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domenica 17 dicembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

I migliori anni

di Marco Celati - martedì 30 maggio 2017 ore 11:51

Un segno evidente del passaggio del tempo e un suo effetto trascurabile, è che oggi come oggi non conosciamo più i cantanti e le canzoni in voga, né i nuovi attori e i film del momento, come ai nostri tempi, quando eravamo giovani. Ma come, non lo sai? No, non lo so chi è, come fa. Forse l'avrò anche visto, ma non me ne ricordo. D'altronde campare, per fortuna, ha come effetto non trascurabile, che s'invecchia. E io sono vecchio. Fanculo.

Ma non è tanto la vecchiaia. La verità è che non sei più utile a nessuno. Sei inutile perché lo senti che il tuo ciclo è finito e a volte riesci perfino a dirlo con lucidità, a pensare che sia stato come il passaggio del testimone in un'ideale staffetta. Altre volte, invece, ti sembra che non sia andata proprio così: non avevi finito la tua batteria, sei stato squalificato per qualcosa, probabilmente invasione di corsia e non hai passato il testimone o addirittura l'hai perso in corsa. Ma forse avete sbagliato i tempi: te eri lento e l'altro è partito troppo veloce oppure andavi bene, ma il compagno è rimasto fermo e il cambio è venuto schiacciato. Insomma qualcosa deve essere successo perché il resto della squadra ti guarda con commiserazione e il pubblico fischia. Oppure, più semplicemente, stavolta non sei stato ammesso alla corsa per sopraggiunti limiti di età. Il segno dei fallimenti è più forte di quello dei successi, così realizzi che un monumento equestre, capace non ti toccherà. È allora che senti che sei inutilmente vecchio, inutilmente vivo, mantenuto dalla vita. In fondo siamo vivi perché non vogliamo morire, ma vivere. O forse perché la paura di morire è più forte di quella di vivere. Il resto lo farebbe la salute. E, dice, anche un par di scarpe nove.

Non dovrei confessarlo perché sono un fervente repubblicano, ma -che ci crediate o no- almeno in un'occasione della mia vita, non vi rivelerò quale, ho potuto e dovuto dire ad una regina, era una regina madre, «Sua Maestà, chiedo il permesso di accomiatarmi» e -davvero da non credere- mi sono sentito anche un ganzo! E così, per la naturale simpatia che i sudditi hanno verso i monarchi, ci si sente un po' come il principe Filippo di Edimburgo che, a solo novantasei anni, ha dovuto lasciare cariche e impegni pubblici e qualche giornalista l'aveva pure dato per morto, allungandogli -gli auguriamo- la vita. Mentre gli resiste la consorte reale, Sua Maestà, la Regina Elisabetta seconda. Dopotutto lei, appena novantunenne, è ancora in gamba, che Dio la salvi!

Ci mancherà il cinico Filippo, duca di Edimburgo. Capace se ne starà tutto il santo giorno, solo soletto, chiuso nella sua reggia, come capita a noi. A chi riserverà, dal prossimo autunno, le sue perle di saggezza l'ex principe consorte, irresistibile gaffeur? Le sue numerose gaffe hanno fatto storia, le più belle mi sembrano queste. Una, antesignana, risale al lontano 1966, quando, più in forma di adesso, in visita nei Caraibi, durante un discorso in un ospedale, disse, «voi avete le zanzare, io ho la stampa». Be', come dargli torto. Un'altra del 1992: qualcuno gli chiede cosa pensa della sua vita e lui rispose, «avrei preferito rimanere nella Marina, francamente». Siamo repubblicani, certo, ma non si deve pensare che anche i principi consorti non abbiano rimpianti. Questa battuta però, la Betty seconda, prima di mandarlo in pensione, se la dev'essere ricordata. Sure! Insieme alla sua dichiarazione che le donne inglesi non sanno cucinare, e magari aveva pure ragione. Poi ce n'è un'altra celebre, più divertente, cattiva e very british. È anche più recente, del 2000, Filippo ormai ha acquisito una certa pratica. Il principe sta assistendo a un concerto di percussionisti caraibici e ammonisce così un gruppo di bambini sordi: «se state lì vicino, non mi meraviglia che siate sordi». Che c'è da ridere, scusate, potrebbe anche essere vero, dopotutto. Ma se ne potrebbero citare molte altre, una sulla disoccupazione con gli incontentabili inglesi che si lamentano sempre o perché lavorano troppo o perché hanno troppo tempo libero, a paragone della quale la battutaccia delle brioches, da dare al popolo che non aveva più pane, di Maria Antonietta di Francia, che probabilmente è anche un falso storico, diventa una barzelletta, "a watermelon peel", una bucciata di co'omero, insomma. E ce n'è anche una sugli occhi a fessura, contagiosi per gli studenti inglesi da troppo tempo residenti in Cina, le gaffe sulla keniota a cui domanda, «lei è una donna, giusto?» o nei confronti del leader degli aborigeni australiani da cui vuol sapere se si tirano ancora le lance addosso e infine quella riservata al conservatore Lord Taylor di Warwick, di origini giamaicane, al quale chiede da quale esotica parte del mondo provenga e lui, compassato e altrettanto inglese, «Birmingham», risponde. Soprattutto, il forte di Filippo, un mix di vertiginoso sense of humor, ciniche freddure e imperdonabili gaffe, erano le relazioni estere o "coloniali", con chi o tutto ciò che non era Gran Bretagna. Very Brexit.

Quando eravamo giovani, non avevamo un soldo in tasca da spendere e, diversamente da ciò che sostiene quel simpaticone lampadato di Carlo Conti alla tivvù, non abbiamo nemmeno speso i migliori anni della nostra vita. E lasciamo perdere Renato Zero, per favore. Comunque la trasmissione televisiva è triste, come è triste riproporre il tempo perduto, ma la canzone è bella, la più gettonata nei karaoke. "I migliori anni della nostra vita", voglio dire. Per me furono gli anni sessanta, i favolosi o presunti tali. Il maggio francese, il sessantotto, il movimento studentesco, l'autunno caldo degli operai nelle fabbriche, la rivoluzione che sembrava a portata di mano. La politica al primo posto. La musica erano solo canzonette, non si sapevano le parole, solo il ritmo o il ritornello. I cantautori nuovi che andavano allora, quelli si conoscevano. E il cinema d'autore. Molto di tutto il resto lo schifavamo con aria di superiorità, persone comprese. Sono anni che nella società hanno cambiato tante cose e pure noi. Non so se furono i migliori della nostra vita. Ci s'è badato poco, tutto andava così in fretta.

Alla Radio. Radio Cuore, solo musica italiana. Volevo dedicare la canzone... Grazie, mi fate tantissima compagnia. La canzone era "Anna verrà" che Pino Daniele, scrisse e cantò pensando alla grande Anna Magnani. "Roma città aperta", Rossellini, eccetera. Parla della fine della guerra e di un mondo da cambiare, guardando indietro, cercando di non sbagliare, sorridendo di questa libertà, per non essere più soli. Davanti al mare, con le nostre emozioni e i sogni, in un giorno di sole. La melodia è malinconica e mitiga l'enfasi del testo, ne accompagna il sentimento di nostalgia e di speranza. Mi fate tantissima compagnia, detto ad una radio, vuol dire che siamo liberi in un mondo così così e, in molti, rimasti soli. Ma forse era un programma un po' troppo ambizioso. Speriamo restino i sogni. Restano le nostre emozioni. Resta il mare lontano. E il sole. Quando non piove, certo.

Marco Celati

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Pontedera, 5 Maggio 2017

Ho scritto questo testo prima della strage degli innocenti di Manchester. Ne muoiono di giovani incolpevoli nelle guerre in corso, ma come si fa a definire "crociati" delle ragazzine e dei genitori, presenti ad un concerto, inneggiando alla loro uccisione! Che mondo è mai questo dove si può uccidere e morire così? Non è, certo, il migliore dei mondi, né questi sono, certo, i migliori degli anni. In un contesto simile è difficile perfino fare dello spirito, specialmente dello spirito di patate come il mio. Tutto finisce per sembrare irriverente. Possiamo solo unirci al dolore che il mondo sente per quelle vite spezzate, sentirci e farci sentire vicini a tutti coloro che ne soffrono la tragica scomparsa. E quindi anche alle Istituzioni inglesi, a Sua Maestà, la Regina d'Inghilterra e al suo anziano principe consorte. Per quel che può valere, questo è anche il mio personale sentimento. Fermo restando che le "gaffe" del duca di Edimburgo restano irresistibili, invece resistibile resta questo mondo che sembrerebbe impedirci di poterne ridere ancora.

Marco Celati

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