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sabato 01 ottobre 2016

LEGGERE — il Blog di Roberto Cerri

Roberto Cerri

ROBERTO CERRI - Spunti ed opinioni del Direttore della Biblioteca Gronchi di Pontedera su libri, lettura, biblioteche, educazione permanente e su come tutte queste cose costituiscano una faccia importante dello sviluppo delle comunità.

Ma i terroristi leggono?

di Roberto Cerri - lunedì 19 gennaio 2015 ore 00:10

Questa domanda mi è stata suggerita da un video trasmesso in tv in cui il terrorista del market kosher di Parigi, Amedy Coulibaly, provava a giustificare la propria azione autoriprendendosi accanto ad un fucile mitragliatore vicino al quale si trovava un armadio che conteneva quattro o cinque libri, di cui purtroppo non si riuscivano a leggere né i titoli, né gli autori.

Certo non si sa se Coulibaly li avesse letti quei libri, ma se ha frequentato le scuole in Francia, è probabile che un certo gusto per la lettura l'abbia acquisito, come è altrettanto probabile che avesse in tasca la tessera di qualche biblioteca pubblica.

Stessa cosa mi immagino per i fratelli Kouachi. E' del tutto normale e plausibile che quando viaggiavano nella metropolitana di Parigi i due terroristi leggessero. Non Charlie Hebdo, ma qualcosa, di sicuro, leggevano. Ci scommetterei.

Del resto anche i terroristi italiani negli anni '70 e '80 leggevano libri e qualcuno di loro, finito in carcere e con tanto tempo libero a disposizione, si è messo a scrivere autobiografie e romanzi ed è perfino diventato un autore di successo. Accadrà anche con i terroristi arrestati in Belgio, in Grecia e alla frontiera francese con l’Italia (ammesso che i processi dimostrino che sono terroristi, ovviamente)? Non si può escluderlo. E non è detto che maturando e scrivendo di sé non possano aiutarci a capire meglio il senso dei loro comportamenti.

Da tutta questa vicenda traggo una deduzione sconsolata, almeno per un bibliotecario. Leggere non ci mette al riparo dal diventare folli terroristi. Perchè se uno si mette in testa un'idea sbagliata e soprattutto se il suo cervello gli suggerisce di provare a realizzarla con la violenza, quell'idea può aiutare il “cervello matto” a giustificare la propria follia. La lettura dunque non è un antidoto sicuro, almeno non al cento per cento, contro la pazzia degli uomini e contro la stupidità di certe idee.

Aggiungo però un'annotazione consolatoria: il pericolo non si annida nelle idee e quindi nei libri (nemmeno nei più stupidi), ma nel cervello bacato di alcune persone che delle idee e dei libri non sanno valutare il contenuto, il significato e la portata.

Inoltre gran parte di quello che facciamo (il nostro comportamento insomma) dipende dal contesto in cui siamo inseriti ovvero dalle numerose reti sociali che si stringono attorno a noi. E qui ovviamente le cose si fanno parecchio più complicate.

Non so se siano la religione o il desiderio di combattere una civiltà a spingere un certo numero di giovani ad arruolarsi in quella che sembra una brancaleonica brigata internazionale del terrore. Non so se la ragione di questo fenomeno vada ricercata nella crisi economica, nella disoccupazione, nel flussi migratori difficilmente controllabili, nello scontro tra stati e tra gruppi di potere, nella presenza di fenomeni criminali di massa o in ancora più sofisticati e sottili percorsi individuali (rotture familiari, abbandoni, anaffettività, megalomania, narcisismo estremo, ecc.). Forse si tratta di un misto di tutto questo, condito dal gusto giovanile per l'avventura e da un certo “radicalismo” di pensiero che porta molti ragazzi a leggere il mondo in bianco e nero, senza cogliere le infinite sfumature di grigio che stanno tra i due colori.

C'è un antidoto efficace e definitivo contro tutto questo? Al momento temo di no.

Per questo, in attesa che qualche potenziale premio Nobel scopra la medicina che ci metta al riparo dai mali del mondo e che nel frattempo gli stati democratici facciano argine con strumenti legali al terrorismo internazionale, suggerisco di continuare a leggere libri. E a leggerne molti, di diversi autori, con punti di vista diversi, magari anche contrastanti. Insomma recito il mio quindicinale peana alla bibliodiversità.

Ma soprattutto suggerisco di dubitare seriamente di tutte quelle idee che per essere realizzate abbiano bisogno di prendere le armi e di usare la violenza sugli altri.

Lo so che l'appello al dubbio e alla bibliotolleranza è inefficace contro le teste di legno. Ma cos'altro si può ragionevolmente sostenere?

Roberto Cerri

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