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lunedì 27 giugno 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il romanzo

di Marco Celati - lunedì 21 settembre 2015 ore 10:16

Non riesco a scrivere. Devo scrivere un nuovo racconto per Qui News e non mi esce niente. Questo schermo bianco è una tortura. Lo sapevo: non dovevo darmi tutte queste arie, assumere questa prosopopea da "scrittore". Ho finito i vecchi racconti e non ho niente di nuovo da dire. Ho messo su una musica evocativa, ma niente. L'ho spenta, meglio invocare il silenzio. 

Nemmeno il frinire tardivo delle cicale mi suggerisce qualcosa, mi offre uno spunto. Eppure è evocativo il paesaggio che mi si affaccia davanti alla finestra dello scrittoio: la Valdera all'imbrunire offre il meglio di se' e all'orizzonte le colline definiscono la scena terrestre. Ecco, anche le cicale si sono chetate e resto immerso nel mio vuoto d'ispirazione. Sento lontano, a fondo valle, la strada col suo transito di auto che richiama la gente di campagne e colline dal loro industrioso e affaccendato vivere. 

Dal campo sportivo del paese, più giù in basso, arriva a tratti il vocio dei giocatori che disputano una partita: hanno acceso le luci del campo di calcio. Nell'aria si avverte un odore di fumo, di arbusti bruciati, che ricorda usanze contadine. Un osservatore arido annoterebbe: diossine in atmosfera. 

Zanzare fastidiose in livrea da combattimento vengono a disturbarmi. Batto le mani, qualcuna ne schiaccio. Al più prendo aria: mi sembra di potervi raccogliere una metafora indolente. Qualche cane latra, ogni tanto, in rappresentanza del mondo animale. Ma la più bestia di tutti sono io che non do significato alle cose e non mi riesce seguire un filo che sdipani una storia. Come fanno i "colleghi" che s'inventano gialli, noir o romanzi con un principio, uno svolgimento e una fine? E tutto, in qualche modo, torna: i nomi, gli intrecci, le circostanze, l'ambientazione sono inventati, ma corretti, veri. Anzi più veri del vero che spesso non è o non riconosciamo come tale. Succedono cose in quelle storie che non vivremmo mai, nemmeno più volte reincarnati. La vita, come il male, è banale. Quegli scrittori hanno studiato di più? Certo. Hanno più fantasia? Ancora più certo. Sanno di più? Certissimo.

E io sono qui che scrivo e cancello, riscrivo e cancello di nuovo e non mi viene un periodo sciolto, lineare che porti le parole al loro destino che è quello di comporre una bella scrittura che a me riesce invece tortuosa e di difficile significato. E scabra e ruvida, spezzata e involuta. Sarebbe meglio se scrivessi di meno e leggessi di più. A volte sembro uno con la forchetta in mano in un mondo di minestre in brodo. Ma anche questa è presunzione.

È ricomparso il porkettaro davanti a Villa Toscanelli: ho inviato un messaggio etereo a mio figlio che abita non lontano da me, dall'altra parte del fiume, di là dalla campagna e là conduce la sua vita. Gli ho detto è tornato: una botta di vita, perché non ne approfittiamo? È il nostro ristorante all'aperto: si mangia porketta, lampredotto o trippa, conditi con un peperone assassino che birra forte o vino cattivo non riescono a spengere in gola. E siamo seduti ad un tavolo improvvisato sulla piazzola di un tratto di strada dismessa, in mezzo ai campi, mentre scende la sera e magari la luna, misteriosa, si affaccia.

Ma il figlio ha risposto, cortese e sempre per etereo messaggio: ho invitato a cena la mamma, alla prossima.

Be', scorre la vita e intanto ho riempito mezza pagina di queste sciocchezze. L'altro figlio è in un'isola in Thailandia, in viaggio di nozze. Non so nemmeno di preciso dove. Mi ha mandato un messaggio con la foto di un'esotica spiaggia e di un mare tranquillo dove lui s'immergeva. Gli ho detto ci sono squali? Un padre deve essere sempre premuroso e bene augurante. Ha risposto sì, ma sono innocui. Ho chiesto, ma loro lo sanno? Tranquillo, mi ha scritto, sono squali vegani. E qui ho dato il meglio di me: un padre deve sempre dare buon esempio e ho concluso con una battutaccia omofobica e politicamente scorretta di cui mi vergogno e che non dovrei ripetere, ma sono costretto per contratto assunto con me stesso a scrivere e scrivere e allora la dico: Mangiano solo finocchi?! Non è nemmeno granché come battuta, deve essere l'effetto dell'insetticida spray, dato intorno allo scrittoio per cacciare le zanzare tigri, che mi prende alla gola e mi stona. Perdono Garcia Lorca, Pasolini, Sandro Penna...Chiedo scusa: nella vita non sono così.

Pensate che pensavo di fingere una storia in cui i vicini mi chiamavano urlando che c'erano dei ladri: dei clandestini, gridavano, suggestionati dalle immagini della biblica migrazione di un'umanità percossa e sofferente che appaiono sotto i nostri occhi nei giornali e alla televisione. E allora io scendevo eroicamente dalla scala a chiocciola del terrazzo, giù a piano terra e li allontanavo e poi, non so come, si sarebbe dovuto trovare un uomo morto, carbonizzato in un'auto e svolgere una trama avventurosa che portava a scoprire gli assassini. Ma alla fine mi sarei svegliato con la testa appoggiata allo scrittoio e sarebbe stato tutto soltanto un brutto sogno. Queste cose non succedono nella vita reale. Non qui.

Poi ho visto la foto di quel bambino, Aylan Kurdi: un delfino d'uomo spiaggiato e ho capito che noi non scriveremo mai più grandi romanzi. Di là dal dolore, di là dal mare profondo di odio e crudeltà, di là dall'impotenza e dalla prepotenza dei poteri e degli dei, stanno le patrie senza nazioni, le patrie vere, le grandi storie di questa tragedia, gli orizzonti negati e sconfinati di giustizia. Là stanno i romanzi, ma occorrono più puro cristallino, lenti adatte e linguaggi diversi per chi non voglia rinunciare a credere .

Mi ha telefonato Fadak, un amico senegalese, un ambulante che vende ai mercati, quando un posto gli tocca, le sue borse e i suoi quadri. Mi ha detto che finalmente ha ricevuto una casa popolare a La Rotta. In quella dove coabitavano la sua ed un altra famiglia non riusciva più a pagare l'affitto.

"È piccola e un po' rovinata".

"La sistemerai te" gli ho detto.

"Sì, Inch'Allah" ha riposto.

"Siete te e tua moglie? È tornata dal Senegal?"

"Sì" ha risposto.

"E la bambina?"

"La bambina sta a volte con noi. È con la famiglia italiana che la tiene. Ha sei anni ormai. Passa il tempo..." mi ha detto e mi sembrava di sentirgli nella voce un tono triste.

"Sì, passa" gli ho risposto.

"Grazie" mi ha detto.

"Di cosa? Non è me che devi ringraziare, ringrazia il Comune".

"Ciao" mi ha detto "Grazie".

Ecco, questa specie di racconto, questo non racconto, può solo finire qui, può solo finire così. Scusate.

Pontedera 10 settembre 2015

Marco Celati

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