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L'incarico

di - giovedì 29 aprile 2021 ore 07:30

Esistono centinaia di modi di dire, più o meno proverbiali. Essi permettono di chiarire dei concetti che richiederebbero lunghe spiegazioni e tante parole. Di recente ne potremmo aggiungere uno, se fossimo in grado di trovare la formula migliore, a quel lungo elenco, colmando un vuoto non del tutto spiegabile dato che contempla una situazione rara ma verificabile. L’espressione significherebbe mandare a spasso o incaricare qualcuno di un compito impossibile o inutile o che finisce per essere un diversivo. Ci sarebbe la frase “specchietto per le allodole” ma non è proprio la stessa cosa.

L’espressione andrebbe ad aggiungersi a figure proverbiali originate da personaggi del mito: la fatica di Sisifo, il supplizio di Tantalo, ecc. la fantasia degli antichi però non era ancora giunta a configurare la nuova situazione.
Qualcosa del genere, ma in vero assai diverso, capitava nel nostro mondo “di prima”. Il contadino burlone “scarpe grosse e cervello fino” chiedeva al bambino o al ragazzetto: “vai in paese? passa dall’appalto (“apparto” in vernacolo) e comprami un etto di ombra di campanile” o in alternativa “due spinte forti”. Poi s’immaginava il sorriso del negoziante che avrebbe immancabilmente chiesto all’ingenuo: “chi ti ha mandato?”
Queste burle, innocue e bonarie, si chiamavano “chiapparelli”.

Qualcosa del genere può capitare con il “mandato esplorativo”? Un’espressione che evoca, per errore certo, connotazioni contrastanti: dal “ma chi sei? chi ti ha mandato? ma sei cert(o) che vuoi me? proprio me” (dei Camaleonti, un nome adatto ai politicanti) che passa dal tono dell’incredulità d’una possibile felicità, della canzone, allo scontroso e poco disponibile: chi sei? cosa vuoi? al fantastico mondo dei grandi esploratori: Marco Polo, Amerigo Vespucci, ecc. … alla ricerca delle sorgenti del Nilo, “mr. Livingstone, i presume?”, ecc. che si fanno largo tra la vegetazione nei territori più impervi.
Colui che riceve l’onore e l’onere non può sottrarsi, neanche se subodora l’inanità dello sforzo. Mentre il ragazzo d’un tempo che s’accorgeva della celia, indicando la propria fronte, diceva: “mica ci ho scritto: sale e tabacchi”.


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