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Parlare con la televisione

di - Lunedì 09 Febbraio 2026 ore 11:53

A noi càpita. Di parlare con la televisione, dico. Di solito avviene in solitudine, infatti il fatto è anche dovuto a questa condizione. La solitudine, a uno o a due che sia.

Sono vecchio. Il mondo fa paura. Si sta sempre più tra le quattro mura di casa.

Fuori, nella nebbia si scorgono solo ombre, non si distinguono le persone.

Se qualcuno ci sorprendesse (a conferire con l’elettrodomestico) potrebbe prenderci per matti; quando succede, si suscita un sorpreso compatimento: che fai? Parli con la televisione?

Ma forse la tivvù non si rivolge a noi senza possibili repliche? Chi li assicura che dall’altra parte ci sia qualcuno che ascolta? È un dialogo tra chi non può sentirsi.

Alla conduttrice che conosciamo da una vita diamo del tu, in confidenza ci permettiamo piccoli rimproveri: “bimba, sei dimagrita!” oppure “come ti sei vestita?!”; appunti bonari senza che nessuno se ne abbia a male.

Alla soubrette che nella danza si è dimenticata l’ultimo velo (anche se non fosse il settimo) senza pudore chiediamo di rimediare.

Ci accontentiamo di quelle facce ormai familiari, qualche volta detestabili, o di discutibili modi, per punzecchiare con innocenti battutine.

Lì circolano tristi figuri.

Che c’importa? Di cosa brigano? Dei loro sporchi affari? Non meriterebbe irritarsi abbandonandosi agli insulti, anche alzando il tono della voce, col rischio che da fuori si pensi siano rivolti alla coniuge, la consorte che assiste impotente, anziché a costoro.

Non meriterebbe irritarsi coi deficienti o coi pagati per fare danni, perché se sono deficienti la colpa è di chi li ha messi lì, e anche se i più appartengono a tutt’e due le categorie, se sono pagati ne risponderanno alla coscienza e per ora si esporranno al nostro disprezzo e alla condanna eterna dell’Umanità.

Oh giovane, si è fatto tardi. Di cosa stai parlando? È ora di andare a dormire. Devo lasciarti. Spengo il televisore. Lo schermo diventa nero.


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