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sabato 03 dicembre 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Un racconto ed una poesia

di Marco Celati - venerdì 27 marzo 2015 ore 14:44

RACCONTO D'INVERNO

L'auto procedeva zigzagando. Da tempo nella Valdera non esisteva più una strada diritta.

Ogni Comune, per smaltire rifiuti e racimolare risorse, aveva la sua discarica. Pesanti camion, provenienti da tutta la regione, ansimavano per i centri urbani, scaricando le loro mefitiche esalazioni e intasando di traffico città e paesi.

Ovunque erano sorti comitati di protesta. Così, grandi e piccole circonvallazioni erano state realizzate a tempo di record.

Da allora tutti i percorsi si svolgevano in linea curva e la zona si era trasformata in un gigantesco raccordo anulare.

Grandi slarghi d'asfalto tagliavano i campi che un tempo erano stati valli alluvionali. Ben presto i paesi e la Città "capoluogo della zona" scomparvero dalla vista e dalla memoria. Le tangenziali veloci aggiravano e portavano via tutto: la gente, i commerci e la sua donna, un giorno che gli disse "non ti amo". I migliori addii sono sempre i più brevi.

Ma non era rimasto solo con se stesso: per fortuna la sua personalità si era scissa ed ora un severo attivista civile e un decadente lirico intimista coabitavano in lui.

Pioveva quasi ininterrottamente ormai da una settimana. Stava guidando verso casa.

Le strade erano lame d'acqua. I fossi, che nessuno da anni più curava, erano colmi; la collina e i terreni incolti precipitavano la pioggia nei torrenti che traboccavano. Il Fiume, già martoriato dalle cave di ghiaia, aveva, per l'ennesima volta, invaso le golene dove oggi erano case e fabbriche e premeva verso la Città fin sotto i ponti, alla confluenza con l'Arno, anch'esso gonfio e minaccioso.

Dopo le grandi circonvallazioni, c'era stato il periodo degli argini. Erano stati innalzati un po' ovunque, lungo il corso del Fiume, sulla riva destra e la sinistra, per proteggere gli abitati e ora le piene si incanalavano sempre più pericolosamente e vorticosamente a valle verso la Città. "Dipinte in queste rive/ son dellumana gente/ le magnifiche sorti e progressive"...

Il Fiume aveva un nome bello e evocativo che declinava all'imperfetto il verbo essere, fino a rievocare un'epoca passata: forse un richiamo, un avvertimento alla memoria e alla sicumera degli uomini.

C'erano alberi e la cascatella dove Nicola perse un sandalo, Nicola che perse la vita, c'erano tonfi dove i ragazzi si tuffavano, svestiti di camiciole e qualcuno annegò. Il Fiume Era lo prese, "un giorno atroce lo prese e l'immerse anzitempo nel buio".

Il tergicristallo sbatteva l'acqua scrosciante. Presto, a casa; forse la consueta veglia in Municipio con le autorità e i volontari allertati.

Riecheggiavano nella mente le parole finali di una pietà, raccolte chissaddove "... pietàper i fiumi ed i torrenti in piena/ che ci rendono la forza della distruzione/ pietàper gli uomini e le ferite inferte".

I ragazzi erano al sicuro? I ragazzi crescevano. I giacchetti erano diventati blusotti e ora si chiamavano bomber. I ragazzi erano OK. Passava il tempo. Altre generazioni.

Aveva chiaramente dei problemi con la fenomenologia bizzarra del mondo, ma anche un

conto in sospeso con l'essere, oltre che con la banca.

Arrivato alla tangenziale, tra gli schizzi sollevati dalle auto, scorgeva la Città dov'era la pioppeta, dov'era la Curigliana, la Bellaria, dov'erano tutti i ricordi che si perdono, i palazzi e le officine.

Allora, proprio in quel frangente, mentre imboccava la curva del raccordo e pioveva ancora e lui guidava e indugiava in quell'esercizio di destrutturazione, gli sopraggiunse un dubbio, un sospetto, una rivelazione.

Anzi, due. Che la vita è solo ciò che accade e che forse, dopo anni di discariche, di strade e circonvallazioni, di argini e di alluvioni, non sarebbe stata data un'altra occasione alla "Città dello sconforto, dove piove, tira vento o suona a morto".

Gennaio 1994

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FRA TANTI

Spesso le persone che ci disprezzano di più
sono quelle che amiamo o che abbiamo amato,
forse perché ci conoscono meglio o forse no.

Mi piace trattenermi a tavola in un posto frequentato
e scrivere, appuntare pensieri che passano e fuggono,
fermarli vuol dire sentirsi più vivi, se la mente è leggera:

sentire che nel frastuono delle cose che accadono,
nel vocio indistinto della gente, nella babele dei dialetti,
è ancora possibile isolare un concetto, essere sé stessi,

anonimi, incuranti delle ingiurie del tempo, delle offese
il prossimo fa al prossimo suo o di questa usanza
festosa e pesante di urlare in un gruppo gregario.

E gettare uno sguardo distante al di fuori: ai campi,
alla valle o ad un semplice, artificiale laghetto,
alla natura che ci circonda, impassibile e bella.

Tra gli odori e i profumi di persone e pietanze
nasce un discorso per niente e nessuno e tra tutti
si può scrivere e ignorare, essendo ignorato.

È incredibile come si possa essere soli fra tanti
che ti conoscono o dicono di conoscerti bene,
d'averti sempre conosciuto e perfino d'esserti amico.

Marzo 2015

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati