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giovedì 30 giugno 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Alla fine

di Marco Celati - giovedì 17 marzo 2016 ore 08:23

Com'è lunga la vita, disse mio padre morente. A me, ora come ora, invece è sembrata scorrere veloce, in fretta. Sembra ieri che ero ragazzo e d'improvviso mi ritrovo vecchio o diversamente giovane che dir si voglia. Certo non mi sono annoiato, ma la sensazione è che la vita sia scorsa sciatta e sprecata. Uno scialo di gioie e dolori, di risa e di pianti alla fine. Ma tutto si sistema alla fine e, se non si sistema, vuol dire che non è la fine. Questo sostengono gli ottimisti o gli illusi. Io sono piuttosto pessimista: leopardiano, montaliano, di sinistra. C'è chi ha detto che la differenza principale tra un pessimista e un ottimista è solo che il pessimista è più informato. Ma forse è soltanto presunzione. È che tutto mi si intristisce e mi si complica: devo essere allergico alla felicità e alla facilità. Che ci incastrano le due cose tra loro? Niente, deve essere il caso. Caso infatti ha voluto che, mentre scrivevo "allergico alla felicità", devo aver sbagliato una battuta sulla tastiera e il maledetto e famigerato T9, il correttore che a volte ti aiuta e più spesso cambia le parole e soprattutto non si fa mai i cazzi suoi, mi ha scritto "facilità". Lì per lì ho imprecato senza correzioni, poi ho pensato che anche "allergico alla facilità" aveva un senso collegabile al resto. "Felici e facili" sarebbe bello, grande. Stupido. A me suona meglio "infelici e difficili", mi dà più soddisfazione, mi riempie più di senso la vita. Offre un terreno più impegnativo alle sue sfide, quelle del tempo e del destino.

È venuto a trovarmi un amico, forse amico son parole grosse, un compagno, forse compagno son parole ancora più grosse, insomma una persona che conoscevo: un amico e compagno, ecco l'ho detto. Aveva lavorato in Comune, aveva famiglia. Ha lasciato Comune e famiglia per mettersi in proprio. Sostenuto, come tutti noi, i propri fallimenti. La vita a volte è di una folle genialità. E devo riconoscere, a distanza di anni, che del genio per rincorrere le cose ne aveva, ne ha. Le cose vanno in fretta in un mondo che sembra immutabile e anticiparle non è semplice. Ma provarci avrebbe anche un senso. Mi ha chiesto come va? Resisto, ho risposto simpaticamente e laconicamente, come mio solito. Te? Ho girato, quasi pro forma, la domanda. Non bene, combatto contro un brutto male. E me l'ha detto il nome. Ed è davvero un male. E così abbiamo parlato un po' di lavoro, di impegni e proponimenti e, insieme, di vita e di morte. Del suo stato di debolezza, delle cure necessarie che debilitano ancora di più e inducono provvisori miglioramenti e della vita che va come va e finché va. Gli ho sparato una cazzata solenne: che per tutti è così, che si vive e no, che per ognuno viene una fine e saperlo non cambia il destino. Ma sapere come, lo cambia e spaventa davvero. La dignità di vivere e morire è presente all'amico e compagno. Poi ci siamo salutati e il saluto portava una pena inespressa, un affetto di uomini che non se lo dicono perché non sembra virile.

Lavoro in un'azienda che lavora e può dare lavoro, non risente della crisi, svolge un servizio pubblico. Da me vengono padri e madri in cerca di occupazione per i figli, preoccupati per il loro avvenire. Non ha avuto voglia di studiare, tanto a che serve. Rispondo impettito: scusate perché non viene il ragazzo e si presenta lui stesso? Si scusano quasi. Si è laureata, ma non trova niente, al giorno d'oggi. La prego, una buona parola. Replico la stessa frase, coniugandola al femminile. Solita scena. O vengono i giovani e dicono, cosa fa la vostra società per noi? E non si capisce di che società parlano: la società o l'azienda, ma forse intendono tutte e due. Oppure uomini e donne che hanno perso il lavoro: la fabbrica ha chiuso, l'ufficio. Sono a casa, qualcuno a cassa integrazione, altri in mobilità. Ma è vita questa, può essere vita, mi dica! La famiglia, i figli, la scuola, il mutuo, l'affitto di casa. Tanto si sa, se non hai una raccomandazione, in questo mondo di...raccomandati! Sulla scrivania ho una pila di carte, quasi tutti curriculum, alcuni formato europeo, molti formato bisogno. Puntualmente li giro all'ufficio personale, con un post it, un appunto leggero, a matita. E mi rimane addosso quest'ansia, un senso di comprensione e di impotenza. Le raccomandazioni sono un fatto penoso per chi le fa e le riceve. Il voto di scambio no, quello non è una pena, non ne ha la dignità: è solo un vero schifo per chi lo fa o lo riceve. Ma dietro la pena di chi è costretto a chiedere c'è spesso un'ingiustizia profonda, un sentimento, una percossa al futuro che sembra aprire una ferita insanabile. Ti alzi, per far capire che l'incontro è finito: scusi per il tempo che le abbiamo fatto perdere, dottore. Non si preoccupi, non sono dottore, rispondi, poi tendi e ricevi la mano, la stringi, saluti, se vinci la timidezza aggressiva guardi negli occhi, come se questo bastasse a garantire qualcosa. Ma non garantisci, assicuri solo impegno e ti sei ben comportato. Ma la pena rimane, ti segue e resta in quelle carte impilate che pretendono di descrivere vite, offerte al lavoro.

Flessibilità o precarietà? Accidenti a chi capisce la distinzione! Era entrato e uscito più volte dall'azienda per occupazioni a tempo, contratti di somministrazione, lavoro interinale, così si chiamano. L'ufficio risorse umane, così si chiama, segnava da tempo il suo ritmo di vita, la sua volontà, le sue speranze. Finalmente quel concorso: ce l'aveva fatta, sarebbe entrato a tempo indeterminato, che vuol dire fisso, stabile. Forse poteva sistemarsi meglio con la sua ragazza, comprare un'auto migliore da alternare allo scooter per venire al lavoro. Un ragazzone, imponente di fisico, se vogliamo dire un po' sovrappeso, lavoratore. Tornava a casa dopo il turno a metà sera, lungo una strada stretta e trafficata. Un'auto proveniente dalla corsia opposta in velocità, un sorpasso azzardato, un cretino, chiunque fosse, l'urto tremendo, lo scooter volato lontano, la vita perduta per sempre in un attimo assurdo. Il funerale in una chiesa gremita, con i compagni di lavoro in tuta. Commozione. Il dolore composto della famiglia, le condoglianze. La madre francese, il padre italiano, un uomo minuto e dignitoso, emigrato in Francia, aveva trovato lavoro ed amore ed era tornato in Italia con lei. Avevano quell'unico figlio. L'impresa di famiglia era movimenti di terra, ma gli affari erano più pochi da un po' e il figlio cercava la sicurezza operaia del posto di lavoro. Alla fine, l'aveva pure trovata. Alla fine.

Per lui non si poteva fare più niente, se non ricordarlo. La fidanzata ha chiesto un aiuto: lavoro. Una bella ragazza, florida e semplice. Qualcosa si è provato a fare, un'impresa di pulizie negli uffici. Non so se è andato a buon fine. Per Natale mi è arrivato un messaggio di auguri che diceva: David non c'è più.

Alla fine torno sul maledetto T9, correttore di ultima generazione che completa e rettifica le parole scritte o mal scritte nel cellulare, nel pad o al computer. Non so per quale dannata ragione, se scrivo "sa", si sa, chi lo sa, lui scrive "Sto arrivando!" per di più con il punto esclamativo. Forse per le iniziali esse a. Ma sta arrivando chi? Non aspettavo nessuno. Sto arrivando io? Ma sto arrivando dove? Quando sono partito e soprattutto perché? Dove cazzo sto andando? Chissà, forse verso la fine o forse alla fine si saprà e se non si saprà forse non sarà la fine. La vita ha ragione, in ogni caso.

Marco Celati

Pontedera, 12 Marzo 2016

Alla fine tutto si aggiusta, eccetera, eccetera è dal film "Marigold Hotel" di John Madden. Chi lo sa se è vero o se Sto arrivando?! Rendiamo comunque giustizia al progresso e al compagnoT9 che, in questo caso, mi ha aiutato: io avevo scritto "Manigold"! La vita ha ragione, in ogni caso è di Rainer Maria Rilke, in un soprassalto di immotivato ottimismo, l'ho aggiunto alla fine.

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati