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domenica 11 dicembre 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Pubblicare humanum est

di Marco Celati - giovedì 03 marzo 2016 ore 16:13

A Giovanni

Perché non pubblichi? I tuoi racconti sono interessanti, mi dice qualche amico in vena di lusinghe. Rispondo, a chi vuoi che interessino questi racconti del cazzo? Sono fatti per ingannare la vita e non ci riescono neppure. Il testo è incerto, incerto l'autore. È bello un libro, odoroso di carta, ma vuoi mettere la bellezza di un pioppo dritto, svettante in un'albereta della campagna Toscana? Ho troppo rispetto per gli alberi.

Puoi usare la carta riciclata... È vero, ma anche in questo caso si generano scarti, il pulper di cartiera che deve essere smaltito: non esiste il rifiuto zero perché niente si crea e niente si distrugge: tutto si trasforma e tutto, ma proprio tutto, produce un bel casino. Un casino che crea entropia che è la misura fisica dell'aumento del casino del mondo.

Preferisco di no, grazie, se resisto alla mia vanagloria, preferisco così. Si pubblica virtualmente in rete sperando che qualcuno legga: chi proprio non ha niente di meglio da fare che stare appiccicato a un cellulare, a un pad o a un computer. La maggioranza di noi, dopotutto. E si risparmiano i pioppi e il pulper di cartiera. Si contribuisce anche meno al disordine del mondo che è già così disordinato e ingiusto di suo.

Niente ricordi o lasciti scritti. Dopodiché tutto sarà vano e rimarrà soltanto una memoria di affetti. Qualcuno un giorno troverà solo nei cassetti o fra gli scaffali, fogli sparsi, scarabocchi da buttare o tuttalpiù conservare sotto altri documenti di privata o pubblica inutilità o impilare tra i volumi di una polverosa libreria. Oppure rinverrà qualche remoto file, perso in un computer o in qualche diavolo di aggeggio informatico, elettronico, telefonico della nostra barbara e progressiva modernità.

Tanto poco resterà e sarà come quando le onde si frangono sui frangiflutti davanti alla spiaggia. Siamo stati tutta la vita su quella spiaggia sabbiosa o sulla scogliera scoscesa a guardare le onde che si frangono e consumano i massi delle dighe. Vengono le onde a due a due, a tre a tre, in serie diverse, più calme o più minacciose e noi siamo rimasti lì, al riparo, riparati dai frangiflutti. Poi un giorno una mareggiata sovrasterà le dighe e si porterà via la spiaggia o quel poco che resta di scogliera e rimarranno solo i frangiflutti inutili ed il mare.

Perché sparisce la costa, quella spiaggia, quella scogliera? Per nostra colpa? Perché abbiamo modificato qualcosa del corso, altrimenti immutabile, della natura? O solo impercettibilmente nei millenni mutabile. Oppure perché la natura muta di per sé e non impercettibilmente e ogni cosa è destinata in un tempo visibile a nascere e morire: noi, la spiaggia, la scogliera. Così la vita, il tempo, il vento, le correnti, le onde del mare e del destino ci portano e ci perdono. E da qualche altra parte riportano altra vita, altra spiaggia, altri sassi corrosi dal mare. Per poi disperdere tutto ancora e ancora e ancora.

I nostri scarabocchi sono quei frangiflutti che qualcuno ha frapposto nel mare non si sa con quale utilità, né si può del tutto dimostrare il loro danno. Restano lì, in preda alle correnti e ai marosi: resistono. Per cosa, se il mare si porterà via tutto? O forse proprio per questo?

Il nostro mare è interno, in mezzo a terre ferme. Immagino che qualcuno avrà visto l'Oceano e sentito il vento sulla faccia e lo struggimento che prende gli uomini davanti al mare aperto, la malinconia della terra, dello stare e del viaggiare. Non ci sono dighe e di là dal mare e di là dalla terra ci saranno altri mari e altre terre che non aspettano. Dove "il mare finisce e la terra comincia" e dove la terra finisce e ricomincia il mare. E anche chi si ferma, chi dimora, chi osserva la spiaggia lo farà con l'ansia e la solitudine che si provano dinnanzi all'infinito. Cosa mai devo scrivere ancora, che cosa pubblicare? Del viaggio, della spiaggia, del mare Oceano niente ho fatto e visto, niente ignoro e niente conosco. I frangiflutti del mio interno mare verranno sommersi e poi sarà di nuovo azzurro e bonaccia e sole.

Marco Celati

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Pontedera, 10 Febbraio 2016

"Qui il mare finisce e la terra comincia" è l'incipit del romanzo "L'anno della morte di Ricardo Reis" di José Saramago, premio Nobel e concittadino onorario. La frase è tratta da "Os Lusíadas", "I Lusiadi", un poema portoghese epico scritto da Luís Vaz de Camões che narra le gesta di Vasco de Gama: è paragonato all'Eneide di Virgilio. Ricardo Reis è uno degli eteronimi di Fernando Pessoa. 

Marco Celati

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