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lunedì 25 settembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Autogrill

di Marco Celati - lunedì 03 ottobre 2016 ore 08:53

Una giornata di lavoro, il lungo giorno finisce. Anche per oggi una pagina di storia è stata scritta e non hai un posto dove andare. Lanci l'auto in superstrada e ti fermi in una stazione di servizio qualunque. Ordini un pasto qualsiasi, ti siedi e realizzi che in fondo è piacevole e triste starsene seduti a guardare il mondo e il tempo passare, in forma di auto e di camion, su quella strada a scorrimento veloce.

Il viaggio, alla fine, è una metafora dell'esistenza e viceversa: non è il posto, il luogo o la destinazione, è l'andare che conta, che occupa la durata e lo spazio delle nostre vite. Chissà dove, chissà quando, chissà come e perché, ma noi andiamo, ci muoviamo senza sosta e, spesso, senza una valida ragione. Come in una vuota allegoria. Non è tanto la meta o lo scopo, quanto il movimento in sé che ci conduce. E viaggiare è già tanto e avere ancora voglia di farlo.

Seduto al tavolo in questa "stazione di posta", ascolti distratto la gente che ti sta accanto: parlano fra loro ad alta voce, ma non se ne curano, perché tutti, in questo ambiente rumoroso e impersonale, si sentono estranei, anonimi in pubblico, come fossero soli. E poi mai si incontreranno di nuovo, si riconosceranno in questo andirivieni insensato e promiscuo di vite e viaggi.

I dipendenti dell'autogrill, riuniti intorno a un tavolo, discutono di lavoro con uno che deve essere il capo. Parla piano, si appunta le cose e risponde calmo a una ragazza concitata che dice veloce per gli altri che così non va, che il turno è sbagliato. E chissà se pensa che sia giusta la paga, che sia giusto entrare alle sei del mattino e faticare, precari, otto ore e passa, comandati da un capo, al servizio di un padrone di niente, un padrone di merda. Che vita è mai questa!? Eppure è questo lavoro che ci piega, che ci consente di vivere e sperare di vivere.

E puoi scrivere indisturbato davanti a un bicchiere di bianco che aiuta a mettere in fila pensieri e mandare in avanscoperta frasi veloci, lasciando la testa leggera. Una musica latina risuona ad alto volume, complice della mancanza di intimità di quelle persone, di quelle confessioni gridate a tutti e nessuno e un avventore esce augurando buon lavoro alla ragazza del bar. Forse la conosce, forse ha infranto il codice dell'anonimato e dell'estraneità e si è assunto il coraggio di un rifiuto, le ha chiesto il nome, offerto compagnia per quando smonterà. Le ha proposto un giro di ballo, più tardi, con la speranza di un amore o di un bacio. Ma intanto è ancora presto e se ne va. Oppure è stato respinto dalla regola dell'indifferenza e adesso è già nell'auto che riprende la strada. Ed è solo e triste, come il bar di una stazione di servizio in una strada di sera. La vita è quel bar, quella strada, la vita è un racconto.

Si è fatto tardi e silenzio. È ora di chiusura. Seduti al banco del bar sono rimasti un uomo e una donna. Non si sa se sono una coppia, forse cercano di esserlo o il loro incontro è soltanto casuale. Hanno preso un caffè, lui fuma, forse conversano, nessuno sorride. In disparte c'è un uomo, è di spalle, beve qualcosa. L'inserviente è chino al lavoro, sistema il banco, forse attende un'ultima ordinazione. E, nelle luci della sera, quel bar della stazione di servizio, visto da fuori, sembra un quadro di Edward Hopper, il pittore americano della solitudine, e noi, di passaggio, siamo quello che siamo: soltanto ritratti e figure.

Superstrada, 28 Giugno 2016

Marco Celati

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