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Mercoledì 11 Febbraio 2026

PAGINE ALLEGRE — il Blog di Gianni Micheli

Gianni Micheli

Diplomato in clarinetto e laureato in Lettere, da sempre insegue molteplici passioni, dalla scena alla scuola, dalla scrivania alla carta stampata, coniugando il piacere della scrittura con le emozioni del confronto con il pubblico, nei panni di attore, musicista, ricercatore, drammaturgo e regista. Dal 2009 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Toscana riversando nella scrittura del quotidiano le trame di un desiderio di comunicazione in cerca dell’umanità dell’oggi, ispirata dalle doti dell’intelligenza, della sensibilità e della ricerca della felicità immateriale.

Professione: reporter

di Gianni Micheli - Mercoledì 11 Febbraio 2026 ore 08:00

Quando nelle sale cinematografiche italiane uscì il film “Professione: reporter” di Michelangelo Antonioni avevo 5 anni. Era il 1975 e i miei genitori non mi portarono a vederlo. Giustamente. Sapevano che non l’avrei capito.

L’idea dello scambio di personalità, di una seconda possibilità, dell’incapacità di essere in qualsiasi possibilità si voglia non mi apparteneva. Non ancora.

La gabbia? Era quella che mi costringeva alla mancata esplorazione del mondo. In tutto fisica.

Né avrei apprezzato il celebre, leggendario piano-sequenza conclusivo, considerato un caposaldo della storia del cinema, virtuosismo tecnico e manifesto poetico nello stesso tempo. Affatto. Mi sarei perfino annoiato, certamente.

Se Fellini, in una lettera ad Antonioni, definì il film «il più compiuto, il più puro, il più essenziale. Sincero fino a farmi provare imbarazzo», nel mio caso l’imbarazzo l’avrebbero provato solo i miei genitori, dovendo cercare di placare il mio probabile pianto.

Forse, non so, azzardo, avrei potuto apprezzare l’idea di spazio che nel film si fa racconto più dei dialoghi, che sono piccola cosa. Immergermi nel fluire dei panorami. Tossire, perfino, con tutta quell’idea di polvere che appare. Ma poco più.

Meglio non averlo visto, allora. Non nel 1975.

Poi, si sa, il tempo passa e “Professione: reporter” poteva restare tra le pellicole che non mi avrebbero mai sfiorato se non mi fosse capitato, pochi giorni fa, d’entrare allo Spazio Antonioni di Ferrara, sua città d’origine. Fino al 12 aprile 2026 lo Spazio che porta il nome del grande cineasta celebra i cinquant’anni dall’uscita del film con una mostra-dossier in cui è possibile vedere una selezione di fotografie di scena realizzate da Florian Steiner, insieme ai lunghi minuti della celebre sequenza conclusiva. Ed aprirsi all’occhio di Antonioni passeggiando in compagnia di frammenti del suo straordinario viaggio cinematografico.

Spronato e allo stesso tempo ispirato, all’uscita dalla mostra ho cercato il film, liberamente disponibile in rete. Vederlo è stato un puro esercizio fisico e mentale. Fisico per la riscoperta di un tempo narrativo che, ormai, sembra improponibile. Possibile che fosse così normale per i miei genitori? Cosa ci siamo persi e ci stiamo perdendo ogni giorno? Mentale per quella rottura delle regole che è lettura e messaggio di e per una generazione. E ancora la solitudine, l’incomunicabilità, la crisi dell’uomo occidentale che una risposta, ad oggi, non l’ha trovata ma ha scelto, nell’attesa, di andare più veloce. Molto più veloce.

Lo ammetto. Con il senno di poi ho provato invidia per i miei genitori. Credo che non l’abbiano visto nemmeno loro, “Professione: reporter”. Non con due figli da trastullare. Ma se l’avessero fatto ne avrebbero colto i segni e assaporato i dissapori. Ne avrebbero percepito lo sforzo insieme allo spazio, lo spaesamento insieme all’indifferenza. Ma, soprattutto, sarebbero stati in quello stesso battito del tempo, ormai perduto. Scorgendone i limiti e i confini.

Guardatelo, se non l’avete visto. Vale il tempo che chiede. D’altronde che facevate nel 1975?

Gianni Micheli

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