Attualità

La moda è donna e parla di emancipazione e diritti

In occasione dell’8 Marzo focus sulla produzione artistica di cinque studentesse del corso di laurea in Fashion Designan di Istituto Modartech

"The defective uniform" di Elena Morelli

Se la moda diventa linguaggio, racconto e presa di posizione. il design si trasforma in vero e proprio strumento di empowerment. In occasione della Giornata internazionale della donna, focus su cinque studentesse del corso di Fashion Design di Istituto Modartech per celebrare l’universo femminile con collezioni che esplorano identità, libertà e autodeterminazione. Tra fiaba, critica sociale e ricerca identitaria.

Cinque progetti, altrettante visioni differenti, accomunate da un unico filo conduttore: raccontare la donna oltre gli stereotipi, attraverso capi che riflettono percorsi personali, riflessioni sociali e nuove prospettive sulla femminilità contemporanea. 

Con “Vissero felici e contenti”, Chiara Fermalvento rilegge la fiaba della “Principessa sul pisello” immaginando un finale rivoluzionario. Le stampe degli outfit evocano un universo fiabesco reinterpretato in chiave moderna, mentre fit over, piumini e abiti imbottiti avvolgono il corpo come una protezione simbolica. 

Chiara Fermalvento, "E vissero felici e contenti"

“Doll a Porter” di Mira Ascoli guarda invece al mondo delle fashion dolls, icone di una perfezione estetica spesso irraggiungibile. Il progetto destruttura questo ideale amplificando i dettagli: maniche esagerate, bottoni giganti e volumi oversize creano disequilibri volutamente teatrali. Un gioco di proporzioni che diventa anche critica culturale, capace di mettere in discussione i canoni tradizionali di bellezza e proporre una nuova visione dell’identità femminile.

Mira Ascoli, "Doll a Porter"

Il rapporto con il proprio corpo è al centro di “Desire Path”, la collezione di Giulia Giardi, che prende il nome dai sentieri spontanei creati dalle persone quando scelgono di non seguire percorsi prestabiliti. Una metafora potente della ricerca di equilibrio tra aspettative esterne e autodeterminazione. Elementi come guaine contenitive, segni lasciati dagli abiti sulla pelle e lavorazioni in maglieria ispirate allo sport raccontano questo percorso di consapevolezza, trasformando il corpo in uno spazio di libertà e riconquista personale.

Giulia Giardi, "Desire path"

Il dialogo tra costrizione e libertà attraversa invece “Althea”, la collezione firmata da Jamira Tirino, che riflette sull’evoluzione dell’abbigliamento femminile nel tempo. Da abiti strutturati e costrittivi a capi che esprimono autonomia e movimento. La figura simbolica di Lady Diana diventa punto dipartenza per una rilettura contemporanea di giacche e pantaloni scomposti e ricomposti in silhouette versatili, mentre il fiore dell’altea ricamato sui capi diventa emblema di libertà e rinascita.

Jamira Tirino, "Althea"

Chiude il percorso “The Defective Uniform” di Elena Morelli, una collezione che dà forma a un sentimento di ribellione contro l’immagine femminile ancora influenzata da modelli ottocenteschi di perfezione. Attraverso costruzioni modellistiche che enfatizzano pieghe, protuberanze e volumi irregolari, la designer trasforma il “difetto” in linguaggio estetico. La manipolazione della lana, morbida e arrendevole, diventa così un gesto simbolico: l’imperfezione come atto di libertà.