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Faccio scorrere il tempo

di - Mercoledì 20 Giugno 2018 ore 07:20

Faccio passare il tempo. Non so quanto ne ho ancora, quanto resta. Il tempo è un galantuomo o un macellaio e non sappiamo che parte abbiamo in esso. Perché sia generoso o crudele con noi. Faccio scorrere il tempo, faccio notte e ascolto la pioggia sul tetto che scroscia. E la pioggia fa giorno: all'indomani continua a venire e ingrossare i corsi d'acqua, allagando case sparse e campagne. Questo è lo spettacolo che si mostra al mattino: lame stagnanti nei campi dove l'acqua riposa e riflette e il flusso minaccioso dei fiumi dove l'acqua turbina, rapida e inarrestabile, come il tempo che tutto trascina. Il tempo irripetibile.

La forza dei fiumi dopo le grandi piogge sembra dirci che tutto quanto scorre, consegnandoci un monito: che tutto in natura può essere devastante o devastato. Ogni cosa. Ognuno. Non so se l'acqua come noi pensa se stessa prima di farsi vortice e rapina, non so se altro comfort fa per noi ora, altro sconforto. Poco tempo è passato, tutto è scorso. So che la pazienza dell'acqua diventa furia in natura e che la natura può essere matrigna, ma è senza volere: incolpevole. Noi invece, che vogliamo essere, abbiamo l'arbitrio della responsabilità: è nostra la colpa della furia dell'acqua e dei fiumi che scorrono sulla Terra e di come passa il tempo che facciamo passare. È nostra cura prendere il meglio o il peggio che viene e trasformarlo nell'ottimo o nel pessimo, nel bene o nel male o nella furia che è dentro di noi. Ricordando che, spesso o quasi sempre, il meglio è nemico del bene. Ma il peggio è sempre amico del male. Abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo oppure del nostro peggio per migliorarlo?

Non so quanto si sia liberi o quanto necessitati, quanto vogliamo, possiamo o dobbiamo, quanto incida il destino sugli eventi della vita. Quanto se la ridano gli dei capricciosi e fanciulli per i quali siamo come insetti da calpestare o poco altro, per divertimento. Come in Re Lear, la tragedia shakespeariana sulla rottamazione e la successione d'impresa. Non si sa perché. Nessuno conosce il destino e il divino. Ognuno ne suppone o ne inventa l'esistenza per spiegare sé stesso. Il nulla. Il tutto. Il poco che resta e che siamo. Il divenire terrestre e la vita di un mondo migliore, di un altro mondo possibile o meno. La speranza che spera e che muore, l'amore che ama e che muore, la vita che vive e che muore. Il pensiero della morte e il pianto che ne deriva. Cara è la vita. Faccio notte, faccio scorrere il tempo. Il tempo che scorre e che muore.

Vado incontro a una difficile vecchiaia perché non l'ho preparata in gioventù. Come saremo da vecchi andrebbe disposto da giovani. Ma da giovani si pensa che questa noiosa incombenza non riguarderà proprio noi. O che avremo comunque altro tempo per pensarci. Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse! Recita un antico adagio. Ma la giovinezza è condannata a non sapere e fuggire e la vecchiezza a non potere ed estinguersi. Accompagnandoci alla fine. E la fine verrà: sarà terribile e niente. E tutto e niente sconteremo. Salderemo il nostro debito con la vita.

Marco Celati

Treggiaia, 29 Aprile 2016

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Le citazioni poetiche sono da "L'Arno a Rovezzano" in "Satura" e "Ho sparso di becchime il davanzale" in "Quaderno di quattro anni" di Eugenio Montale il quale scrive: "Tanto tempo è passato, nulla è scorso..." Affermando il contrario mi sono concesso una, sia pur dubbiosa, presunzione progressiva, un di più, discutibile, rispetto all'indifferenza inesorabile e crudele del tempo. Probabilmente, anzi sicuramente, senza riuscirvi.

“Notturno e fiume in piena” è una foto di repertorio con rielaborazione grafica e pittorica dell’autore.


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