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lunedì 25 settembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Bel mi' morì

di Marco Celati - martedì 14 aprile 2015 ore 12:40

Memorie di Marco Celati

BEL MI' MORI'

Il paese rincorreva la pianura. I casamenti, le fabbriche dal profilo sdentato si succedevano lungo strade a perdere, attraverso campagne sbriciolate.

Marco riconosceva come suoi questi luoghi, dove era nato, dove si parla una lingua stentata che strascica le "ci", dove il sole al tramonto infiamma le pioppete e folgora i viali a mare, venti chilometri più in là.

Pedalava, la bici con il fanale acceso, più per farsi individuare che per vedere, nel traffico notturno.

Slalom obbligato tra le auto perennemente parcheggiate lungo la pista ciclabile. Targhe "straniere"; al circolo dei signori si gioca a biliardo e d'azzardo fino alle prime luci; gira molto denaro -dicono- gente ci si è rovinata -dicono. Un circolo vizioso.

Marco attraversò il pavé del Corso, curvo sul manubrio per attutire le vibrazioni, come un ciclista della Parigi-Roubaix, infilò una traversa e tagliò verso il fiume.

Arrancava per la salita e sulla passerella si fermò a riprendere fiato, senza scendere di bici, seduto sul sellino, appoggiandosi alla spalletta del ponte sospeso in mezzo alla notte, in mezzo al buio, a metà primavera.

Sputò nella corrente, in basso, e rimase così per un po’. Intravedeva la pietraia dove la corrente indugiava e le sponde desertificate dall'ultima ripulitura degli argini. Non era più nemmeno un fiume, sembrava un fosso, un corso d'acqua artificiale, melmoso e cementificato.

D'un tratto, forse per effetto della suggestione, del portento notturno o della carenza d'ossigeno dopo la salita, gli parve di scorgere dei bagliori e di udire delle voci.

"Siamo il paese che conoscevi e che ricordi, siamo le anime di chi ci ha preceduto, siamo fiammelle, lungo il fiume, alla deriva". Dicevano e immaginava quella processione di luci sull'acqua putrida, spinte dalla brezza, verso la confluenza, verso la foce e oltre, dove il mare s'infinita con il cielo.

Ma forse erano i riflessi dei lampioni nell'acqua e i sussurri degli innamorati che si appartano sugli argini quando è scuro.

Respirò profondamente, scosse la testa, pensò sono schizofrenico, per questo sopravvivo, e, sui pedali, si lasciò correre lungo la discesa che lo portò dritto fino al vialetto di casa.

Per scaramanzia guardò nella cassetta delle poste. Niente: nessuno gli corrispondeva da tempo, riceveva solo inviti a riunioni, avvisi di pagamento, fatture, scadenze di tasse già scadute, multe in mora e qualche laconica cartolina che si spediva da sé nei rari, brevissimi e indesiderati spostamenti.

Preferiva dire spostamenti, le parole viaggi, preparativi, trasferimenti, lo riempivano di un'ansia che solo il pensiero del ritorno riusciva a placare.

Accese la luce, nell'appartamento, tre stanze ad equo canone -un diritto ormai in disuso- non c'era nessuno.

Lei se n'era andata da quando avevano scambiato la consuetudine degli affetti per noia e a lui mancavano i figli. Capita frequentemente alle coppie "irregolari"; adesso era lei che mancava. Si stava "rifacendo una vita" con qualcun altro -forestiero dicono- da qualche altra parte - dicono fuori città.

La casa era in disordine. Accese meccanicamente la tivù.

Un presentatore molto ossequioso annunciava il collegamento con il Quirinale, dove il Cavaliere sorridente -una paresi?- presentava i ministri del nuovo Governo. La destra aveva vinto le elezioni. "Si aspira al meglio, ma ci si riconosce nel peggio", l'aveva letto da qualche parte.

Il fantasma del padre gli apparve quasi subito, i capelli rossi un po' a spazzola, le braccia ossute, le efelidi. Aveva il suo pigiama a righe e le ciabatte da camera.

"Te lo dicevo che il comunismo non era un buon sistema!"

"Avevi ragione -rispose Marco- ma non sono più comunista, sono un democratico di sinistra. E io te lo dicevo che la DC non era un buon partito!"

"Be', purtroppo... adesso sarei di nuovo un popolare, però."

"Un "pipista", comunque hanno vinto la destra e gli ex fascisti!"

"E voi? Voi non siete gli ex comunisti?"

"Che semplificazioni del cavolo, ma in Italia ti pare la stessa cosa dire ex fascisti ed ex comunisti? E poi, mi dici un po': io non sono più comunista, tu non saresti più democristiano e non sei più nemmeno vivo, ma perché continuiamo a litigare? Come sta la mamma?"

"Insomma. Si lamenta: quei fiori secchi sulla tomba! Sai com'era precisa e quanto ci teneva alla casa! Se tua sorella non fosse malata, lei ci penserebbe!"

"E' vero, non sono più venuto al camposanto, sono stato occupato con la politica, di questi tempi..."

"Alle solite..."

"E te allora, che non ti si vedeva mai! Sempre alle riunioni!"

"Marco, non tenermi lezioni di famiglia proprio te, per favore! I tuoi bambini, piuttosto, come stanno?"

"Crescono."

"Bene, vado ora. Te non sei più comunista e io non sarei più democristiano. Cose dell'altro mondo! E le differenze tra noi? Certo, però, un governo di destra...Che vuoi che ti dica: bel mi' mori'!."

"Sei già morto."

"Spiritoso davvero!"

"Ho preso da te, babbo."

"Non ricominciamo."

"Perché non parliamo del dopo?"

"Del dopo che?"

"Del dopo elezioni o del dopo comunismo e dopo DC."

"Bimbo, sarebbe meglio ti parlassi del dopo morti ! Stammi bene, ciao."

"Ciao, torna."

Faceva così: appariva e scompariva; Marco si era abituato a queste e alle altre memorie care, presenti nella vita. Isole affioranti nel grande lago della tristezza.

L'urlo di una sirena squarciava la notte, un cane si mise a latrare, usciva la luna. Era solo, davanti alla televisione che continuava a trasmettere, si addormentò o era già addormentato da un pezzo.

Pontedera, Giugno 1994

Marco Celati

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