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giovedì 19 settembre 2019

Interviste domenica 08 dicembre 2013 ore 16:58

Il futuro del giornalismo secondo Mario Mannucci

Intervista con il premio Penna a Pontedera 2013



PONTEDERA — Mario Mannucci, vincitore del premio letterario Penna a Pontedera 2013, è stato per tanto tempo “una finestra sul territorio”, come lo ha definito Giuseppe Meucci. Mannucci ha raccontato per 40 anni la storia della sua città. Ha cominciato a scrivere a 17 anni, ma l’alluvione del 1966 ha dato una svolta alla sua carriera. È diventato giornalista professionista nel 1978. Con lui è nata la redazione della Nazione di Pontedera. Lo abbiamo incontrato in occasione della premiazione e abbiamo cercato di rivolgergli alcune domande sulla sua storia di professionista, di storico e sull'attività giornalistica, che ancora oggi affascina tanti giovani e che come ricorda Mannucci cambia nella forma mediatica, ma spesso rimane uguale nei suoi fondamenti.

Come è cambiato il modo di fare giornalismo in questi ultimi anni?
“Il giornalismo della carta stampata, il mio giornalismo, fu attaccato trenta anni fa dalla televisione, ma oggi anche la televisione deve combattere contro i nuovi mezzi d’informazione, compreso il vostro. È una lotta difficile per cui tutti quanti si chiedono se la carta stampata potrà resistere o meno. Credo che si dovrà fare qualcosa puntando a fare più qualità”.

Che consiglio darebbe ai nuovi giornalisti, ma soprattutto ai giovani che vogliono fare giornalismo?
“Credo che il mezzo possa essere telematico, cartaceo, televisivo, ma la professione è la stessa: la ricerca, l’interpretazione della notizia e tutte le cose di questo genere. Il giornalista, come dicevano gli americani, è colui che ha una naturale curiosità per i fatti del mondo, ma se uno vive e il mondo gli passa sopra è chiaro che non è adatto per questo mestiere. Può esserlo per moltissimi altri, ma non per questo”.

Lei è soddisfatto del suo lavoro?
“Come accade un po’ a tutti nella vita, a volte penso che avrei potuto fare altro. Per esempio, io sono professore di lettere. Però, tutto sommato, va bene così e sono anche contento quando avvengono premiazioni e serate come questa; è chiaro che si viene ripagati anche di tanti sacrifici. Il giornalismo non è per chi vuole la famiglia tranquilla, le gite domenicali,... Ecco, questo per loro non è un mestiere adatto”.

La sua passione per la storia, quanto ha influito in quello che ha scritto e che scrive?
“Io ho sempre avuto questa passione e mi sono laureato con una tesi in storia. La storia è bella, ma resta il fatto che io ho scelto di occuparmi di tutto facendo cronaca. Certo è che se nella vita ho letto, mettiamo caso, 500 libri, 400 sono di storia. Ora che non sono tenuto a rincorrere i morti come cronista, mi dedico volentieri ai fatti della storia, non tanto a raccontarla”.

Cosa critica del modo di fare giornalismo di oggi?
“Non è che critico, sono cambiati i tempi e secondo me oggi il giornalismo non può che essere di maggiore qualità, perché la notizia in genere i lettori la conoscono già. Il giornalismo della carta, oggi, non può che essere l’interpretazione della notizia”.



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