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sabato 07 dicembre 2019

Cultura venerdì 17 ottobre 2014 ore 11:18

Una partita "alla Luce" dei riflettori del Teatro

La regia la ha curata Roberto Bacci e la sceneggiatura Michele Santeramo. La storia di due coppie di ciechi alla ricerca della "partita" per vedere



PONTEDERA — Un nuovo allestimento teatrale al Teatro Era. Va in scena un gioco e una partita il cui scopo è poter vedere. E’ Alla Luce nuova produzione di Fondazione Pontedera Teatro in scena in prima nazionale al Teatro Era di Pontedera da giovedì 23 ottobre a domenica 9 novembre 2014, con la regia Roberto Bacci e la drammaturgia Michele Santeramo, drammaturgo d’eccezione, vincitore premio della critica 2013 e premio Hystrio 2014.

sul palcoscenico vi sarà la Compagnia Laboratorio di Pontedera, Sebastian Barbalan, Michele Cipriani, Silvia Pasello, Francesco Puleo,Tazio Torrini raccontano di due coppie di ciechi che raggiungono il luogo in cui si gioca la “partita” per poter vedere; il croupier gestisce il gioco le cui regole si trovano in un libro dal titolo: alla Luce.

Una coppia è formata da marito e moglie che celano un drammatico conflitto che verrà svelato nel corso della partita; l’altra coppia è composta da due fratelli, il più anziano dei quali trascina con sé il più giovane, come possibile vittima, per poter riacquistare la vista. Le prove da superare durante la partita potranno rendere la vista ai giocatori, ma per ciascuno di essi, il possibile ritorno alla luce, indicherà un diverso destino.

“Rivalità, Tradimento, Crudeltà, Disprezzo, Violenza, Prevaricazione, Paura della Morte – scrive il regista Roberto Bacci - sono le sette prove che nel libro alla luce sono descritte come gli ostacoli da superare per poter dimostrare il controllo delle proprie emozioni negative.

Sembrano esperienze rare, pressoché escluse dalla nostra vita quotidiana, in cui il nostro operare o il nostro punto di vista su ciò che ci circonda è da noi percepito sempre come giusto o, almeno, giustificato. Viviamo infatti costantemente nell’immaginazione di essere produttori di bontà e giustizia, incapaci di riconoscere in noi le piccole o grandi emozioni negative che percepiamo o che imponiamo agli altri ed a cui siamo, in realtà, perennemente “attaccati”. Se riuscissimo a vedere ciò di cui siamo capaci come individui, come società, come nazioni, come esseri religiosi, come ospiti di questo pianeta, come creatori di economie, molto probabilmente ci stupiremmo per l’orrore della nostra reale condizione.

Occorre quindi riacquistare la capacità di vedere come il bene e il male siano intimamente mescolati nella nostra natura e come di ciò sia difficile esserne consapevoli.

La vista dei nostri occhi, a cui siamo ormai abituati, non è mai stata utile ad osservarci per quello che in realtà siamo. Per questo, ci rivolgiamo ai ciechi, affinché ci ridiano la vista, quella che non ha bisogno di occhi per poter finalmente vedere”.



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