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mercoledì 26 aprile 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Celati

di Marco Celati - martedì 20 settembre 2016 ore 07:00

Fernando Pessoa

La sera è fresca e mi piace starmene qui a finire il giorno ingannando il tempo e le lusinghe che vivere impone. Qui posso ascoltare Satie, accompagnato dal canto incessante delle cicale, osservando all'orizzonte una striscia sottile di nuvole che il sole al tramonto colora di rosa. La macchia verde della collina, il grigio celeste del cielo ed è tutto. Questa semplice perfezione comprende la nostra essenza imperfetta. Non l'assolve, non la consola, nemmeno la spiega. La comprende soltanto e noi a questo paesaggio apparteniamo. Non pacificati in questa pace siamo inscritti, in questa parte di terra. E sotto questo cielo, questa nuvola di passaggio, in questo cantare di cicale, in questo tramonto si compie tutta la nostra vita.

Che altro devo scrivere ancora? A volte penso che non occorra tanto scrivere, quanto descrivere. Il tutto e il niente che siamo e che ci appare, quello che i nostri occhi vedono o credono di vedere. Ciò che la memoria ricorda di ciò che è stato e che la mente conosce o pensa di sapere. Gli amori che si posano sulle nostre vite e poi volano altrove come fanno le api con i fiori. Oppure dovremmo inventarci delle storie, ma bisogna avere fantasia e preparazione. Bisogna essere disposti ad immaginare un'altra vita, un altro mondo, un altro sé da sé stessi. E forse allora non bisognerebbe essere pieni di sé o forse proprio per quello. Uscire da sé, stufi di sé o perché una sola esistenza non basta. Pessoa aveva non ricordo più quanti eteronimi. Un eteronimo è molto più che uno pseudonimo, che è l'autore sotto falso nome. L'eteronimo non è la semplice sostituzione di un autore: è proprio un'altra persona, un alter ego che coesiste con l'autore ortonimo e ne costituisce una sua diversa, immaginaria estensione. Tabucchi, studioso di Pessoa, li ha riportati tutti in "Una sola moltitudine" e in "Un baule pieno di gente": ognuno di loro aveva una storia, una biografia complessa, a volte le loro vicende si intrecciavano, erano tutti personaggi all'apparenza viventi, ma inventati da una sola persona, il grande letterato portoghese. Erano e sono una finzione, vivevano nella sua mente e nel suo cuore di poeta fingitore. Vivono ancora nella letteratura. "Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente".

E pensare che Pessoa in portoghese significa "persona"! E "personne" in francese vuol dire "nessuno". Una persona senza un "io" definito, che è l'essenza di più persone: Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Vicente Guedes e Bernardo Soares. Bisogna anche dire che è facile inventarsi eteronimi con quei nomi e cognomi così evocativi, musicali e altisonanti della lingua portoghese. Con quelle "esse" strascicate che si pronunciano bene solo con la dentiera. In Toscana con cognomi come Giovacchini, Fatticcioni, Busdraghi e Favati non si andrebbe da nessuna parte. Un altro grande portoghese, Saramago, ha scritto un libro su uno degli eteronimi di Pessoa: "L'anno della morte di Ricardo Reis". Se fosse stato "L'anno della morte di Nedo Favati", il Nobel se lo scordava!

In ogni caso il sottoscritto legge e ammira, legge e non impara. Ad onta del cognome "Celati" che denoterebbe una disposizione al nascondimento di sé e presupporrebbe l'invenzione di altro, palesa invece la sua incapacità al fantastico, alla fantasia. Quasi, anzi, una ritrosia. Niente cela e niente immagina. E niente ha da raccontare, in fondo. Riempie la pagina di noiose frasi, fini a sé stesse: significante senza significato. Descrive solo il nulla che accade. Non c'è dramma e nemmeno pathos, non c'è trama gialla, noir, fantasy. Non succede un cazzo di un cazzo. A volte, come in questo caso, butta lì qualche brutta parola, per mantenere la soglia dell'attenzione o perché fa tendenza. C'è solo malinconia, "saudade" direbbe Pessoa, e una tristezza, talora, persino divertente.

Soltanto a volte si astrae, parla d'altro, forse si capisce che ha fatto anche altro, ma alla fine ritorna al proprio ombelico, a raccontare sé e il mondo intorno a sé, in storie che non hanno né capo né coda. Né principio, né fine, anche se questo non è del tutto esatto. Un principio c'è stato: la nascita del Nostro. E di conseguenza anche una fine inevitabilmente ci sarà. È sufficiente dunque discorrere della vita e della morte, di esistere e no, mentre siamo occupati a farlo? Scrive Fernando Pessoa alias Alberto Caeiro: "Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia, non c'è niente di più semplice. Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutti i giorni fra l'una e l'altra sono miei." Egocentrismo e nichilismo animano lo spirito dei tempi: è forse possibile sottrarsi? Siamo sicuri che questo sia un bene, siamo certi che serva? No, non lo siamo. Anzi, presumiamo sia vero il contrario, ma è più forte di noi. Ci fa indulgere in questo solipsismo la nostra natura se non è contrastata da qualche angelo o demone che ci porti, da qualche fede o passione che duri, da qualche benedetto o maledetto senso di appartenenza alla specie degli uomini e delle donne che calcano il pianeta Terra, diviso in Continenti, Stati e Nazioni con i confini segnati dai potenti sulle carte geografiche.

La cultura è un angelo e un demone, lo sono anche la politica e la società, ci richiamano alla nostra essenza di animali sociali, di specie gregaria; più della bestia singola che pensa sé stessa da sola. Il gregarismo però può essere attivo o passivo: se è attivo è meglio, si va meno a pecoroni, dietro ogni populismo, guidati da un capo branco prepotente o autoproclamato. Solitudini o moltitudini. Masturbarsi o scopare c'è lo stesso gusto, ma a scopare si conosce più gente. Cercasi compromesso, più che storico, naturale.

Così stasera assecondo la natura e chiudo questo racconto circolare tornando al principio e sto qui sul terrazzo di casa allungando il giorno, come per dargli o dare alla vita una seconda occasione: le cicale, il tramonto, il paesaggio che mi include e descrivo. Si può essere esseri sociali ed essere soli. Si può amare gli altri e se stessi, seppur non sempre in eguale misura. Amare una donna, i figli. Onorare il padre e la madre. Possiamo sentirci natura e in contrasto con essa. Progresso. A volte lascio che il pensiero, o ciò che ne resta nello stato avanzato degli anni, dispieghi sé stesso senza freni inibitori. Istinto e pensiero non sempre vanno d'accordo e forse è meglio così. Stasera penso e mi chiedo se sono felice e ovviamente, onestamente, rispondo di no. La signorina Felicita non abita più qui, se mai vi ha abitato. Ma è probabile che la domanda sia mal posta e dovrei chiedermi piuttosto se mai lo sia stato. Forse la felicità è un passaggio di condizione, in questo solo consiste. È il viaggio più che la meta. Forse ancor di più: è soltanto il viaggio e non la meta. Per questo si dice sia irrealizzabile, irraggiungibile. Perché in realtà è nostalgia, il ricordo di uno stato, di un passaggio, di un cammino. E il cammino è continuo e non è dato.

Treggiaia, 7 Agosto 2016

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati