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martedì 27 settembre 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Uomini & Rettili - Il ramarro smeraldino

di Marco Celati - mercoledì 13 gennaio 2016 ore 17:55

“Marco, Marco! Vieni a casa, è ora di cena!”

La mamma mi chiamava dalla finestra di casa che dava sul campo di gioco. Su quel campo passavamo le nostre giornate. Eravamo ragazzacci di periferia e il tempo era lungo per noi. Il quartiere della Bellaria, dove le nostre famiglie negli anni ’60 erano venute ad abitare e vivere, era situato all’immediato confine della città che in quegli anni cresceva come il progresso che aveva portato nelle nostre case la televisione, il frigorifero e la lavatrice. Il quartiere era posizionato ad ovest, verso la piana che porta alla costa e di giorno la brezza, che si levava dal mare lontano, portava un’aria che, specie d’estate, rinfrescava. Per questo si chiamava Bellaria. Oggi da ovest a volte arrivano gli odori della discarica e degli impianti della raccolta dei rifiuti. “Altro comfort fa per noi ora, altro sconforto”. Quando i muratori lasciavano i cantieri, giocavamo a rimpiattino nei palazzi in costruzione e ci arrampicavamo sulle impalcature spenzolandoci dai tubi “Innocenti” come Tarzan nella Jungla. Ci buttavamo da piani sempre più alti sui mucchi di rena e di ghiaia, più di uno si ruppe una gamba. Erano prove di ardimento nella dimensione epica della vita. Ma il campo era il campo. Ci avevamo messo due porte rudimentali e lì ogni pomeriggio ci trovavamo: due capitani facevano la conta, sceglievano a turno i giocatori delle squadre e poi iniziava la partita. Era un campo che il contadino non coltivava, oltre la vigna, tra le case: a dorso di mulo, se imparavi a giocare e portare avanti la palla lì, potevi giocare bene nei campi di calcio veri. Quando giocavo imprecavo e litigavo, dicevo parolacce non risparmiavo offese, mi picchiavo, ne davo e ne prendevo, più spesso ne prendevo.

“É rigore ti dico! Lo batto io.”

“Fori!!! Bene, San Giovanni ‘un vole ‘nganni!”

“Ma vaffanculo te e la tu’ sorella.”

“La tua!”

Quella sera i miei mi stavano guardando dalla finestra, non me n’ero accorto e avevo dato il meglio di me, sbagliando anche il rigore. La mamma restò sorpresa della mia sguaiataggine e mi rimproverò non senza un lieve sorriso. Il babbo scosse la testa e disse “non era rigore”. Andai a lavarmi le mani e le ginocchia sbucciate e sanguinanti e poi a cena. Il babbo cantava alla mamma “Io che ho avuto solo te”. C’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo. Io che amo solo te, io mi fermerò e ti regalerò quel che resta della mia gioventù. Io che ho avuto solo te. Il mondo ci sembrava tutto intero. La noia di certi pomeriggi era interminabile, assoluta, non crescevamo mai, ma il tempo era nostro, stava dalla nostra parte.

Alla fine anche il nostro campo fu venduto, ci aprirono un cantiere. Ci giocammo un’ultima volta, poi lo cospargemmo di fiori e gli dicemmo addio per sempre. La nostra vita sarebbe cambiata. Oggi ci sono sopra due case. In una di queste ho pure abitato.

Un giorno d’estate una frenesia prese il gruppo: con carabine, fionde, sassi e bastoni, dichiarammo aperta la caccia a lucertole, ramarri e tarantole. Fu una carneficina, riempimmo un bidone di cadaveri delle innocenti bestiole. La crudeltà dei ragazzi è pari alla loro innocenza.

La mia prova del coraggio era prendere lucertole e tarantole a mani nude. Bisognava afferrarle tra la testa e le zampe anteriori. Erano fredde, specie le tarantole che emettono un verso stridulo, una lucertola più grossa mi morse, un taglietto, il dito sanguinò.

Un giorno, che ero già più grande, con amici sconfinammo nella Curigliana, una campagna inesplorata e selvaggia. C’erano ancora le casematte a forma di igloo che ricordavano il tempo di guerra. Dentro escrementi e schifezze varie. Vedemmo un grosso biacco frustature muoversi a spire sinuose nel pantano e poi, tra le piante del granturco, mi apparve, bello e primitivo, il ramarro smeraldino. E capii che quelli che chiamavamo ramarri erano in realtà rogioli, lucertole verde scuro, solo un po’ più grandi. Stava sulle zampe anteriori con la testa sollevata, imponente e maestoso, verde chiarissimo. Non arretrava mi osservava curioso e sfidante. Sembrava dirmi piccolo uomo, selvaggio e malvagio, prenditela con me, se ti riesce, non con i più piccoli. Era l’erede dei dinosauri che avevano abitato la Terra molto prima di noi. Era una divinità rettile. Rimasi paralizzato, in ammirazione. Lo smeraldino regalmente si ritirò nella sua foresta di mais. Quando chiamai gli altri era già sparito. Era venuto per me: il coraggioso cacciatore di lucertole a mani nude.

Da allora non ho più preso lucertole con le mani forse per quell’apparizione o forse perché stavo diventando più grande e da grandi si perdono coraggio e incoscienza. Il sole stava calando sulla Curigliana, riprendemmo la strada di casa con gli amici che mi sfottevano, increduli.

Alcuni di quei ragazzi non sono più, non hanno avuto il privilegio e la noia d’invecchiare. Di tanti ho perso le tracce né mai le ho cercate. Rivederci a volte ci dà un misto di tenerezza e fastidio. È così che si cresce e si diventa adulti: lasciandoci alle spalle chi siamo stati in altre età.

Finché non si realizza che ognuno si perde in sé stesso: non sono stato quello che avrei pensato di essere, sono stato quello che mi è capitato di essere. Ho solo cercato di farlo meglio che ho potuto, se questo può valere qualcosa. "Io che nel tempo vengo da lontano quando usava il buon costume, la fratellanza". Ma "chi pensava all'enorme trasformazione del mondo" ? E oggi che sono avanti negli anni e un giorno di questi anch’io cesserò di essere, mi tornano a mente questi ricordi d'infanzia che credevo di aver sepolto nel corso della vita. Forse perché si avanza a spirale, come una molla, in cerchi che crescono e, crescendo, ritornano verso il punto di partenza. Che è un modo un po' più lambiccato e "scientifico" per dire che da vecchi si torna bambini.

Il tempo non è relativo solo per Einstein, ma pure per ogni "laudator temporis acti". Oggi la vita rimasta e troppe cose "mi dimostrano in abbondanza che questo non è più il mio mondo". Non è più un mondo per me.

Marco Celati

Treggiaia, 16 Ottobre 2015

I riferimenti. Che il comfort porta anche sconforto lo sostiene il verso con cui l’immancabile Eugenio Montale conclude la bellissima poesia “L’Arno a Rovezzano”. La frase “laudator temporis acti” si deve, com’è noto, ad Orazio e spiega anche tante cose dell’anziano che sono diventato. Le frasi virgolettate “Io che nel tempo vengo da lontano...”, “...chi pensava all’enorme trasformazione del mondo” e “...questo non è più il mio mondo” sono del signor Tiziano Tamburini, 99 anni, empolese, reduce di guerra che ha scritto una bella e commovente lettera dal titolo “Perché no alla indolore eutanasia?” uscita sul Tirreno del 14 Ottobre 2015 che, nella sua fondamentale richiesta, sottoscrivo.

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati