Pietà e pace. Con questo binomio si è aperta l'edizione annuale di Ponte di Parole, che a Teatro Era ha portato monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, in dialogo con Agnese Pini, giornalista e direttrice del Quotidiano Nazionale.
Tra i due, al centro, svetta proprio la Pietà, la scultura di Filippo Tincolini che fino a oggi, martedì 7 Aprile, è rimasta in mostra a Teatro Era al termine di una rassegna di tre eventi. E che, appunto, evoca una delle due facce della medaglia, soprattutto in questi giorni prolungati di guerra, culminati con la minaccia del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di far perire "un'intera civiltà", con riferimento all'Iran.
"Distruggere una civiltà è roba da incivili - ha detto Zuppi - la pietà muore nell'indifferenza. Qualche volta ho l'impressione che le regole siano criminalizzate: l'aiuto umanitario, la legge internazionale, il diritto del mare. C'è il rischio di abituarci a tutto: la pietà deve portarci alla pace, perché ha un senso universale nel riconoscere l'altro. Se la pietà muore, siamo messi male".
Pietà che si declina in diversi modi, secondo Zuppi, che fa riferimento anche al caso del cardinale Pierbattista Pizzaballa, cui è stato impedito di presiedere la messa al Santo Sepolcro a Gerusalemme. "Il cardinale voleva dare un segno di speranza e di presenza - ha affermato - ha chiesto vicinanza e ha indicato responsabilità. La pietà è anche questo, non è buonismo: ma bontà, della quale Pizzaballa è un testimone".
Durante l'evento, Zuppi ha anche citato papa Leone XIV, riportando le sue parole pronunciate durante la Domenica delle Palme, evidentemente in risposta al segretario della Difesa statunitense Pete Hegseth, che aveva chiesto agli statunitensi di pregare Gesù per il proprio esercito. "Un Dio che rifiuta la guerra che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta".
"Purtroppo ci dimentichiamo della storia, pensiamo che, per noi, l'esito sarà diverso - ha concluso - la follia della guerra dimostra che non abbiamo imparato dalla storia. Dobbiamo ancora capire come sia stato possibile quell'orrore e, per far questo, dobbiamo coltivare la memoria. Altrimenti, siamo condannati a ripetere ciò che è già successo".