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martedì 30 maggio 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

I pisani

di Marco Celati - domenica 18 dicembre 2016 ore 12:35

Fa freddo. Nella sera improvvisa è scesa la temperatura a ricordarci che siamo in inverno, dopotutto, e dobbiamo riporre i vestiti leggeri e dimenticare la mitezza autunnale che ci ha accompagnato fin qui. Una perturbazione artica ha portato quest’ondata di gelo che un vento sferzante sospinge. La notte stellata, rischiarata dalla luce lunare, annuncia il cielo terso del rigido mattino.

Molte cose sono sospese come un asterisco senza continuazione, un messaggio a cui non hai risposto. La vita stessa è sospesa, aspetta forse altre stagioni. Forse perché è inverno e la natura rallenta le cose o forse perché è prerogativa del vivere pensare ad altre possibilità, altro tempo, altra vita. Ed è in questo attendere a qualcosa che verrà o mancherà che si giustifica tutto, finché si giustifica. A volte si dubita di vivere e il dubbio condiziona la vita.

I pisani, con la loro torre storta come la luna quand’è di traverso, sono grandi dottori del dubbio e maestri del condizionale. Prima di Pisa esistevano il tempo indicativo, un po' di congiuntivo e abbastanza infinito. Dopo Pisa il condizionale si è affermato, anzi, è diventato d'obbligo. Il condizionale dei Pisani ha conferito complessità al tempo indicativo, offerto una stampella e un rilancio al congiuntivo, aggiunto persino nuovi imprevisti all'infinito: se da un lato ne sono state ampliate le imponderabili incognite, dall'altro alla sua interminabile prospettiva è stata data una probabile, condizionata e dubbiosa finitezza.

D'altronde il condizionale è alimentato dal dubbio che a sua volta lo alimenta. E il dubbio, come insegna Galilei, «eppur si muove», frena convinzioni, ma alimenta anche altre e nuove conoscenze. E allora sia lodato il dubbio e benedetti i suoi ricercatori.

Intorno al 1200 Leonardo Pisano fu in Cabilia, regione dell'odierna Algeria, al seguito del padre, mercante e rappresentante dei commerci della Repubblica di Pisa. Il padre era Guglielmo dei Bonacci e Leonardo, «filius Bonacci», fu detto Fibonacci. Non si contentò dei suoi commerci, né dei limiti della cultura del tempo. Apprese la geometria greca euclidea e i procedimenti di calcolo matematico elaborati dalla scienza araba ed alessandrina, conobbe l'algebra dello studioso ebreo spagnolo Abraham ibn 'Ezra. Studiò i procedimenti aritmetici dei maestri musulmani che conoscevano quelli degli indiani, inventori del numero zero. Perfezionò queste conoscenze e nel mondo dei numeri creò la successione che porta il suo nome come il lungarno che, riconoscenti, i pisani gli hanno dedicato. Era un genio e, per studiare la discendenza di una coppia di prolifici conigli, si dilettò con la sua sequenza, in cui ogni numero è la somma dei due che lo precedono: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89...Scoprì così, in quell'infinita serie di numeri, una nuova progressiva complessità ed un fine: un rapporto tra loro che tende al favoloso numero 1,61803... e si traduce nella sezione aurea, presente in molte forme naturali, ad esempio nello sviluppo delle spirali delle conchiglie. Si chiama anche proporzione divina forse perché Dio, «numerator et mensurator primus», ha fatto l'universo «secondo numero, peso e misura». Sarà proprio così? Non sono credente e mi avvalgo "pisanamente" del dubbio oltre che della facoltà di non rispondere.

Questa complessità e questo intreccio di saperi e culture di mondi diversi a cui Fibonacci attinse e dette originale diffusione, mettendo in discussione e ampliando nozioni consolidate, rendono onore alla storia di Pisa, città aperta e cosmopolita, centro dinamico di scienze e di dottrine, non necessariamente chiusa a difesa entro le sue mura, ove spesso, costretta, è stata indotta ed indulge.

Alla Meloria da Genova ne buscammo di brutto, anche per manifesta presunzione e incapacità, cosi la Repubblica Marinara declinò. Del resto aveva già provveduto la natura nei secoli ad allontanare il mare, insabbiando la costa, ma la terribile e infernale profezia scagliata da Dante nella "Divina Commedia" non si avverò. La Capraia e la Gorgona sono rimaste tranquille dove sono, al largo del mar Tirreno, e non hanno ostruito la foce dell’Arno che non ha allagato la città, annegando tutti gli abitanti, così vituperevoli tra le genti a detta dell’illustre fiorentino. E Pisa vive e dubita con noi.

Ci sono due due modi di dubitare: c’è il dubbio speculativo che muove nuova conoscenza e c’è il dubbio apatico che induce svogliatezza e una specie di ubbía. Se illustri pisani hanno messo in atto il primo, luoghi comuni vogliono che, specie per i pubblici uffici, a Pisa si applichi sovente il secondo. Se chiedi infatti a qualche solerte impiegato di attivarsi per qualcosa, la prestazione di un pubblico servizio ad esempio, potresti sentirti rispondere: «Ma qui è un lavorone!». E se proprio insisti questi potrebbe anche aggiungere: «Ovvia, è un mestieraccio!». Nel senso che non è buon mestiere, non è cosa ben fatta. Se poi riesci a far capire che alla fine ciò che chiedi non è né un lavorone, tantomeno un mestieraccio, la replica definitiva sarà: Ora però ‘un si pole, è un momentaccio”. E così le tre fasi: lavorone, mestieraccio e momentaccio, in cui si dispiega il dubbio apatico, scoraggiano qualsiasi soverchiante pretesa o malintenzionata richiesta e «’un se ne fa più di nulla». Tanto, che furia c’è?

E che non ti venga mai, in preda allo sconforto, di recitare l’antico, macabro e abusato adagio: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio» perché qualsiasi pisano immancabilmente ti risponderà: «Che tu sia accontentato!». Dopo di che restano solo gesti apotropaici per tentare di scongiurare il terribile anatema.

Il fatto è che tutti, più o meno, siamo alle prese con la vita che, tutto sommato, ci vuole più bene di quanto noi gliene vogliamo; ma nella vita spesso è un momentaccio. Tranne le poche volte che si coglie l’attimo, tranne le ragioni e le occasioni di una felicità fuggente come il filo dell’orizzonte, il resto è una variante pisana: la somma algebrica e la frazione aurea di momenti negativi. La vita scorre, scorrono i giorni che portano a questa notte stellata e lunare, a questo freddo mattino, con questo vento che ci sferza e ci spinge. In fondo è davvero un lavorone e un mestieraccio: il famoso mestieraccio di vivere. La penso anch’io così e non sono nemmeno di Pisa, ma per questo siamo tutti più o meno pisani e alla fine sono pisano pure io. Sono solo un pisano di provincia, ma d'altronde, si sa, «nessuno è perfetto».

Pontedera, 28 novembre 2015

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati