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martedì 30 maggio 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il ritorno di Belzeba

di Marco Celati - giovedì 01 settembre 2016 ore 09:00

Una turba di uomini e donne affetta rispettivamente da giramenti di coglioni e nausee gravidiche, pruriti intimi e vaginosi batteriche, composta da aspiranti eroi eponimi, sedicenti divinità indigeti, indigenti, incapienti, incontinenti, esuberanti e impotenti, cazzotenenti e cazzofacenti, poco abbienti e benestanti, incappucciati della Misericordia, ma poco inclini alla stessa, volontari della Pubblica Assistenza senza alcuna intenzione di assistere, internauti, social ed asocial, whatsappari, twittatori, preti, frati, suore mantellate e popolino minuto. Tutti incazzati e tutti quanti autoreferenti. «Noi siamo la cittadinanza!» gridavano «Il popolo sovrano!! Via corrotti, ladri, inquinatori, clandestini e delinquenti!!! In galera!!!! Politici a casa!!!!! »

Una folla si era radunata. La massa, convenuta in piazza Cavour, scorreva verso Corso Matteotti, premeva alla porta del Comune, difesa da un cordone di forze dell'ordine: carabinieri, questurini, guardia di finanza, polizia municipale, protezione civile, cavalieri della gran croce di Malta. Finché la pressione divenne insostenibile e il cordone cedette e fece ala, come i battenti della porta che si spalancarono, divelti. La fiumana di gente si riversò nell'atrio, s'ingroppò lungo la scala centrale, si divise sulle due rampe laterali che conducono al ballatoio. Irruppe nella sala del Consiglio che fu così invasa e occupata.

Il Sindaco eletto era in piedi, pallido, in fondo alla sala, davanti al labaro comunale, al gonfalone della Regione, alla bandiera italiana e a quella, stellata, della Comunità Europea. Si tolse la fascia tricolore e la brandì davanti al popolo insorto e vociante. «Viva la Repubblica, viva l'Italia!» Gridò con voce tremante, ma con tutto il fiato che aveva in petto. Un silenzio improvviso scese sulla folla dei rivoltosi che si fermarono come in un "flash mob", in un attimo che restò sospeso e sembrò eterno. Poi d'un tratto, dal fondo della sala, nel silenzio, si levò, irriverente e sguaiata, una sonora pernacchia e un grido fu lanciato, come di riscossa: «Mavaffanculo!!!» E il Sindaco fu travolto con tricolore, labaro, gonfalone, bandiere e tutto quanto l'armamentario della democrazia di mandato. Anche quella Repubblica era finita, soppressa dalla calca del tumulto popolano.

Il popolo prese possesso del Municipio, sede del potere locale. Fu subito nominato per alzata di mano un Direttorio a tre: la signora Morelli Cesira, in arte Ce', di professione parrucchiera, il perito industriale Gargiulo Antonio, vulgo Antò e l'ingegnere capo Carlo Levandoski, detto, ma solo dalle malelingue, il Perfido, che fu nominato per acclamazione Presidente del Direttorio.

Il Perfido Levandoski imbracciò la fascia tricolore, strappata al Sindaco defenestrato, e la indossò alla rovescia, ma senza sapere o volere, alzando le braccia in segno di vittoria fra gli applausi d'approvazione dell'assemblea. Decretò seduta stante inaugurata la stagione della democrazia diretta e digitale. Risuonavano nel Corso sottostante gli echi di fanfara della Banda, sopraggiunta fra due ali di folla plaudente, a suggellare lo storico e rivoluzionario momento, intonando al ritmo di tube, piatti e grancassa, le note inconfondibili dell'inno cittadino.

Che sogno incredibile! Mi sono svegliato, di soprassalto e tutto sudato, nel cuore della notte. Dovevo bere. Barcollando sono andato in cucina, ho acceso la luce: Dio, che paura!!!

«Macché dio e dio! Sono il tuo diavolo custode, Belzeba, ormai dovresti saperlo

In effetti mi ero già imbattuto in lui in un precedente racconto. L'apparizione improvvisa continuava comunque ad essere terrificante e raccapricciante: vestito di nero, se di vestito si trattava, ali scure raccolte sulle spalle come di pipistrello, mani e piedi verdi di tarantola, un ghigno grigio e beffardo ed occhi sfavillanti.

Pur preso dalla paura, non ho fatto a meno di notare che teneva il capo piegato in modo strano ed aveva una sciarpa rossa, avvolta intorno al collo. Chissà perché, pensavo.

«Te lo dico io perché» mi legge nel pensiero «mi sono beccato un torcicollo in queste sembianze terrestri. Un po' umane e un po' animali: tanto che differenza c'è! »

«Come, come mai ? » Balbetto.

«A causa dello sbalzo di temperatura tra l'inferno e questo vostro tempo bria'o, come dite in Toscana. Caldo, freddo e niente più clima temperato, le rimpiante mezze stagioni. Siete bravi, voi umani, a dannarvi anche senza noi diavoli o forse, chissà, gli allievi hanno superato i maestri

«Che vuol dire? » Replico, a difesa della categoria.

«Lo sai, non fare il furbo. È dal modo come trattate la Terra che deriva tutto questo. L'effetto serra, l'innalzamento della temperatura del vostro pianeta, dei mari, dell'atmosfera; lo spreco di materia e di energia, tra l'altro distribuite senza equità, l'uso eccessivo dei combustibili fossili. Avete trasformato il mondo in un immondezzaio. Vuoi che continui? Satana, il mio principale, è fiero di voi e anche noi diavoli. È che io sono un buon diavolo, in fondo, e un po' mi dispiace. Ho compassione di voi: pretendete di vivere sopra le vostre possibilità e convivete sotto assedio con i vostri diseredati, ma sarete voi stessi senza eredità e senza futuro. Poi, a volte, date il meglio di voi nei momenti peggiori. Quando la Terra, l'aria e l'acqua, quando l'umanità, i popoli sottomessi, vi si rivoltano contro.»

«Ho fatto un sogno strano» ho detto per sviare il discorso «c'era l'assalto al Comune...»

«Lo so » m' interrompe «te l'ho mandato io

«Te muovi i sogni? »

«Muovo questo ed altro.»

«E perché diavolo mi hai mandato quel sogno?»

«Così. Perché mi giravano le palle per il torcicollo causato dal clima e per insegnamento. Facile fomentare la gente in questo Paese con la politica, la società, la classe dirigente, l'ambiente e la crisi che vi ritrovate.»

«Ma sarai stronzo!?»

«No, sono un diavolo, un angelo ribelle e faccio il mio mestiere, che diavolo! »

«Senti, angelo ribelle dei miei coglioni » prendo coraggio«ma ci vai in culo! »

«Attenzione! A dire parolacce si va all'inferno...»

«Per così poco? Avevo fatto la bocca al purgatorio, semmai

«Che purgatorio?! Non esistono più le mezze stagioni e nemmeno le mezze misure, i giudizi moderati: o tutti dottori o tutti pezzi di merda o all'inferno o in paradiso. E te il paradiso scordatelo. Ti conosco mascherina! »

«O tutti dottori o tutti pezzi di merda, lo diceva anche Brucione.»

«Brucione? Mi piace Brucione: la parola mi ricorda qualcosa. Una bella fo'ata e giù tutti a bruciare all'inferno! »

E d'improvviso, Belzeba, come era apparso, scomparve, così mi ritrovai in cucina, solo come un bischero, in mutande, con un bicchier d'acqua in mano, nel mezzo della notte d'estate. Di questa incerta e tardiva estate, con questo clima di merda.

Tornai a letto sperando di riprendere sonno senza ricadere in quel sogno assurdo e nemmeno di meritarmi, in fondo, l'inferno annunciato. La vita, spesso, è già infernale di suo.

Marco Celati

Treggiaia, 23 Luglio 2016

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Il diavolo col torcicollo è un'idea di Ivanoe Mencacci, detto "Il Secco".

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati