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martedì 26 luglio 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il fado

di Marco Celati - lunedì 08 giugno 2015 ore 08:35

A Marco Abbondanza, al Centrum Sete Sòis Sete Luas e al grande Albert

IL FADO

Mi piace tenere il sole alle spalle sul terrazzo di casa: ne sento il calore sulla schiena. È serena la sera e tiepido il tempo. Il tramonto è sulla piana, sulla città che il sole infiamma. Lì sono vissuto e ho avuto giovinezza, relazioni, impegni. Mi piace sapere che c'è quella città conosciuta e operosa dietro di me. La sera, quando torno a casa dal lavoro, faccio la strada nuova, girano le eliche eoliche ed al tramonto mi rincorre il sole. Davanti casa gli ulivi contorti si inseguono lungo il pendio e il profilo dei colli con i paesi segna l'orizzonte. Garriscono gli uccelli, un mio amico scrittore che ne conosce il linguaggio potrebbe dirvi di più. In fondo alla valle scorrono le auto sulla strada maestra, se ne sente a tratti il passaggio. Provo a scrivere traendo ispirazione dal paesaggio, ma non esce niente. Ho messo sul terrazzo una banderuola bianca di legno a forma di oca volante, acquistata a un mercatino europeo. Gira al vento sul perno su cui è fissata, vorticando ad elica le ali. Si muove e sta ferma, segnando la direzione incerta dei venti e la loro variabile intensità. Mi sembra un'indolente metafora della nostra vita.

Dalle case dei vicini arriva un odore saporito di arrosti e si sentono le voci consuete della famiglia riunita a tavola, a cena. Persino i rumori: una sedia che struscia sul pavimento, il tintinnio delle posate sui piatti, i bicchieri appoggiati, le chiacchiere e le risa dei ragazzi. Così le persone si trovano nelle loro dimore e rinnovano il rito del pasto consumato insieme o da soli. E questo è il paese. Che c'è mai più da raccontare?

Ho cenato in fretta e sono andato al Centrum Sete Sòis Sete Luas, al concerto di Custódio Castelo il maestro della "guitarra portuguesa" che si è esibito con la fadista Teresa Ventura, splendida voce e l'ottimo Gilberto Correia alla "viola baixo". La chitarra portoghese è una mandola a 12 corde e Custódio, che è paragonato al grande Carlos Paredes e ha accompagnato la regina del fado, Amalia Rodriguez, ne ha tratto arpeggi incredibili, melodici e moderni: una moderna interpretazione e variazione del fado. La musica è "l’unico mezzo con cui sono in grado di esprimermi. Le mie canzoni sono molto personali, parlano dei miei sogni e del mio destino. E suonare per me è come mettersi a nudo e offrire al pubblico la propria anima". Mi piace il fado è una melodia di origine mozarabica, il suo nome deriva dal latino fatum, destino, si ispira al sentimento portoghese della saudade, raccontando temi di emigrazione, di lontananza, di separazione, di dolore e sofferenza. Ha una cadenza malinconica e incalzante. Come la morna e il tango. Le cantanti poi hanno queste voci antiche, cariche di nostalgia e di calore e i chitarristi sono virtuosi e appassionati. Deve essere bello saper cantare, cantare è più che esprimersi. E suonare è meglio che scrivere: che soddisfazione deve essere tirare fuori una musica da uno strumento! Non come avere a che fare con questa pagina bianca, muta e inespressiva. Una melodia è arte astratta dal suo significato: l'ascolti e ti riempie qualcosa dentro il cuore e nella mente. Puoi anche non conoscerne il linguaggio: è un pensiero e un sentimento che suona e tocca le corde dell'animo umano. Purtroppo, con tutta la nostra prosopopea, noi siamo un popolo di artisti, di santi, navigatori e analfabeti musicali. A fine concerto Marco Abbondanza, il direttore del Centrum, mi ha presentato Custódio Castelo: sono sempre impacciato in queste circostanze e vorrei defilarmi, l'unica cosa che sono riuscito a dire è stato: "muito obrigato". Ma obbligato lo ero davvero per la musica e perfino per il linguaggio che è bello da ascoltare, anche senza capire. Noi toscani strascichiamo la ci, i portoghesi strascicano tutte le parole. Il linguaggio scorre meno comprensibile fra le lingue latine, dello spagnolo ad esempio, ma diviene una cantilena leggera, quasi distaccata, diventa esso stesso musica.

Il fado è il canto del popolo portoghese, il canto di Lisbona. Sarei dovuto andare a Lisbona, ne avrei avuto più volte occasioni per lavoro o diporto, a conoscere la patria di Pessoa e dei suoi personaggi immaginati, a visitare le terre dell'Alentejo, l'Oltretago, a respirare il profumo dell'Oceano Atlantico. Anche a Capo Verde ad ascoltare la morna di Césaria Evora. Ma non sono mai partito, ho fatto andare altri: ho il desiderio, ma non il coraggio del viaggiatore, mi spaventa l'ignoranza della lingua. O forse mi è piaciuto più leggere e scrivere che viaggiare e vivere. Più immaginare che essere. La verità è che sono pigro: anche i racconti che scrivo dicono questo, il fatto stesso che scrivo racconti: un racconto è il romanzo di un pigro. Non l'ho detto io, magari. Ora poi con internet, puoi star solo e avere relazioni: followers, mi piace, vaffanculo; puoi chiuderti in casa, curvo sullo scrittoio e con un clic conoscere il mondo. Ma non è la stessa cosa. Macché social e social! Sono stato socialista, di più: comunista. A me questi social mi fanno una sega! E scusate il francesismo.

L'altra sera in TV mi sono sorbito il concerto di Al Bano e Romina: il ritorno. Giuro. Cantavamo pure le canzoni: che generazione perduta siamo stati! "Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore/ dove vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza,/ una presunzione di eroi destinati a non morire / - oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano/ una meravigliosa vittoria che non esisteva!". Ma in fondo è sempre musica popolare, anche se c'è musica e musica e popolo e popolo. Albano voce ne ha, la Romina no, ma era la figlia di Tyrone Power e Linda Christian e tutti ci siamo chiesti per anni come sia stato possibile quel connubio internazional-popolare. Poi a una cert'ora è arrivato perfino Pippo Baudo, con quel riporto di capelli bianchi sembrava un fantasma allampanato, uscito dall'oltretomba. E ora ci chiediamo: ma si rimetteranno insieme quei due?

L'ho chiesto in rete ad amici e compagni. Era quasi la mezzanotte, il grande Albert mi ha risposto: "non so se piglio sonno al pensiero".

La mattina dopo era giorno delle elezioni: il figlio di un amico che è diventato maggiorenne da poco, non ha votato, non sapeva perché, per cosa, né per chi. Come tanti altri giovani e non solo. E questa per me, per come la penso, è già una sconfitta. Ricordo ancora l'emozione e l'orgoglio del mio primo voto. Andando al seggio ho incrociato un gruppo di ragazzi di colore che uscivano dal campo sportivo della Bellaria Cappuccini, mi hanno salutato per scherzo, anch'io per scherzo ho risposto al saluto. A volte questo mondo mi sembra migliore, non saprei dire perché. O forse sì.

Ecco, ho raccontato diverse cose e ho il cuore e la testa pieni di altre: man mano che scrivo, vengono da sé, un po' a caso, come la vita e il destino. Ma il racconto qui finisce, e tutte queste cose non compongono un disegno, non c'è più qualcosa che le lega tra loro per farne una storia.

Il destino è il Fado: una tristezza che consola e rasserena, una musica che incanta e alla fine riesce addirittura a mettere allegria. Lo so che non c'entra niente, ma a me richiama alla mente la faccia seria e malinconica di Enrico Berlinguer e il sorriso di quando Benigni lo prese in braccio. E la commozione dell'ultimo discorso durante il quale ebbe un malore e poi ne morì. Marcello Mastroianni che, tra i tanti, fece visita al feretro mi pare disse, ricordandolo, che aveva quell'espressione malinconica delle persone serie. In effetti infondeva in tanti una disincantata e sobria speranza che alla fine non ci faceva più felici, né più certi, ma forse ci faceva sentire più giusti e sereni. Ci faceva sentire migliori.

L'esistenza è scandita dalle note del Fado, del fato che era superiore anche agli dei bizzarri: non ho mai saputo quel che abbiamo voluto o ci è stato imposto, se la vita ci necessita o siamo noi gli artefici del nostro destino, della nostra inquietudine.

L'ho chiesto al grande Albert che mi risposto: "chissà se piglio sonno al pensiero". E non era nemmeno la mezzanotte.

Treggiaia 31 maggio 2015

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati