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mercoledì 27 luglio 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il frate

di Marco Celati - giovedì 08 ottobre 2015 ore 06:45

La neve era scesa silenziosa, di notte. Una coltre bianca ricopriva tutto: le colline, i campi, le siepi, gli arbusti. Il paesaggio era una distesa candida, Laudato si' miSignore. Avanzare lungo il sentiero nel mattino albeggiante era sciupare con le impronte quell'incanto immacolato, lasciandosi dietro orme a segnare il cammino. Il bosco era innevato, ma doveva raggiungerlo e raccogliere un po' di legna per il Convento.

Frate Donato procedeva a passi spediti, sulle spalle portava la gerla del raccoglitore, al ritorno sarebbe stata piena e allora il cammino sulla neve fresca sarebbe stato più lento e forse non sarebbe bastato un solo viaggio, doveva affrettarsi. Passò sul ponte di legno, sotto il ruscello era ghiacciato. L'età portava il suo affanno, come ogni giorno, e il fiato del respiro si condensava per il freddo. Ma non era un freddo umido che ti entra addosso e porta malattie, come dalle sue parti, nella pianura di fiumi e di piogge: non passava dal saio di tela pesante. Donato non era il suo vero nome, era un donato per questo aveva chiesto all'Abate priore di farsi chiamare così. Non era nemmeno un frate, ma tutti lo chiamavano in quel modo e a lui stava bene. Si era lasciato crescere una lunga barba, imbiancata dall’età. Il donato, come un fratello converso, non è un chierico, è un laico. Non ha preso i voti, ma ha chiesto di fare vita monastica al servizio dei frati: dona la sua opera e il suo lavoro. La sua vita a questo è consacrata per un periodo di tre anni, rinnovabile. Un donato svolge i compiti più svariati: lui era aiuto cuciniere, puliva e rassettava, rimetteva ordine nel disordine. A volte aiutava anche in biblioteca e questo era un sottaciuto piacere. Si era ritirato in un Monastero di clausura di cui è bene e pio tacere il nome e lì viveva da due anni ormai. La comunità monastica era costituita dall’Abate, dodici frati, quattro conversi e due donati. Non gli toccavano gli stessi obblighi gravosi di preghiera dei fratelli, ne' la rigida osservanza delle regole e dei capitoli e poteva uscire per svolgere i compiti che la sua mansione gli imponeva. Anche se lo faceva assai di rado: il vettovagliamento e gli approvvigionamenti vari erano assicurati dai negozi dei paesi vicini: lui riceva la merce in magazzino, controllava e ne organizzava la distribuzione.

In sala udienze, a giorni prefissati nel corso dell'anno, incontrava i suoi familiari. E questo per Fra' Donato era tutto. Invece si concedeva spesso di uscire, per un motivo o per l'altro, sulle alte colline dove l’Abbazia aveva trovato da lungo tempo dimora. Il suo rapporto preferito e difficile con il mondo, che un tempo era stato con gli esseri umani, era diventato la natura. Laudato si' miSignore.

Raggiunse il limitare della foresta, si addentrò per il sentiero, sapeva dove andare, nelle radure dove la legna era disposta in tronchi dagli uomini della forestale che annualmente custodivano il bosco, potando e capitozzando gli alberi, tagliando le piante per le trincee antincendio, ripulendo il sottobosco.

Il lupo apparve quasi subito, sembrava che lo aspettasse. Stava lì, appena fuori dagli alberi nella neve, quasi del tutto mimetizzato se non fosse stato per quegli occhi chiari, selvatici che lo puntavano. Donato aveva paura dei cani, da piccolo proprio un cane lupo lo aveva rincorso il giorno che sua nonna l'aveva mandato alla bottega a comprare una cosa: saranno state mica fragole? Nella scarsella aveva una busta con un pezzo di carne, delle ossa, gli avanzi del pasto. Un po' alla volta li gettò al lupo, tenendosi a distanza. La bestia, addentò, divorò, alzò la testa verso il frate, ringhiò e rientrò nella boscaglia. Forse era un saluto. Non era la prima volta che avveniva quell’incontro, per questo Donato portava sempre con sé un po’ di cibo. Forse si conoscevano: un tempo, molti anni fa, era stato anche lui un lupo. La sua vita era stata crudele. Le fedi feroci distillano veleno.

Raccolse la legna nella gerla, se la caricò sulle spalle, pesava, tornò al Monastero, all’Abbazia, il luogo dove viveva, dove si era rifugiato per sfuggire alla sua vita di lupo fra i lupi, che anche per questo chiamava Convento.

Dovette fare due viaggi nella mattinata, la legnaia della sua cella ora era nuovamente fornita. La chiamava cella, ma era una casetta minuscola situata fra la Chiesa e il Convento, accanto alle altre che ospitavano i fratelli. Niente a che vedere con le celle monastiche dove i santi padri, eremiti e asceti, avevano vissuto in preghiera continua, in solitudine, la vita trasformata in un deserto, ricercando il contatto con Dio.

Era esentato dalle preghiere notturne della veglia e dalle laudi del Mattutino, prima dell’aurora, Laudato si’ miSignore. Nelle ore canoniche tra la Prima e la Terza, cioè tra le sette e trenta e le nove e nelle successive, doveva aiutare in cucina a preparare i pasti frugali per i monaci che, dedicato il mattino a pregare e lavorare, pranzavano a mezzogiorno, l’ora Sesta, nel refettorio in un silenzio accompagnato dalla lettura delle sacre scritture da parte di un frate. Poi all’ora Nona, tra le due e le tre pomeridiane, raccoglimento nelle celle del Chiostro. Al Vespro, le preghiere prima del tramonto, Laudato si’ mi' Signore; poi la cena prima dello scendere delle tenebre, come la regola prescrive. E infine Compieta quando, presto, tra le sette e le otto di sera, i monaci vanno a coricarsi. Questa era la vita monastica, senza contare le messe, la liturgia festiva e il canto dei salmi. Si era solo parzialmente abituato a queste regole, a questi orari e capitoli canonici: francamente al giorno d’oggi con un orologio, ancorché analogico o digitale, si faceva parecchio prima. Però questa rigorosa e nello stesso tempo più vaga scansione temporale un po’ gli stava bene: nella vita civile non era mai stato puntuale.

“Ora et labora”, predicano i monaci benedettini. I muridisti senegalesi, seguaci del Corano, dicono più o meno la stessa cosa: Prega come se tu dovessi morire domani e lavora come se tu dovessi vivere per sempre. A queste buone pratiche di preghiera e di lavoro si attenevano i fratelli e Fra’ Donato faceva la sua parte.

Era arrivato al Convento in età avanzata, dopo la sua prima vita che era stata tumultuosa: aveva dato e ricevuto dolore, ne aveva sentito la colpa, sopportato le conseguenze, pagato il debito. Ora le passioni erano sopite, non aveva propriamente ritrovato le fede, che giovane aveva lasciato per andare nel mondo e rovesciarlo, tantomeno l’aveva fanaticamente riabbracciata. Non voleva più dogmi feroci, aveva solo bisogno di stare in un luogo di fede e di serenità, di santità e di pace.

Forse una scelta di comodo resa meno comoda, proprio per questo, dall’asprezza della vita monastica. Solo un vizio, se così si può dire, segretamente assecondava o non si proponeva di debellare. Nella sua prima vita era stato sostanzialmente astemio, virtuoso almeno per questo, se così si può dire, ora, a son di assaggi in cucina, un po’ di vino lo beveva, anzi lo apprezzava e così questo vizio postumo, se così si può dire, rimaneva a ricordargli l’indole di un’esistenza di eccessi. Dopotutto un po’ di pietà per se stessi bisogna averla. Il paradiso era perduto, l’inferno l’aveva vissuto, il purgatorio bisognerà pur meritarselo.

I buoni frati distillavamo un vino di erbe naturali, un digestivo chiamato Stomatico che commerciavano al pubblico nella farmacia dell’Abbazia insieme agli oggetti di ceramica artigianali prodotti per sostenere le spese del Monastero. Quel liquore era buono, qualcuno lo proponeva al mattino, a stomaco vuoto, da forza, dicevano, ma era troppo forte per lui, bruciava e non riusciva a berlo. Donato ogni tanto acquistava qualche bottiglia di vino del contadino nel podere di là dal bosco, allungando la strada per fare la legna. E via via ne beveva un bicchiere nel suo alloggio, Laudato si’ miSignore. Ripeteva fra sé: Bevi Neri! Se bevi Neri ne ribevi... E rideva. Poi pensava alla battuta di un suo amico lontano, ormai di là dal mondo, che diceva sempre: Il male non è il be’, è il ribe!. E allora riponeva la bottiglia. Non aveva mai abusato, non gli piaceva perdere il controllo, solo un po’ più di leggerezza. Mai si era ubriacato. Così riteneva di non doverselo confessare nemmeno. Di peccati se n’era sentiti di peggio.

Quando il tempo lo consentiva aiutava in biblioteca e spesso faceva in modo che il tempo lo consentisse. Gli piaceva stare fra i libri, respirarne l’odore. Se non c’era da rimettere a posto i volumi sugli scaffali o da controllare e aggiornare lo schedario, leggeva. In omnibus requiem qaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro. La biblioteca era fornita anche di autori moderni. Aveva riletto diverse volte Il nome della rosa e Memoriale del convento. Ultimamente gli era capitato di leggere i Versi scelti di Franco Fortini. C’era una poesia intitolata Le domeniche che faceva: Lo spino portava la rosa/ la rosa portava lamore/ lamore portava la pace./ Ed era per noi quella rosa/ era per noi quellamore/ era per noi quella pace.Se si può partire dallo spino per arrivare alla rosa, all’amore e alla pace, allora si può arrivare al bene, passando dal male. E questo suggeriva qualcosa al suo cuore e gli diceva che tutta la sua vita non era stata invano. Forse, pensava, sarà possibile offrire il poco di bene che posso aver fatto e sentirmi perdonare da qualcuno che ama quel niente che resta di me.

L'autunno successivo era uscito per funghi, glieli avevano commissionati in cucina, ai fratelli piacevano e lui sapeva i posti in bosco dove poterne raccogliere una specie sicuramente edibile. La foresta rivestita dei colori autunnali era uno splendore, Laudato si’ miSignore. Era chino, intento alla raccolta, quando sentì dietro di sé un fruscio e dei passi leggeri. È tornato il lupo, pensò. Si voltò e nella radura un capriolo lo guardava, aveva un piccolo palco con tre punte, era un esemplare adulto, forte, dotato di eleganza e di grazia, bello. Si lasciava ammirare. Istintivamente portò la mano alla scarsella, un po’ di carne, per precauzione la portava sempre con sé. Ma il capriolo è erbivoro, si nutre di foglie, bacche, germogli; altri, uomini compresi, si nutrono della sua carne. Il movimento del frate spaventò l’animale che con un rapido balzo, velocissimo rientrò nella boscaglia e scomparve. "La natura non mi manda più il lupo", pensò Fra' Donato, "ma un capriolo. Questo sono ora?" Era pronto a rientrare in un mondo che non appariva meno storto della sua storta vita? Ripensò a Bambi, il cartone animato che aveva visto da piccolo al cinema con i suoi genitori, quando tutto era ancora intero e ogni cosa doveva ancora essere. In biblioteca aveva letto che, secondo la mitologia celtica, il capriolo rappresenta un simbolo del viaggio dell'anima verso la morte. "Sta bene", si disse, "così deve andare". Forse era pronto a ricongiungersi con il suo principio: ad essere nulla e tutto, là dove le cose non contano niente, ma l'amore continua, nel deserto infinito, silenzioso e luminoso della divinità. Chissà. Ma voleva vivere, ancora un po'. Gli uomini nascono per questo. E così pensò: "intanto finché dura fa verdura, anzi funghi" e riprese il cammino per il Convento. Laudato si’ miSignore. Ora e sempre.

Marco Celati

Pontedera, A.D. 4 ottobre 2015

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Ho consultato le vite e le regole dei monaci certosini e benedettini e ho saccheggiato qua e là e male Il nome della Rosa, chiedo presuntuosamente scusa a Umberto Eco. Distilla veleno una fede feroce” l'ha scritto Eugenio Montale (ancora!). Lo Stomaticoesiste davvero, è un liquore derbe fatto dai frati cappuccini che ho assaggiato una mattina a digiuno nel convento di Pontedera: buono, ma è meglio assumerlo come digestivo, credetemi! Lamico citato era il Mago, indimenticabile, di cui ho già scritto. "Là dove le cose non contano niente, ma l'amore continua" è una frase lasciata alla fine della sua vita terrena da Don Enzo Lucchesini, un parroco che fu a fianco delle Istituzioni e dei lavoratori della Piaggio in lotta per la difesa degli stabilimenti. Ho anche attinto liberamente una breve frase da una bella canzone liturgica intitolata "Ultimo deserto". Il Cantico delle Creature di San Francesco dAssisi, com’è noto, è il primo documento letterario scritto in lingua volgare italiana: unopera darte e di fede che parla al nostro tempo, a tutte le fedi. Laudato si’”è il titolo dellenciclica di Papa Francesco, dedicata al rispetto della Natura. Del tutto ho fatto uno zibaldone inattendibile, spero solo non illeggibile. 

Marco Celati

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