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martedì 30 agosto 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il Mago

di Marco Celati - sabato 05 settembre 2015 ore 07:00

Ho un amico che non sa scrivere: non è bravo o non ne ha voglia. Non ha la costanza, la disciplina e la cultura necessari per il racconto. Al massimo, come tutti, qualche poesia nel cassetto dove quelle melensaggini sdolcinate, sostiene, sarebbero dovute rimanere per sempre, ma lasciamo perdere. I versi sono più semplici da scrivere anche quando si allungano un po' troppo: richiedono comunque meno tempo da perdere. Avrebbero richiesto soprattutto altro sapere e altra disposizione, dice lui, ma lasciamo perdere.

Lui non sa scrivere anche perché ritiene che non ci sia poi così tanto da dire che lo renda necessario: pensa in fondo che niente sia così memorabile e nemmeno la vita lo sia. Almeno non la sua. In questo ci somigliamo. Pensa, come tanti, che non valga la pena, che tanto, semmai, ci sarà tempo...Solo quando si percepisce il senso di una resa invincibile, si attiva la "memoria", con le dovute virgolette, e per paura si pensa ai ricordi. Lui lì ha affidati a me, assumendomi come una specie di alter ego e forse lo sono diventato davvero. Perciò racconterò alcune cose di un suo "amico & compagno", così si diceva un tempo: amici e compagni, anzi prima solo compagni, poi amici e compagni, ora chissà come si dirà? Forse nemici e compagni, ma lasciamo perdere. Racconterò in prima persona, come se la "storia", sempre con le dovute virgolette, fosse mia.

In genere parto dal finale: un bel finale mi sembra sempre più evocativo e tale da richiamare una narrazione. Ma stavolta è l'incipit che comanda, un buon inizio a cui affido il racconto, il finale verrà da sé: viene sempre un finale, ma lasciamo perdere.

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Il Bar la Posta

L'amico & compagno era il Mago. Il soprannome non era per qualcosa che avesse a che vedere con la magia, era la semplice stroncatura del cognome. Il padre era soprannominato la Legge, forse perché era un uomo che sentenziava giudizi con l'arguzia affilata, tipica dei componenti il proletariato toscano, cui era iscritto di nascita. E poi perché a quei tempi, nei paesi, tutti avevano un soprannome che li caratterizzava e li tramandava. Anche oggi, in rete, tutti hanno un nickname, ma lasciamo perdere.

Nel dopoguerra la Legge, di manifesta fede comunista, si era impiegato in Comune. Una mattina sedeva, come di consueto, dietro la sua scrivania di usciere, quando un operaio della vetreria dirimpettaia al palazzo comunale, di manifesta fede democristiana, soprannominato "Tramoggia" lo l'apostrofò con un ironico ed insinuante: "Va benino alla scrivania eh? Facile!". La Legge lo guardò, sorrise e rispose: "Avevi a studia' anche te!". Anche l'altro rise e si chetò. Ecco, il Mago nel dna aveva questo: la risposta arguta, pronta come l'intelligenza e il giudizio fine. Non era alto di statura, ma aveva il cuore e l'animo di un grande. Non so, oltre le idee politiche, cosa ci accomunasse, in fondo. 

Eravamo diversi: lui affabile, naturalmente simpatico, estroverso ed io invece chiuso, malinconico e con un fondo di antipatia naturale, un dono di natura che coltivavo con gusto e dedizione. Ci diversificavamo anche per l'appartenenza calcistica. Il mitico Bar la Posta, sede ufficiale del nostro tempo libero, vantava allora due squadre amatoriali: il Mago militava nell'A.C. Mezzi, simbolo un fiasco e io giocavo nell'U.S. Sonati, simbolo una campana. Eppure passavamo molto tempo insieme: al Bar e in giro. Chissà cosa lega le persone tra loro, cosa le unisce e perché? Quali affinità si stabiliscono tra esistenze di differente estrazione o provenienza e di opposta indole. Fatto sta che per un periodo della nostra sfuggente giovinezza legammo abbastanza. La sera al Bar la Posta tiravamo tardi con altri amici e conoscenti: a notte alta arrivavano Toppino, la Regia, gente a cui piaceva bere, a cui piaceva tanto bere, a cui piaceva troppo bere. 

Il Mago aveva una bella voce e intonavano insieme le romanze popolari e un po' di repertorio napoletano, "Reginella", "Luna Rossa", per finire con il cavallo di battaglia, il pezzo forte che tutti insieme cantavamo, anche noi meno intonati: "Il cielo è una coperta ricamata". Più tardi ancora, arrivava il Conte Benci, altro indimenticabile personaggio della "Pontedera da bere" e delle nostre memorie. Voleva che uno di noi si mettesse in porta: la porta era il portone del Comune. Il Conte ci batteva un immaginario rigore con un pallone altrettanto immaginario. Immancabilmente era goal: il rigore era imparabile. E allora: "Brasil! È la grande tecnica!" esclamava.

La luna ci guardava: "Che fai tu luna in ciel?" declamavo. "Vado in culo ai curiosi" mi rispondevano i "palleggiatori" del Bar, d'estate, seduti fuori a veglia. "Com'è pallida e bianca!" e il Mago impietoso: "Per forza, con tutte le nottate che fa!". Il cielo era davvero una coperta ricamata, la luna con le stelle facevano la spia e ci sussurravano che era finalmente ora di andare a dormire e così scivolavamo via, ritirandoci nelle nostre dimore.

Una sera accompagnammo Toppino in macchina a casa, Toppino era una persona timida, aveva un nome bellissimo, si chiamava Celestino, corretto dal volgo in Celeste e con quel soprannome. Quella sera al Circolo, a tombola aveva vinto un pollo, sì un pollo vivo! Nel viaggio Celeste ed il Mago cantavano e il pollo intercalava con "coo, coo...". Andavano tutti a tempo, pollo compreso. Quei personaggi sono scomparsi, quelle zingarate non si fanno più, quel mondo ormai è venuto a mancare per sempre, ma lasciamo perdere.

Con il Mago si andò spesso insieme al mare, durante le vacanze estive: la meta preferita erano le isole dell'Arcipelago toscano: il Giglio, l'Elba, la Capraia e una volta, con altri amici, persino in Sardegna. Si andava in tenda, prevalentemente a campeggio libero, allora era consentito, talvolta nei campeggi organizzati. Al Giglio ci portò una cinquecento caricata come fossimo profughi e da me mal guidata in un viaggio che, a causa dei colpi di sonno, si rivelò lungo e avventuroso. Ci godemmo la splendida baia del Campese che traversai a nuoto: andata e ritorno. Con i pochi soldi rimasti questionammo se acquistare un souvenir, una maglietta, allora non si chiamavano t-shirt, ma lasciamo perdere, con su scritto "Giglio ship & shop", opzione mia, al tempo ero astemio, oppure un vino dell'isola, opzione del Mago che non era astemio e che prevalse.

All'Elba eravamo accampati su un terrazzamento di olivi a picco sul mare, dalle parti di punta Sant'Andrea e tra il verde e l'azzurro ammiravamo ogni sera il miracolo del tramonto. Ammiravamo anche la voracità con cui il Mago divorava le cozze, all'ostrica: crude con il limone, ad una velocità doppia della nostra. Aveva studiato chimica a Livorno: la mattina prestissimo alle bancarelle la colazione con pochi soldi era, di terra, panino e lampredotto e, di mare, cozze, appunto. Era con noi il futuro professor Fiumalbi, detto il Cignale e anche lui ne restò ammirato, oltre a condividere, s'intende, la mirabile bellezza del paesaggio.

Sempre con il prof Fiumalbi, il Mago in Sardegna, in un posto stupendo a Capo Caccia, una variante sarda del paradiso terrestre con cascata di acqua dolce sulla scogliera in riva al mare, si rendeva spesso protagonista di un simpatico siparietto. Il Cignale, ad onta del soprannome, era una persona meticolosa e organizzata: la mattina in tenda si alzava presto, sistemava ogni cosa, preparava il caffè, se avesse potuto lo avrebbe pure raccolto e tostato perché sapeva fare tutto, poi metteva il caffè in tavola. Il Mago, a cui invece piaceva dormire, puntualmente, approfittando di una sua distrazione, si alzava, glielo beveva e ritornava in branda. Il Mago era il Mago, naturalmente, ma lasciamo perdere.

In Capraia al campeggio una sera ci mancò il sale, io avrei mangiato sciocco, figurarsi se chiedevo qualcosa ad estranei. Il Mago che non era un adone, ma era simpatico ed intraprendente, andò presso la tenda di due ragazze, accampate sotto di noi e se lo fece dare. Erano due milanesi e la mattina dopo andammo al mare con loro, presso una piccola cala lungo la scogliera "sotto un rivolo di acqua sorgiva", così dissero le longobarde. In effetti la scogliera meritava e forse anche le milanesi, non l'abbiamo mai saputo, almeno non io, e pure il rivolo c'era. 

Però a me faceva strano sia quel rivolo, sia che a Milano s'intendessero di rivoli d'acqua a picco sul mare dell'Arcipelago toscano. Così mi arrampicai, scoprendo l'arcano: non era acqua sorgiva, trattavasi di canaletta di scolo di una bella villa signorile, se non abusiva, anch'essa a picco sul mare, purtroppo esattamente sovrastante quell'idilliaca caletta. Insomma tra tutti i posti meravigliosi e salubri della Capraia eravamo finiti a fare il bagno nelle acque di scolo! Non ci volli più tornare, le milanesi si sdegnarono, ricomprammo il sale, "accidenti a te", disse il Mago, ma lasciamo perdere.

Il mare era splendido e grande e sopportava ben altro che il rivolo di scolo. Sopportava gli uomini e i loro rifiuti che venivano scaricati dall'alto, lontano, dove non c'era più niente, in una cala oltre quella dei nudisti che frequentammo, vergognosi e scomodi: gli uomini non facciano mai un tuffo di testa da una certa altezza senza costume! Da restar senza fiato! È un effetto della forza di gravità che agisce sui testicoli nell'impatto con la superficie marina...Venivano ammassati, i rifiuti, non i nudisti i quali si ammassavano da sé, nel senso che stavano in piedi, al sole, sui massi a picco della ripida cala, e il mare se li portava via, li smaltiva, sempre detto per inteso dei rifiuti, non dei nudisti.

Vedevamo i carcerati che stavano nel penitenziario sull'isola, li portavano con delle camionette al lavoro. Andavamo a pranzo in un piccola trattoria a metà salita, ricordo ancora il tormentone del titolare e cameriere unico "...e di contorno cosa ci facciamo: due ricchi pomidori?".

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La Pera

Ma il Mago non era il Mago senza la Pera. La Pera si chiamava così non perché avesse una predisposizione particolare per quel frutto o, non sia mai, qualcosa a che fare con dipendenze da sostanze stupefacenti: l'unico vizio era il sigaro toscano! Anche per lui il soprannome era una semplice storpiatura del cognome. Però stupefacente lo era davvero. Era una persone sensibile e colta, più di quanto faceva apparire. Figlio di contadini marchigiani venuti in Toscana nel dopoguerra in seguito agli incentivi del piano Fanfani, aveva studiato chimica con il Mago e in seguito conseguirà la laurea in biologia che insegnerà da professore alle superiori. Ma aveva delle uscite a dir poco sorprendenti: una fusione mirabile della ruvida scorza marchigiana e del brusco sfottò toscano. Ecco due esempi leggendari, riferiti dal Mago e confermati dal popolo del Bar La Posta.

Un bel giorno una ragazza in vena di confidenze, timidamente gli rivelò: "Sai, purtroppo, la mia mamma è stata una ragazza madre e mio padre non l'ho mai conosciuto". La Pera, la guardo, speò con il toscano e quando tirava la boccata di sigaro diveniva pericolosamente sentenzioso: "Ah, ho capito" disse "veniva dal mare!". Non è dato sapere quanto l'afflitta fanciulla avesse apprezzato quel riferimento cultural canoro ad una celebre canzone di Lucio Dalla, del resto in voga proprio in quegli anni, ma pare, dicono, che proprio bene non ci sia rimasta.

Un secondo salace aneddoto ci narra di quando un'altra giovane rappresentante del gentil sesso, che chissà come e perché il Nostro frequentava, gli rivelò la sua data di nascita. Forse si aspettava che la mettesse in memoria per un regalo di compleanno o così, tanto per parlare. Non si sa mai cosa dire tra uomini e donne, figurarsi tra ragazzi e ragazze, ma lasciamo perdere. La Pera, a quell'annuncio, al solito speò, elaborò un pensiero ed un calcolo a ritroso e chiese: "Allora sei stata concepita nel mese di aprile?". Al che, anche l'ignara giovine fece un conto a rovescio e, arrossendo, annuì. E la Pera: "Quand'entrano in caldo le ciu'e!" precisò. E qui la relazione, se di questo si fosse anche trattato, fatalmente s'interruppe. Chissà come mai?! Lo faceva apposta.

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Il Mago e la Pera

Il Mago e la Pera insieme erano una specie di coppia di fatto, una forza della natura. Alla fine di un viaggio che facemmo insieme, sulla strada del ritorno eravamo incerti se visitare "Urbino ventoso", scelta Pascoliana per cui propendevano loro, o Recanati, patria di Giacomo Leopardi, che era la mia proposta forte. La spuntai, ma i due me la fecero scontare. All'ingresso della villa dei conti Leopardi, il Mago un po' perché rimase stupito dell'ampio e sontuoso salone, un po' perché voleva far colpo sulla giovane e graziosa guida, se ne uscì con una battuta delle sue, pronunciata a mezza voce, ma non così piano che tutti, guida compresa, non potessero sentirla: "Certo qui Giacomino, gobbo 'un ci stava!". Ma non gli bastò, proseguendo la visita, quando giungemmo alla biblioteca e la guida ci spiegò che "qui i conti Leopardi custodivano una raccolta dei più importanti libri, contenenti il sapere del tempo", il Mago, alla vista di quegli scaffali impilati in ordine di preziosi volumi, osservò: "Era gente precisa!". E strizzò l'occhio alla guida che per tutta risposta gli buttò un'occhiataccia nel cui raggio visivo accomunò anche noi.

Per parte sua la Pera non volle essere da meno. Nel parco, sullo sfondo del mitico monte Tabor, il caro "ermo colle", vicino alla siepe indicata come la famosa siepe che "da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude" dietro cui Giacomo Leopardi, sedendo e mirando, scrisse "L'Infinito", la Pera prese ad alzarsi ed abbassarsi, prendendo platealmente, a braccia, le misure. "Ma come faceva a non vede' l'orizzonte? Era basso forte! Ma bastava tirassi un po' su...". E di rimando: "Qui la scepre 'un è mi'a tanto alta..." confermava il Mago. Naturalmente questa scenetta si svolse davanti agli esterrefatti visitatori e turisti. E così mi rovinarono tutta la poesia emanata da quei luoghi: era meglio se si andava ad "Urbino ventoso" a "mettere", con le dovute virgolette, l'aquilone, ma lasciamo perdere.

Il Mago si laureò, diventò dottore in chimica e s'impiegò presso il laboratorio analisi dell'Ospedale. E fu bravo, una bella persona, per bene, socialmente e politicamente coerente e sopratutto cara e gentile. Continuo a non sapere cosa unisce gli uomini, ma si sa bene cosa li allontana: la vita stessa. La vita ci divise, come divide tutto e tutti. Io mi sposai, ebbi figli, mi separai, ebbi altre convivenze, altri affetti. Anche la Pera è sposato con prole, ora è un professore in pensione, raramente ci incontriamo, sempre meno. Pure il professor Fiumalbi, detto Cignale, è pensionato ed è diventato un valente scrittore. 

Anche con il Mago non ci vedevamo quasi più, ognuno seguiva il suo corso nel chiuso della propria esistenza e di ciò che viene o che rimane dopo la giovinezza. Lui restò giovanotto per sempre, almeno all'anagrafe, morì giovane, alla fine del duemila, all'età di cinquantatré anni per un tumore alla testa. Quel male se lo prese e ce lo portò via. Non lo volli vedere soffrire, per paura e per una sorta di autismo sentimentale che mi prende in questi casi, come fu per mia madre: andai poco a trovarlo, quasi mai. Altri amici, più capaci, lo fecero, ne vegliarono la fine, non io. Io stetti a lungo in silenzio, in piedi accanto al suo cadavere, già composto nella cassa da morto. Sorrideva per sempre.

Quando vado al cimitero sulla tomba dei miei genitori, faccio sempre una scappata anche dal Mago. Quest'anno non mi era riuscito trovarlo e allora ho chiesto al custode. Ha consultato un quaderno e mi ha detto che era già stato esumato. Sono passati quindici anni e a me pare ieri che era ancora vivo. I suoi resti sono stati messi in un ossario, in alto, con il nome e il cognome incisi nel marmo. Ma senza la foto tombale, solarizzata e virata in azzurro che lo ritraeva con quel suo sorriso accennato, un po' a prenderci in giro: noi e tutta questa vita.

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Ecco, il racconto è finito. Più lungo del solito, perché narra altre vite, anche se niente in fondo delle vite vere. Non so nemmeno se queste cose o parte di esse siano già state scritte qua o là o se, a son di raccontarle e sentirle raccontare, sono diventate una "storia" con le dovute virgolette. "Ogni dettaglio si può descrivere...Niente si può comprendere", questa frase, con virgolette davvero dovute, è stata detta meglio e con un significato diverso e più ampio da uno scrittore laureato e migliore, un critico stimato e severo. Chissà mai perché della vita, delle persone care che amiamo ci restano questi tratti minori, queste gesta da poco, queste buffe, insignificanti cose. Comunque le ho descritte per l'amico del Mago che me le ha raccontate perché le raccontassi come fossero mie. Ho fatto del mio meglio. Lui dice che non può farlo, perché, come ho detto all'inizio, non sa e perché dice che a scrivere si perdono i contatti con la realtà, cosa che lui non si può permettere. E anche questa cosa non so nemmeno se sia vera o sia giusta, ma lasciamo perdere.

Pontedera 14 maggio 2015

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati