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giovedì 16 settembre 2021

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In fila

di - martedì 29 giugno 2021 ore 19:01

Immagine tratta dal film "Metropolis"

Si può morire per un parcheggio, un sorpasso può dar vita a un inseguimento spericolato degno di un film d’azione con esiti fatali sui quali sarebbe cinico ironizzare. Un classico è saltare la fila.

Alcune signore ne hanno fatto un’arte e sembrano nemmeno avvedersi degli sguardi sbigottiti o torvi dei “superati” ed eseguono l’operazione con lo charme che le contraddistingue o anche senza. Ecco infatti l’anziana, autorizzata dall’età veneranda, che ti oltrepassa dando un incarico alla commessa: “dovesse passare mio marito, ditegli che il pane l’ho preso io”. Dispone per il presente e per il futuro. Al che le reazioni vanno da uno sguardo d’insofferenza rivolto agli altri avventori presi a testimoni, per una complicità inespressa verbalmente, all’intromissione nelle faccende coniugali: “quando verrà suo marito ci penserò io a informarlo, non si preoccupi”. In questi casi a preoccuparsi è la padrona della bottega che cerca di sopire, troncare, troncare, sopire, con spirito manzoniano, per scongiurare spargimenti di sangue nel suo rispettabile locale.
Non a caso Lodovico divenne fra’ Cristoforo.

Meglio sarebbe compiere la buona azione di far credere che non ci siamo accorti di niente e, da vero gentleman, fare contento colui (o colei) che è riuscito a fregarci.
E pensare che nella nostra lontana giovinezza non conoscevamo né file, né parcheggi. Toccava sempre a noi, tanto era rarefatto l’afflusso ai negozi e l’auto, chiamata soltanto “macchina”, per antonomasia, si lasciava dove ci si fermava senza nemmeno rifletterci. 

Ora l’auto deve rientrare all’interno di linee bianche e solo di tale colore e il parcheggio è frutto di virtuosistiche manovre talora guidate da un computer di bordo. Quella tribolazione quotidiana e banale, vista in altri paesi, più affollati o affetti da carenza di spazi, è divenuta la nostra realtà per un inarrestabile progresso.

Ed è il popolo che si fa carico di queste quotidiane lotte. I ricchi, quelli veri, vivono in un mondo parallelo e non ci dànno nemmeno la soddisfazione di passarci avanti. Le questioni di principio sono le più pericolose proprio perché la sostanza non è in discussione, non ci sarà mai rapporto di proporzione tra i rischi e i risultati.

L’orgoglio, la presunta lesa maestà, spingono ad abbandonarsi a gesti della mano che hanno seguìto una loro evoluzione nel tempo, anche sotto l’influsso di mode esterofile: dalle tradizionali corna, ormai cadute in oblìo, a mostrare il dito medio, per un esempio; incoraggiati e protetti dall’abitacolo di un mezzo di trasporto già in procinto di allontanarsi dall’oltraggiato.

Non si tratta qui della condanna infernale alle code nel traffico, vera pena e punizione di cui la vittima non s’accorge per lo spirito di adattamento e che perciò percepisce come la normalità del vivere moderno; né, peggio, delle file drammatiche della povertà, o a quelle a cui si è costretti per un farmaco salvavita durante un’epidemia, o ancora a quelle futuribili, d’un cattivo presagio, dell’incubo minaccioso di un mondo irregimentato e distopico.


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