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venerdì 30 settembre 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Plenilunio ritrovato

di Marco Celati - lunedì 06 aprile 2015 ore 17:41

Questo è ciò che resta e sarà del passaggio della luna e del sole, della nostra vita breve: questo paesaggio lunare che segna la notte e la terra, che segna paesi e città e sembra attrarci come la marea per rilasciarci alla vita.

Questa poesia ha una sua "storia" che va raccontata: narra di una perdita e di un ritrovamento, in bilico tra dannazione e mirabilia del progresso. Ha anche evocato un'immagine che ho creato utilizzando un programma di grafica e pittura che si chiama Bamboo Paper, un'efficace diavoleria moderna regalatami dai miei figli, per un compleanno di qualche tempo fa; meglio non precisare. Loro sono moderni, anzi contemporanei, moderno sono io che vengo da un altro secolo. Come maldestro artista, semmai più a conoscenza di matite e pennelli, mi sono cimentato. Eccovi storia, poesia e immagine di "Plenilunio", anzi di "Plenilunio ritrovato".

Giovedì 22 agosto 2013 a tarda notte sul terrazzino di meditazione, spruzzato l'insetticida, cosparse braccia e gambe con unguenti per allontanare le zanzare, accesa la finta lanterna cinese a pile, sotto il chiarore e l'influsso della luna piena, ascoltando in cuffia Jovanotti come deterrente agli eccessi lirico romantici, tanto l'ispirazione era potente, sul Pad, in una sorta di dormiveglia, ho scritto "Plenilunio".

Sette quintine o cinquine? no le cinquine sono della tombola, insomma sette strofe, ciascuna di cinque righe o periodi? in versi sciolti. La metrica non è il mio forte, ma ci siamo intesi.

La poesia mi parve bella, del resto è al confine della notte con il giorno o viceversa che ci sopraggiungono i pensieri che poi si dimenticano e si perdono: i migliori forse. Vale forse per i pensieri ciò che si pensa della vita: che le cose che si perdono sono quelle che si amano di più o che si ama solo ciò che si perde.

La poesia parlava della magia del pallore lunare diffuso sulla macchia verde scura degli ulivi in collina, delle luci tremolanti dei paesi dintorno: le solite cose dei poeti o presunti tali, come nel mio caso, ma le diceva con grazia e compostezza. Invocava una tregua, se non ricordo male, e concludeva con il riferimento alle maree, paragonate alle esistenze che vengono attirate e rilasciate nel continuo della vita.

Stavo dando il nome al documento, quando ebbi un'incertezza fatale, uno spasmo incontrollato: cliccai due volte non so che cosa. Apparve una scritta in inglese che mi dava due alternative, mi pare, scelsi la prima come un atto riflesso. E d'improvviso la poesia scomparve, ridotta ad un'icona d'archivio, si vedeva che c'era, ma una scritta maligna ripeteva ossessivamente, questa volta in italiano, "impossibile aprire il documento" e mi imponeva crudelmente anche l'ok per andare avanti. Forse l'umana ignoranza tecnologica era riuscita a creare un conflitto irrisolvibile alla macchina perfetta!

Nei giorni successivi provai in tutti i modi, collegandomi al computer, aggiornando i programmi e sincronizzando le applicazioni, manovre sempre misteriose, insondate e imprevedibili, ma niente: la poesia era persa nei pixel indecifrabili, nei meandri tecnologici dell'informatica, era laggiù, da qualche parte, ma non risaliva in superficie, non palesava il suo significante e il suo significato al debole occhio umano, ancorché amplificato da potenti, ma rudimentali lenti d'ingrandimento.

Provai a riscrivere i versi, andando a memoria, ma alcuni passi proprio non li rammentavo, non so cosa avevo scritto e soprattutto come. E poi il "primavoltismo", si sa, è ineguagliabile.

"Plenilunio" rimase per diverso tempo così: un altro pensiero perduto e, come tutte le cose possibili, ma non realizzate, mi ero rassegnato ad amarlo con disperazione e a rimpiangerlo per sempre. Così è la vita.

Ma, come la vita, il progresso toglie, il progresso dà. I carbonai si estinsero con l'avvento dell'elettricità che però negli anni avvenire rese molto lavoro: di più e migliore. Così, dalla macchina di Turing in poi, e stato e sarà anche per l'informatica. Qualche mese dopo infatti, dando luogo all'ennesimo, estenuante e misterioso aggiornamento di sistema, nel programma di scrittura sul Pad mi era parso di vedere un miglioramento, una maggior definizione dei testi contenuti in archivio. Mi sono avvalso di una lente d'ingrandimento ed eccola la poesia! Si lasciava nuovamente decifrare, riaffiorando in superficie sull'insondabile e sorprendente tecnologia del computer e dei suoi circuiti stampati. Usciva dal virtuale e tornava al mondo reale. Così il mio plenilunio di nuovo sorgeva, illuminando la pagina e la memoria.

PLENILUNIO

C'è nella valle avvolta dalla luce lunare,
nella macchia scura degli ulivi che scendono
dalla collina, nelle luci lontane e tremolanti
delle case dei paesi d'intorno e nel cielo
notturno, c'è come un magico chiarore.

Un pallore indistinto che fissa le cose
che ferma l'istante e il tempo su di noi
mentre viviamo, vivendo, osservando la vita
e gli amori, gli affetti, le civili discordie
che avvamparono questa campagna.

Come le albe e i tramonti di tutti i soli
che segnavano il tempo quotidiano di levarsi,
faticare, riposare prestando braccia ed opera
maledicendo le stagioni e le piogge cattive,
presagio di scarsi raccolti da dividere.

Padroni e marchesi bastardi per contadini
rudi e scaltri, pronti al riscatto e alla rivalsa,
alle lotte, alla galera e capaci di impugnare
legali contese rivendicando terra e diritti.
Oggi restano case dirute, sparse nei campi,

ma stanotte la luna colora e tutto rischiara
e c'è una magia nel silenzio, solo interrotto
dal transito delle auto sulla strada asfaltata,
c'è una tregua compassionevole e serena
come non ci fossero più ferite o lacrime,

più vinti o vincitori, più ragioni di affanno
per l'esistenza di ognuno e la natura
non domini o subisca dominio, mentre
latra un cane e abbaia alla luna, lontano
nel mistero della macchia e del bosco eterno.

Treggiaia, 14 ottobre 2013

Marco Celati

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