Kimi insegna a crederci
di - Venerdì 11 Settembre 2026 ore 08:00

Chi mi conosce sa quanto poco ami gli sport. Sa però anche che la Formula 1 ha per me un fascino speciale, fin da quando ero bambina. I miei l’hanno sempre seguita, qualche volta sono persino andata agli autodromi e ricordo i Gran Premi guardati in salotto, mentre scarabocchiavo sul mio diario.
Poi sono cresciuta e, con l’arrivo dei millemila abbonamenti, ho smesso di seguirla. Ma domenica scorsa Sky ci ha regalato Monza. E non me la sono fatta scappare.
Non conoscevo bene tutti i piloti, soprattutto Kimi Antonelli: per me era semplicemente un giovane pilota italiano, “quello della pubblicità con Del Piero”. L’ho visto partire dall’ultima fila e poi… poi ho visto quello che tutti sapete.
Sorpasso dopo sorpasso, auto dopo auto, fino alle prime file. E ancora avanti, fino a quella vittoria che mi ha strappato un sorriso e più di una lacrima.
Vent’anni, classe 2006, nato lo stesso giorno di Livio. Così giovane e già così grande da vincere il Gran Premio d’Italia, riportando un italiano sul gradino più alto di Monza dopo decenni.
E mi sono detta: ecco dove possono portare la determinazione, l’impegno e il continuare a crederci.
Viviamo in un mondo che corre veloce e celebra soprattutto il risultato. Un mondo in cui vediamo il successo, ma molto meno spesso la fatica che lo precede. Come se tutto accadesse in un istante, come se bastasse volerlo, come se tutto fosse dovuto.
Ma non è così.
La storia di Kimi, soprattutto se pensiamo a quanto l’anno scorso sia andata diversamente, ci ricorda che dietro a un traguardo ci sono allenamento, errori, cadute, pazienza e la capacità di rimettersi in gioco.
E questo vale nello sport, certo, ma anche nel lavoro, nelle relazioni e nello studio, proprio ora che un nuovo anno scolastico sta per cominciare.
Forse abbiamo bisogno di tornare a raccontare anche le storie della fatica. Quelle che vanno controcorrente rispetto alla velocità del successo fugace e spesso senza sostanza che i social ci mostrano.
Perché alcuni traguardi non arrivano dall’alto.
Si costruiscono, un passo alla volta









