L’INTERVISTA DELLA DOMENICA

Di fronte all’emergenza, la speranza che non si arrende

Dalla povertà in aumento (anche tra gli anziani) ai giovani e il volontariato: monsignor Morelli, delegato regionale della Caritas fa il punto

Don Emanuele Morelli

Poco meno di 30mila persone. Quasi un’intera città. Sono quelle incontrate in un anno dalla Caritas della Toscana e raccontate, con le loro esigenze e bisogni, nell’ultimo rapporto “A mani vuote”. Per l’esattezza 29.297 poveri. Tanti e in continua crescita, con un aumento all'incirca del 4% rispetto alla rilevazione precedente. Ma la povertà non è solo un fatto di quantità ma anche di qualità della stessa. “Perché il rapporto – ha detto monsignor Emanuele Morelli, delegato regionale Caritas, da più di 25 anni responsabile per la Toscana di questo servizio - fotografa un paradosso: cresce l’occupazione ma anche i working poor. Un terzo di chi si rivolge alla Caritas ha un lavoro, ma che non basta per vivere”.

L’altra criticità riscontrata nei dati raccolti dalla rete Caritas riguarda una costante crescita della componente anziana tra le richieste di aiuto, è corretto?

L’Istat sottolinea che un pensionato per vivere dignitosamente ha bisogno di un reddito medio di 800 euro. Quello che corrisponde alla pensione minima è di 600 euro. Così l’incidenza degli ultrasessantacinquenni è quasi raddoppiata. Non tutti infatti hanno figli a cui appoggiarsi.

Così, proprio in questi giorni in cui si sta avvicinando la Pasqua, il pensiero torna a chi è più fragile. Che cosa fa la Caritas per aiutare chi è in difficoltà?

Intanto la Caritas è un organismo pastorale che raggruppa 17 Diocesi ed è il modo con cui la Chiesa scende in piazza, sta fra la gente. E lo fa in primis predisponendo quello che si chiama “servizio zero”, ovvero sportelli di ascolto, di incontro, di relazione che raccontano il Dna della Chiesa, pronta ad accogliere il grido delle persone povere. Poi ci sono altri due aspetti, quello assistenziale che prevede una risposta sul fronte delle spese che queste persone si trovano ad affrontare. Dalle bollette alla rata del mutuo, con le necessità alimentari che stanno sempre al primo posto. Ma questo sostegno non è risolutivo. Il vero obiettivo è quello di liberare le persone dall’urgenza di chiederci aiuto. E infine c’è l’altra misura, quella del “piccolo credito” che mettiamo in campo con un po’ più di fatica e non proprio in maniera uniforme e che prevede di attivare strumenti contro l’indebitamento, accompagnando però, allo stesso tempo, le persone ad usufruire dei servizi sociali. Interveniamo insomma laddove riscontriamo un’esigenza reale. 

Che cosa intende?

A volte, dietro a una domanda di beni alimentari di una famiglia si può nascondere anche la necessità di un appoggio per compare i libri di testo scolastici ai figli. Del resto, per citare una frase di san Vincenzo De Paoli, “non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia”. La sfida è quella di farci prossimi alle persone. E le parrocchie uniscono alle risposte concrete anche tutto ciò che ruota attorno alla relazione, amicizia, compagnia e vicinanza.

Un emporio solidale

Ma la Caritas non può fare tutto da sola..

Ci mancherebbe. In Toscana le istituzioni regionali sono molto proattive e con l’Osservatorio regionale e i vari assessorati c’è un buono scambio, un confronto continuo. Ad esempio, uno degli obiettivi della Regione è legato alla qualità del cibo e come Caritas agiamo con pacchi alimentari, Empori solidali. I beni di prima necessità sono uno dei tre campanelli d’allarme, insieme al mondo del lavoro e alla condizione abitativa, che abbiamo riscontrato nei servizi dell’ufficio diocesano pisano per la pastorale della carità. Stiamo lavorando fra l’altro a un monitoraggio sui prodotti che distribuiamo, una sorta di vademecum. Il problema semmai è quando dal regionale si passa al locale.

Si spieghi meglio…

Se il focus riguarda le province, qui siamo a macchia di leopardo. A Pisa, per esempio, la chiusura della Società della Salute potrebbe portare con sé una maggiore precarietà nei servizi, passi indietro sull’offerta di quelli essenziali, una diminuzione di attenzione nei confronti delle problematiche emergenti e la possibilità concreta che le persone fragili non abbiano interlocutori certi a cui riferirsi per comunicare e vedere accolti i loro bisogni. Manca insomma un quadro istituzionale di riferimento e aumenta la complessità. Viviamo in un tempo in cui, anche dal punto di vista dell’organizzazione dei servizi sociali, non possiamo fare a meno degli altri, per questo una gestione associata dei servizi sociosanitari, al di là del modello specifico che sarà attuato, è da preferire ad una gestione autonoma degli stessi e questo per il chiaro vantaggio di avere una visione di insieme nell’identificazione dei bisogni e nell’erogazione delle attività, affinché questi bisogni vengano affrontati e soddisfatti.

Il volontariato resta una grande forza a cui attingere ma spesso le associazioni lamentano un mancato ricambio generazionale..

Il volontariato è un bene prezioso ma fragile. Il baby pensionato che spendeva parte del suo tempo libero per gli altri non esiste più. Ci sono invece tante persone ultrasettantenni che continuano a spendersi per il prossimo e che testimoniano un dovere di solidarietà, sancito fra l’altro dalla costituzione, che dà colore e sapore alla vita. E’ vero anche che i giovani, proprio a livello demografico, sono calati. Una testimonianza diretta è il servizio civile. Venti anni fa per dieci posti in Caritas arrivavano 40 domande, oggi per le stesse posizioni aperte ne giungono dodici. In Caritas ci sono comunque segnali incoraggianti. Abbiamo attivato percorsi specifici come “Young Caritas”, un’opportunità per gli under 30.

Alcuni giovani del servizio civile in Caritas

Ci fa qualche esempio?

A Pisa abbiamo pensato insieme alla parrocchia di San Sisto, alle suore Figlie di Maria Ausiliatrice, agli operatori di Young Caritas e ai membri della Pastorale Giovanile, a un progetto pilota, Il Cortile, che tiene insieme due percorsi: il dopo scuola per i bambini delle elementari e delle medie, ma in particolare dedicato ai bambini incontrati dalla rete Caritas appartenenti a famiglie fragili e un oratorio aperto a tutti, per animare la città. Dopo 25 anni che mi occupo di questi servizi, ricevendo molto di più di quello che ho donato, resto fermamente convinto che ci sia speranza. La presenza di questi giovani che si fanno prossimi alla vita ferita è il segnale più bello.