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domenica 25 settembre 2016

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Venezia

di Marco Celati - mercoledì 27 maggio 2015 ore 10:17

I miei fantasmi mi inseguono e mi svegliano la notte, quando mi levo dal letto per andare in bagno a "pissser goutte à goutte" e non mi riesce più dormire. Allora leggo o scrivo finché non mi bruciano gli occhi: non è letteratura, è solo insonnia.

Sono fantasmi buoni: i miei genitori che si staccano dalla foto sbiadita, che li ritrae giovani con me piccolo, e da un'altra dove stanno ballando, un po' più avanti negli anni. E poi qualche amico che si è perso. Ma i miei fantasmi sono anche gli acciacchi senili e i rimorsi, i rancori di una vita mal spesa. Si aggirano per la casa con me. Intorno la notte è silenziosa, di tanto in tanto qualche cane latra. Si sente l'odore buono del bucato, quando asciuga nelle stanze.

Così approfitto di questa calma apparente per scriverti una cosa che ho in testa da un po'. Non avevo più scritto da tempo e ora i ricordi si riaffacciano alla mente, pretendono un risarcimento, almeno la carità di un racconto breve. In mancanza della vita prendo volentieri in prestito quella degli altri, i loro viaggi, ma un viaggio e un po' della nostra esistenza voglio qui ricordare.

Venezia, quella casa vacanze in un palazzo patrizio, sontuoso e decadente come i suoi proprietari, che dava su una calle tormentata dai gabbiani, vicino al Ghetto. Tu, la bambina ed io. Decidesti te per quell'albergo, mi ricordo, con il genio che ti contraddistingue in queste scelte e non solo. Del resto sei stata in tante parti del mondo e io, che amo più il ritorno del viaggio, a te mi affidavo. Come sempre, come per tutto. Cena con acciughe alla povera, pane e da bere "un'ombra" di bianco.

Al mattino escursione in vaporetto sulla laguna, nella nebbia d'inverno che un timido sole a poco a poco diradava e il vento del nord spazzava, scoprendo alla vista piccole isole affioranti e un paesaggio di struggente bellezza.

E poi il pranzo in un ristorante tipico di legno e muratura, arrampicato su un canaletto dove un amico, esperto gastronomo, mi guidò con il cellulare. Come fece ad Amsterdam, dove eravamo per lavoro, quando dall'Italia ci indicò la piazza e la via e ci condusse ad un ristorante argentino, rinomato per le bistecche di carne Angus. Non lontano, mi disse, c'è il museo di Van Gogh.

La bambina stava buona e vivace, bellissima, chiedeva di tutto. Ricordi quando a Caletta in un ristorantino sul mare, dove andammo in primavera e pranzammo all'aperto, ordinò al cameriere il pesce hg che aveva letto sul menù e chiese che razza di pesce è un pesce hg? Ci sono ancora le foto in Piazza San Marco di lei con il piccolo eskimo arancione, sommersa dai piccioni a cui dava il granturco porgendoglielo dalle mani. Ora credo non si possa nemmeno più fare.

Poi seguimmo il Canale fino a Palazzo Venier dei Leoni e visitammo il museo di arte moderna, la Collezione Peggy Guggenheim: Picasso, Chagall, Pollock, Kandinsky, Dalì, Duchamp, Ernst, Boccioni, Marini e altri grandi artisti, le avanguardie del primo novecento. Che impressione ci fece "L'impero della luce" di Magritte! Peggy diceva che è un errore scegliere Venezia per una luna di miele e non solo "vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro". Propose in dono la sua collezione al Comune che la rifiutò. Le sue ceneri riposano nell'angolo del giardino dove sono seppelliti anche i suoi numerosi e amati cani. Due lapidi lo ricordano.

Come in un dormiveglia tornano in mente tante cose di allora: sono stati sogni, è stato vero? Non so se i ricordi siano travisati dalla pietà che il tempo vogliamo conceda e l'amore esista nella vita, oltreché nella nostra memoria. Se tutto quello che è esistito tra noi, potesse tornare, esistere ancora e per sempre. Se esistesse l'amore saremmo in una casa di pietre e mattoni, sul terrazzo o in giardino. Staremmo insieme nei giorni grigi, ascoltando la pioggia sul tetto. Faremmo un viaggio in un posto che c'era piaciuto e resteremmo lì per un poco. E, tornando a casa, sapremmo che quella luce che si accende sulla strada è per noi, siamo noi. Se esistesse l'amore.

Forse un giorno scriverò della Camargue, dove portammo i nostri cuori un'estate per il compleanno della "piccola Dorrit". Ricordo di quando viaggiavamo e ci volevamo bene e com'era il tempo della nostra vita. "Mi è dato di ripercorrerlo, questo tempo che più non è mio e che è stato nostro, ed esso corre svelto...ricordi? parlavamo dei parchi di Madrid e di una casa di pescatori dove avremmo voluto vivere, e dei mulini a vento, e delle scogliere a picco sul mare una notte dinverno...Nel tempo di questo infinito minimo, che è lintervallo fra il mio ora e il nostro allora, ti dico arrivederci e fischietto Yesterday e Guaglione. Ho posato il mio pullover sulla poltrona accanto alla mia, come quando andavamo al cinema e aspettavo che tu tornassi con le noccioline."

I proprietari della casa veneziana erano due anziani signori, marito e moglie: ci mostrarono la collezione di arazzi e di antiche croste incorniciate in oro e poi lui, in vestaglia da camera e pantofole, ci portò il televisore che reclamammo perché era scritto nella prenotazione che facesti dal computer. Di quello storico e barocco appartamento ci restano ancora le chiavi che, per dimenticanza, non abbiamo mai reso.

Marco Celati

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Pontedera 6 maggio 2015

Questa volta, contrariamente al solito, svelo le fonti e le cito, perché "Messaggio dalla penombra" da "I volatili del Beato Angelico" di Antonio Tabucchi, é forse la più bella lettera d'amore che io abbia mai avuto la fortuna e il piacere di leggere. E perché Venezia è Venezia.

Messaggio dalla penombra

"La notte, in queste latitudini, cala allimprovviso, con un crepuscolo effimero che dura un soffio, e poi è buio. Io devo vivere soltanto in questo breve spazio di tempo, e per il resto non esisto. O meglio, ci sono, ma è come se non ci fossi, perché sono altrove, anche lì, dove ti ho lasciata, e poi dappertutto, in tutti i luoghi della terra, sui mari, nel vento che gonfia le vele dei velieri, nei viaggiatori che attraversano le pianure, nelle piazze delle città, con i loro mercanti e le loro voci e il flusso anonimo della folla. Edifficile dire come è fatta la mia penombra, e che cosa significa. Ecome un sogno che sai di sognare, e in questo consiste la sua verità: nellessere reale al di fuori del reale. La sua morfologia è quella delliride, o meglio delle gradualitàlabili che giànon sono più mentre sono, come il tempo della nostra vita. Mi è dato di ripercorrerlo, questo tempo che più non è mio e che è stato nostro, ed esso corre svelto allinterno dei miei occhi: così rapido che io vi scorgo paesaggi e luoghi che abbiamo abitato, momenti che abbiamo diviso, e anche i nostri discorsi di un tempo, ricordi?, parlavamo dei parchi di Madrid e di una casa di pescatori dove avremmo voluto vivere, e dei mulini a vento, e delle scogliere a picco sul mare una notte dinverno quando mangiammo il pancotto, e della cappella con gli ex-voto dei pescatori: madonne dal volto di popolane e naufraghi come burattini che si salvano dai flutti attaccandosi a un raggio di luce piovuta da cielo. Ma tutto questo che mi passa dentro gli occhi, e che io pure decifro con esattezza minuziosa, è così rapido nella sua inarrestabile corsa che è solo un colore: è il malva del mattino sullaltopiano, è lo zafferano nei campi, è lindaco di una notte di settembre, con la luna appesa allalbero sullo spiazzo di fronte alla vecchia casa, lodore forte della terra e il tuo seno sinistro che io amavo con maggiore intensità, e la vita era lì, placata e scandita dal grillo che abitava accanto, e quella era la notte migliore di tutte le notti, perché era una notte liquida, come la polpa di unalbicocca.

Nel tempo di questo infinito minimo, che è lintervallo fra il mio ora e il nostro allora, ti dico arrivederci e fischietto Yesterday e Guaglione. Ho posato il mio pullover sulla poltrona accanto alla mia, come quando andavamo al cinema e aspettavo che tu tornassi con le noccioline."

Antonio Tabucchi, "I volatili del Beato Angelico", Sellerio Editore

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"Si è sempre dato per scontato che Venezia è la cittàideale per una luna di miele ma non solo, ma è un grave errore: vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro".

Peggy Guggenheim, puntata di Art News su Rai 3 del 14/01/2010

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Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati