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DIZIONARIO MINIMO: Elaborare

di - domenica 09 dicembre 2018 ore 07:00

Elaborare significa lavorare su, intorno a qualcosa, anche fuori da qualcosa, ripensare. Praticamente comprende quasi tutto: da meditare a immaginare, passando, ma non necessariamente, per realizzare. Tutte materie serie e gravi che qui tratterò con leggero e colpevole atteggiamento di sprovveduta sufficienza, né potrei diversamente.

Elaborare il lutto è la cosa più impegnativa e grave. Lutto inteso anche in senso lato, non solo come la morte di una persona cara o conosciuta, ma anche come fine di qualcosa di particolarmente importante e significativo per noi: un amore o un’amicizia, un affetto, ad esempio. I concetti più ricorrenti da elaborare sono soprattutto la morte e l’amore. Che detto così sembra la morte e le tasse, del resto altro binomio che necessita della sua elaborazione. Possibilmente corretta, prima che la faccia la guardia di finanza. E in fondo anche l’amore è una tassa che la mente paga al cuore, finché non si muore. Con tutto il carico di ansia che ne deriva.

L’elaborazione del lutto passa attraverso la conoscenza del dolore e la sua sistemazione nel corso e nel senso della vita. Si realizza o si cerca di conseguirla con la comprensione del principio e della fine della nostra esistenza. Aiuta abbastanza, secondo me, concepirsi malinconici, anche se non depressi. Accompagnare cioè un fondo di tristezza alle occasioni di allegria che il caso, alle volte, è capace anche di offrire, magari suo malgrado o involontariamente. Senza essere necessariamente bipolari, che non sempre occorre né è esattamente salutare, anzi. Sono tempi di tristezze e malinconie, c’è chi ci nasce malinconico e io, modestamente, «lo nacqui», come diceva Totò. Scherzare su queste cose è già motivo e principio di avanzata elaborazione, specie per chi sta bene o meglio. Ma, scherzi a parte, pensare che la felicità esiste e va ricercata, però sfuma come l’orizzonte e realizzare che non può essere un fatto permanente, tantomeno obbligatorio, è una concezione che può sostenerci nei momenti più difficili che capitano durante la vita. Educare all’infelicità o al dolore sarebbe sbagliato, a parte le predilezioni devianti di qualche setta masochista, ma allora tutti i gusti son gusti. Però educare, nel senso di preparare, alla tristezza e alla nostalgia, sapere che ci sono e ci saranno e farsene una ragione, può essere opportuno.

In fondo una persona un po’ triste o che così appare, dà l’idea di una persona seria e per bene. E talora è davvero così. Marcello Mastroianni lo disse di Enrico Berlinguer, in occasione delle sue esequie funebri. Sue di Berlinguer, non di Mastroianni che è morto anche lui, ma era vivo quando disse quelle cose di Berlinguer, se no come avrebbe potuto? La lingua italiana ha di queste incertezze sintattiche che per fortuna la logica risolve.

E poi il problema è: come definire piacere, felicità e allegria? Come cose assolute, che si affermano in sé o, piuttosto, in maniera relativa, come privazione di dolore, di infelicità e di tristezza? A questo proposito riflettevo su un modo di dire popolare toscano, perdonatemi volgare, ma è per rendere l’idea. Per descrivere un impiego del tempo, non del tutto proficuo, si usa dire da noi: «farsi le seghe a martelletto». L’espressione sembra origini in particolare da Treggiaia, più precisamente ancora da I Fabbri, frazione di Pontedera, già di Palaia, così chiamata per l’esistenza, in tempi remoti, di una bottega di fabbri ferrai. L’attitudine al duro lavoro della battitura del ferro sull’incudine con il martello e probabilmente con martelletti più leggeri per i lavori di fino, saranno stati all’origine del volgare detto popolare, alludente chiaramente ad un particolare e certamente sconsigliabile tipo di masturbazione maschile. Quand’è che si gode? Chiedeva la salace arguzia popolana. Quando non ci si picchia! Rispondeva il fabbro tanto sagace, quanto onanista. Ecco dunque un’efficace esemplificazione del piacere, inteso come assenza e privazione di dolore. In fondo anche un modo complesso e distorto per affermare che chi si accontenta gode, raggiunge cioè per questa via il proprio appagamento. La via per I Fabbri è quella vecchia per Legoli. Lo dico solo a beneficio del turismo in Valdera.

Tristezza e allegria sono dunque una questione di filosofia. Come vita e morte, piacere e dolore, amore e disamore. Piacere e dolore si accompagnano e ci accompagnano nei momenti della vita, fino alla fine. La calda colata piroclastica seguita all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. sorprese a Pompei uomini e donne in atti amorosi e chi sulla qual cosa muore, come si dice, vissuto è assai. La mortale polvere eruttiva colse perfino un uomo in una sospetta posa auto erotica, tanto per restare in tema. Come dire: muoio, ma m’importa una... Anche se gli archeologi giustamente negano questa indimostrabile stravaganza. E che dire della surreale, spasmodica visione dell’opera di Salvador Dalí, «Il gran masturbatore»?

Ciò che ci introduce ad un’altra laica forma di elaborazione delle nostre ansie che è data dall’arte. La pittura, la scrittura, la musica, perfino la scultura e la fotografia, aiutano a illustrare il nostro affanno, rappresentandolo a noi stessi e agli altri, sublimandolo e alla fine alleviandolo. O così almeno si spera, Lasciando la musica agli esperti e agli intonati, la scultura agli scultori e la fotografia ai fotografi e ai giapponesi, per il resto spesso si sciupano tele, colori, nonché mostre per i dipinti, ma non è la peggio. Si distruggono anche alberi per la carta degli scritti. Sappiamo che il dolore è esteso e rinnovabile, ma forse non quanto le foreste. «Tutto si può descrivere, spiegare, capire. Niente si può comprendere». Scrivere magari si può fare anche utilizzando la rete e i sistemi informatici di pubblicazione. Astenersi social e perditempo: non è quella la vera socialità, anzi. E, in effetti, una modalità di elaborazione è quella del computer che però ci cattura, ci inghiotte, si impossessa di noi. Diventa lui che li elabora, i nostri dati. E poi per liberarci occorrerebbe un esorcista cibernetico: «Esci da questo computer!». Detto in senso lato per smartphone, tablet e notebook. Presto saranno i calcolatori, le apparecchiature elettroniche ad elaborare anche il nostro lutto o la perdita.

Soprattutto credere, offre forse la più elevata capacità di elaborazione di un lutto. Sapere che ci sarà un’altra vita, quella «del mondo che verrà», in cui seguiteremo, come anime immortali, a vederci e vivere nello spirito divino, oltre il nostro corpo mortale e in eterno, deve essere di grande conforto. Lungo, ma di grande conforto. Naturalmente questa è la ricompensa; e il prezzo da pagare è una vita retta e in grazia di Dio. Dobbiamo cioè vivere sobriamente il nostro piacere e limitarlo, se nel caso, durante la nostra esistenza terrena, per avere poi un godimento totale in un altro mondo, diverso da questo. E vorrei anche vedere, che fosse uguale a questo qui, così ingiusto e, in ogni caso, dopo tanto sacrificio. Per le perdite o gli affanni del cuore, invece, non so che può fare la fede, se qualcosa può la preghiera. Ma forse in cielo ci sarà un posto speciale per i puri di cuore e i bruciori di stomaco. Le devozioni sono importanti nella vita. «Ora et labora». Ci sarebbe stato anche «et lege» nel motto benedettino, ma di leggere è andata persa la regola. Oggi potremmo dire «ora et elabora».

Sfortunatamente non credo nell’al di là, ma solo nell’esistenza dell’al di qua e questo lascia ai miei sensi e alla mia ragione più libertà, senza esagerare, ma mi rattrista anche molto. Vorremmo tutti un altro mondo possibile su questa Terra o anche su questa Terra. Bisognerebbe lavorarci. Elaborare la Terra e l’umanità e non solo il loro consumo e spreco o, peggio, la loro distruzione.

Poi penso che anche per chi crede in Dio, una perdita sia ugualmente un dolore incontenibile, spesso inspiegabile e non sempre la fede riesca ad offrire un’immediata o adeguata consolazione. Forse più a lungo nel tempo. A volte certe omelie, pronunciate in occasione di messe funebri, riescono a comprendere insieme il sentimento del dolore umano e terreno con la speranza trascendente della fede, ma non sempre questo è umanamente possibile.

Infine ci sono elaborazioni «minori», ma alquanto impegnative e fastidiose. Elaborare la pensione, ad esempio, specie se minima o bassa, per arrivare alla fine del mese. Tutti vogliono andarci prima possibile in pensione. Francamente non so se sia un gran servizio a noi stessi e ai nostri cari con i quali, fra l’altro, avrà luogo una convivenza forzata, ben oltre le nostre normali abitudini e possibilità. Dubito sia utile ai giovani e al nostro stesso Paese. Se vai in pensione, dato che tendi a campare più che puoi, anche più di quanto hai versato nel corso dell’età lavorativa, qualcuno ti mantiene e ce ne vogliono diversi. E in una società che invecchia, con bassa natalità, questo sarà un problema. Speriamo ci salvino i nuovi cittadini; il nuovo governo e il nostro razzismo non lo faranno. Tra l’altro non sempre ti sostituisce un giovane, non è detto, anzi. E perché un sessantenne non dovrebbe avere ancora un valore, non sentirsi più depositario di esperienze? Se le risorse sono date -e oggi sono più tolte che date- allora probabilmente stiamo mangiando, come si dice in francese, «l’œuf dans le cul de la poule». E non ce ne sarà per i nostri figli o nipoti. Né si può dire, come il grande poeta Attilio Bertolucci, padre dell’altrettanto grande Bernardo, cineasta da poco scomparso, «ma lascia che vadano in malora/ economia e sobrietà,/ si consumino le scorte/ della città e della nazione». Quello era un verso di una poesia d’amore, bella peraltro. Poi, se non bastasse la pensione, è duro elaborare la dentiera che rovina la presenza ed i baci. Per non parlare della necessità maschile di elaborare la prostata che rovina ben altro. E vabbè «c’est la vie», sempre per dirla in francese, che pare meno peggio.

Ci sono ovviamente dei professionisti che ti aiutano nella varie elaborazioni che la tua psiche richiede. Alcuni pubblicizzano se stessi in rete. Prenotare una visita non è mai stato così facile! Metodo veloce e innovativo. Serietà e Affidabilità, scritte maiuscolo. Da 50 a 70 euro a seduta, la prima è gratuita. Paghi solo dopo. Dopo la seconda o dopo il risultato non si capisce. Anche sedute on line.

In conclusione ci possiamo scherzare su e ci sarà pure chi se lo merita e chi, non a torto, si indignerà e mio figlio, che è psicoterapeuta, non me lo perdonerà mai. Ma alla fine, in suo onore e non solo per questo, penso anch’io che, finché si può e per chi da solo non ce la fa, una terapia psicologica sia sempre meglio delle pasticche di cui gli psichiatri ti imbottiscono, che spesso non ti lasciano più. Pasticche e psichiatri. Forse i farmaci potranno anche essere complementari alle sedute, ma certo in forma più leggera. Se si esclude il detto «homo homini lupus», il miglior conforto è sempre la parola, il contatto: confidarsi, consigliarsi, consolarsi. Farsi compagnia. A volte avremmo solo «bisogno di serenità e di un piccolo aiuto». L’unico rimedio per l’uomo è l’uomo stesso. «Nit nitaye garabam», lo dicono, in lingua wolof, anche i Senegalesi, che sono un popolo del grande continente della Terra da cui tutti, migliori e peggiori, discendiamo. Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

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Pontedera, 9 Dicembre 2018

«Tutto si può descrivere, spiegare, capire. Niente si può comprendere» è da «L’ultima sillaba del verso» di Romano Luperini, un rimando al suo precedente i «I salici sono piante acquatiche». La poesia citata di Attilio Bertolucci è «Portami con te» da «Viaggio d’inverno». «Un piccolo aiuto» è una canzone di Zucchero Fornaciari,


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