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giovedì 30 giugno 2016

Attualità mercoledì 16 dicembre 2015 ore 13:40

Scandalo banche, niente panico

Daniele Salvadori - Direttore generale BpLaj

Dalla vicenda dei quattro istituti salvati dal fallimento, un'analisi e alcuni consigli da parte del direttore generale della BPLaj Daniele Salvadori

LAJATICO — Prevedo catastrofi! Prevedo disastri! Peggio, prevedo avvocati! è la frase che Woody Allen recita nella celebre commedia del ’95 dal titolo “La dea dell’amore” e sembra appropriata anche nella vicenda delle quattro banche italiane sull’orlo del fallimento e salvate in tutta furia dal governo Renzi.

L'intervento statale è stato giustificato dalla necessità di dare continuità all’attività creditizia e ai rapporti di lavoro nonchè di tutelare quei 130mila correntisti che si sono visti azzerare i risparmi in un batter d’occhio. Ma toccherà ai giudici stabilire se Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti hanno violato o meno gli obblighi informativi nei confronti dei loro azionisti sui possibili rischi di questi investimenti.

Una situazione di cui la redazione di QuiNewsValdera ha voluto discutere insieme al direttore generale di uno degli istituti di credito più attivi del territorio, Daniele Salvadori della Banca Popolare di Lajatico, di proprietà di circa seimila soci.

Direttore, in queste settimane sono stati consumati fiumi d’inchiostro sullo scandalo di queste quattro banche. Secondo lei si è detto tutto, troppo o non abbastanza?

“Dire poco su vicende come queste significherebbe sminuire la gravità dei fatti e essere incompleti nell’informazione. Il panico e la generale sfiducia che si generano inevitabilmente e giustificatamente sono pericolosi, ed è proprio per questo che occorre fare chiarezza.
Per prima cosa c’è da dire che il fallimento delle banche è un evento previsto dal ‘29 in poi, è scritto nel codice civile italiano. Solo che in tutto questo tempo non se ne era mai verificato uno, perché in ogni occasione in cui un istituto di credito arrivava al limite, arrivava un’altra banca a salvarlo dal fallimento oppure interveniva lo Stato, come successe ad esempio nei casi del Banco di Napoli o del Nuovo Banco Ambrosiano. Morale della favola, finora il risparmiatore italiano non ha mai corso grandi rischi.
A cambiare le carte in tavola è poi arrivata di recente la nuova normativa europea che, invece, non prevede più il salvataggio esterno, cioè non si vuole più che la comunità paghi per il fallimento dell’istituto di credito, ma le banche devono salvarsi da sole. Prima ricercando la vendita dell’istituto o di un ramo d’azienda oppure, se non ci sono altre soluzioni, con l’innesco di questo nuovo meccanismo chiamato bail in che prevede che sia il supporto dei creditori a dover salvare la banca stessa. Così, i primi a rimetterci in sequenza sono i soci azionisti, poi chi ha sottoscritto obbligazioni subordinate, gli altri obbligazionisti normali e infine i titolari di deposi superiori ai 100mila euro”.

Ma queste quattro banche non sono arrivate a questo punto, giusto?

“No, non si è voluto farle arrivare al bail in, nel senso che il provvedimento entrerà in vigore solo dal primo gennaio prossimo e probabilmente se si fossero occupati di queste banche in seguito, la vicenda avrebbe avuto esiti molto più disastrosi di quelli che si stanno concretizzando in queste settimane con l’intervento del Governo”.

Ci può spiegare meglio (e non in sanscrito finanziario) come mai, secondo lei, si è arrivati a questo disastro?

“Il problema vero, in questo caso della Banca Etruria e delle altre, è che c’è uno scarica barile reciproco. Il governo attuale dà la colpa a quello precedente perché mentre gli altri in Europa aiutavano le banche a restare in piedi durante la crisi economica, in Italia Monti non volle.
Altro problema sono poi i prodotti finanziari che sono stati venduti. Ogni strumento finanziario va dato per una percentuale dei soldi che uno ha, non sulla base di tutto ciò che ha. Per questo i più disgraziati in questa vicenda sono quelli delle obbligazioni subordinate”.

Ecco, le obbligazioni subordinate. Strumenti finanziari che, per come sono descritti nel prospetto informativo della Consob lungo 138 pagine che l’investitore è costretto a firmare “per formalità” in banca, comportano un’alta percentuale di rischio. Perché si è venduto un tale prodotto a dei piccoli risparmiatori o addirittura a dei pensionati?

“Difficile dirlo. La normativa impone alla banca di avere alti patrimoni ed è possibile che in qualche caso questo indirizzo abbia prevalso sul buon senso dei vertici dell’istituto di credito e del personale addetto.
In tasca del risparmiatore, comunque, è difficile che ci si arrivi. Ma è ovvio che bisogna vedere ciò che si ha in tasca”.

Come fa allora, chi non è un esperto del settore, a valutare a quale banca dare fiducia?

“Più di prima, ognuno deve considerare che le banche non sono tutte uguali e si deve scegliere quella che più soddisfa le singole esigenze. Per misurare la solidità di un istituto di credito si possono andare a vedere alcuni indici, come ad esempio il Cet1 che misura il rapporto tra gli investimenti bancari ponderati per il loro rischio e il capitale della banca. Più alto è quest’indice, più solida è la banca.
Un altro indice è dato da quante sofferenze, cioè quanti crediti inesigibili, ha l’istituto. Più basso è, meglio è.
Numeri che si trovano sui siti delle banche, ma che spesso sono cose scritti insieme ad altri numeri e possono essere messi in evidenza solo dagli addetti ai lavori. La speranza è che mettano obbligatoria una comunicazione più trasparente di questi dati”.

Che cosa può dire ai risparmiatori, italiani e della Valdera, impauriti e sfiduciati da questi scandali bancari?

“Dico che la gente si deve avvicinare con cautela alle banche, ma anche con fiducia. Se il personale dell’istituto di credito non chiarisce, insistete; e se non dice ancora, venite via.
Secondo la nuova normativa in vigore da gennaio, come ho già detto, c’è la soglia dei 100mila euro garantiti, che va a nominativo e non a conto corrente. Quindi in teoria un risparmiatore che ha un patrimonio superiore può sporzionare 100mila euro in banche diverse. Il consiglio che però do ai miei dipendenti che si trovano di fronte a un correntista sfiduciato è, piuttosto, di acquistare un titolo di stato breve per sei mesi e di non farsi prendere dal panico spostando 100mila euro in più istituti di credito per non rischiare. Ma all’interno della BPLajatico non abbiamo mai emesso obbligazioni subordinate, tutti i nostri depositanti sono coperti dal fondo.
La paura in queste situazioni è inevitabile e giustificata, ma non facciamoci prendere dal panico. Credo che un’attività economica non sia mai immorale, lo diventa però, a seconda di come si comportano le persone che la gestiscono”.

Anna Dainelli
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