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Attualità venerdì 25 marzo 2016 ore 13:57

Com'è Bruxelles, due giorni dopo gli attentati

Riccardo Galatola, 27 anni
Foto di: Floriane Henriquet

Riccardo Galatola vive in Belgio è pontederese. E' sceso in strada insieme alla sua compagna per fotografare la città due giorni dopo le bombe



PONTEDERA — “Dopo gli attentati di Parigi a Bruxelles c'erano carri armati a tutti gli angoli della città, militari ovunque. Adesso c'è la paura di potersi trovare in mezzo a questi atti terribili ma allo stesso tempo è molto diverso rispetto a novembre. Polizia e militari hanno diminuito visibilmente i carri armati e anche la presenza in giro sembra minore. La gente a due giorni dagli attentati esce in strada. Confrontando oggi con novembre la situazione odierna è molto più calma. La vita è ripresa l'indomani e le scuole sono state riaperte il giorno dopo, seppur sotto stretto controllo. Si è creata un'atmosfera di pace intorno alla Borsa, ci sono pacifici manifestanti che cantano, si scambiano free hugs (abbracci gratuiti, ndr), portano bandiere di tutte le nazionalità. La gente accende candele, lascia disegni, foto, caricature portando così a modo loro le condoglianze per le vittime”.

Riccardo Galatola, 27 anni di Pontedera, ha raccontato la città dove vive a due giorni, il racconto è di giovedì, dagli attentati: “Sono arrivato in Belgio due anni fa, per intraprendere un'esperienza di vita nata in parte dalle difficoltà di trovare lavoro in Italia, ma anche dalla voglia di migliorarmi come persona e per l'amore che ho nel viaggiare”. Riccardo, che oltre a perfezionare l'inglese e il francese lavora nel settore del catering, è uscito nel pomeriggio per fotografare Bruxelles dopo i fatti che hanno portato alla morte di almeno 34 persone. Insieme a lui, con la macchina fotografica al collo, la compagna Floriane Henriquet che studia giornalismo e comunicazione: “Viviamo in una posizione veramente centrale – ha spiegato Riccardo - siamo a seicento metri dalla Borsa e dall'università che lei frequenta”.

“A Bruxelles c'è un'atmosfera strana da circa 3 mesi – ha ripreso Riccardo - cioè dagli attentati a Parigi. Quel giorno io lavoravo allo stadio ”Roi Baudoin” (lo stadio Re Baldovino dove persero la vita 39 tifosi italiani nella finale Juventus Liverpool di Coppa Campioni 1985, ndr). Abbiamo ricevuto l'informazione degli attentati tramite le newsletter sui nostri telefoni e ovviamente ci siamo impauriti al pensiero che potesse accadere o essere accaduto anche in Belgio. La mattina dopo la città era militarizzata. La stessa sera ci sono state molte perquisizioni e controlli anche nella nostra stessa strada con anche alcuni fermi. Era stato dato l'ordine di rimanere in casa e non avvicinarsi neanche alle finestre, sopra il nostro palazzo un elicottero ha volato per circa 20 minuti. Diversi turisti sono stati fermati per strada e obbligati a rientrare in hotel per precauzione. Non siamo usciti di casa per 24 ore”.

La situazione si è poi allentata: “Dopo una settimana di calma apparente – ha spiegato il giovane italiano - le cose si sono molto tranquillizzate. I commercianti, i negozi, le varie attività della città sono state riaperte anche se ovviamente si notava un calo nella densità di frequentatori. Lo stato di allerta è sceso da 4, il massimo, fino a 2 che è quello che c'è solitamente nella città con le istituzioni”.

La calma è durata dalla fine di novembre, dicembre, gennaio, febbraio, fino al 22 marzo: “Martedi mattina. Stavo andando al lavoro ad Anversa – ha raccontato Riccardo - per un Expo dei nuovi prodotti messi in commercio nel 2016 nel settore alcol, bevande alcoliche drinks ecc. Abbiamo ricevuto le news dell'attentato all'aereoporto e pochi minuti più tardi nella metro. Poco dopo sono iniziati ad arrivare il numero dei morti e feriti fino al bilancio attuale”.

“La citta non è molto grande, i mezzi pubblici sono utilizzati da tutti ogni giorno. Ci sono poche linee di metro, tram e bus. Questo non aiuta a sentirsi in sicurezza perché i fatti che che sono accaduti si trovano a pochi isolati di distanza da dove viviamo, lavoriamo o andiamo a scuola. Cosa succederà adesso?”. 

René Pierotti
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