gli studenti delle scuole superiori con quelli ancora più piccoli. Magari incentivati da crediti formativi. Sì. Si potrebbe costruire una catena di solidarietà e di sostegno, in grado di coinvolgere le stesse famiglie, definendo un progetto di “promozione sociale della lettura” che mi pare trovi un'eco negli insegnamenti di quello straordinario prete italiano che è stato Don Lorenzo Milani.

Non lo so se i figli dei migranti e dei nuovi arrivati possano considerarsi alla stregua dei figli dei contadini e degli operai della scuola di Barbiana. Ma la similitudine mi pare abbia un senso. Mi auguro perciò che anche altri la percepiscono e soprattutto riescano a rispondere alla domanda di cultura che ci viene da queste generazioni, dalla cui bravura e volontà dipendono, almeno in parte, le magnifiche e progressive sorti di questo paese.

E poi farebbe bene anche agli autoctoni mettersi in relazione con questo tipo di processo educativo. 

Ci sarebbe molto da imparare dalla costruzione di una catena di accompagnamento alla lettura basata anche sulla solidarietà e, almeno in parte, sul dono. 

Sì. 

Anche gli autoctoni ne potrebbero uscire arricchiti e più consapevoli. 

Forse persino un po' cambiati.

Roberto Cerri

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