QUI quotidiano online. Registrazione Tribunale di Firenze n. 5935 del 27.09.2013
PONTEDERA
Oggi 22°33° 
Domani 22°33° 
Un anno fa? Clicca qui
Qui News valdera, Cronaca, Sport, Notizie Locali valdera
venerdì 01 luglio 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

​LA SCRITTURA Lettera ad un amico

di Marco Celati - venerdì 25 settembre 2015 ore 16:44

Uno studioso di tradizioni popolari si aggirava per l'antica Lucania in cerca di testimonianze del folklore locale; s'imbatté in un pastore che, con il suo cane, pascolava le pecore e gli chiese:

"Scusi, lei è lucano?"

"No, i' so' lu pastore, lu cano è isso!"

Rispose l'uomo indicando la bestia.

Divertente e paradossale, vero, amico mio, questo fraintendimento dovuto al linguaggio dialettale?

Ebbene, divertente è divertente, ma in realtà non così paradossale. Vige già, a tal proposito, un'evidente confusione lessicale: si dice infatti cane da pastore. E perché mai? Forse che il cane "guarda" il pastore? No. Tiene a bada le pecore e allora sarebbe più giusto dire cane da pecore. Anche perché la confusione aumenterebbe ulteriormente se volessimo considerare la razza del cane. Mettiamo fosse un pastore maremmano e volessimo specificarlo nella descrizione. Diremmo un cane da pastore maremmano: ma nel senso del cane o del pastore? E se non fossimo in Maremma, ma, appunto, in Lucania? A voler essere precisi, e ne conosco di scrittori precisi, dovremmo dire: un pastore lucano con il suo cane da pastore maremmano. Ma allora?! Che manifesta e imbarazzante contraddizione tra significante e significato!

Alla fine, con buona pace del sommo Umberto Eco, chiedersi come nel "Nome della Rosa" se venga prima il nome o la rosa, diventa una "bucciata di co'omero", come si dice dalle nostre parti. E mi parrebbe assai meno elegante chiedersi se venga prima il nome o il co'omero...

Ma allora che cos'è la scrittura, amico mio? Un fraintendimento talora: l'idea che si possa descrivere tutto con un alfabeto di segni e di parole. Le cose che ci circondano, il mondo animale e vegetale e le persone che del mondo fanno parte. E persino dare un'idea astratta di quello che non c'è o ci potrebbe essere o avrebbe potuto esserci.

Ciò che abbiamo trascurato e perso, ciò che non abbiamo avuto e anche ciò che abbiamo dimenticato: cosa assurda, perché se lo abbiamo dimenticato come facciamo a descriverlo? Eppure la scrittura, amico mio, pretende di dare un senso anche a ciò che non è: all'incognito.

E tutto con segni che descrivono suoni oppure sono del tutto arbitrari e compongono sillabe che diventano una lettera che forma una parola. E questa parola, amico mio, che sia tra noi leggera o pesante come pietra, vuol dire, significa e descrive qualcosa o suppone di farlo: un oggetto, un soggetto, un verbo, un aggettivo, una cosa, una pianta, un animale o una persona.

E ciò che è rappresentato da quello scritto e dal suono di quella parola è proprio l'essenza di ciò che è? O si scrive e si chiama così solo per nostra convenzione? Bella è inutile disputa nominalista, amico mio.

A volte penso che occorrerebbero ideogrammi, moderni geroglifici per cogliere e rappresentare meglio l'essenza delle cose, gli stati d'animo, la condizione materiale e immateriale del mondo, l'anima vivente del tempo che attraversiamo. I piaceri e le sofferenze, gli orrori e le meraviglie, gli amori e i disamori, le ingiustizie e le ansie di cambiamento, le aspirazioni alla vita che contrastano il destino della morte.

E così questa scrittura, queste lettere, questa letteratura, che non è che la scrittura delle lettere, pretendono di descrivere pure quel battito doloroso del mio cuore, senza riuscirci, amico mio.

Sì, perché il mio cuore, il cuore di tutti, ha almeno un battito doloroso, prima o poi. E solo i più fortunati, scampati a questa pericolosa aritmia, lo sanno. E quel battito talora ci spinge a scrivere questi segni, così arbitrari e così convenzionali, per la memoria di ciò che non sarà più, perché vi restino incisi.

Scrivere dunque è o può essere un fraintendimento, un inganno: come questa lettera che sembra tanto profonda e in fondo vuol dire un bel niente. C'è solo da sperare, amico mio, che sia come quando si ricerca e poi qualcuno troverà, come quando si semina e poi si raccoglie. O qualcuno lo farà.

La scrittura, amico mio, è un demone che ti prende e non ti lascia più. Ma per scrivere ci vuole fortuna e tempo. La fortuna nessuno sa valutarla, nessuno sa cosa sia e alla fine nemmeno il tempo. E allora scriviamolo meglio: per scrivere bisogna eludere la fortuna e soprattutto ingannare il tempo. Per scrivere occorre un non tempo.

Saluti, amico mio e a presto.

Pontedera, 15 settembre 2015

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati