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Attualità martedì 14 aprile 2020 ore 09:00

​Lotti, quel cartellone di 40 anni fa

Quattro donne dell'allora collettivo femminista tornano e replicano sul caso che si concluse con un processo e condanne ad alcune ostetriche



PONTEDERA — Donatella Salcioli, Elisabetta Rofi, Anna Caturegli e Lucia Nassi hanno scritto una loro versione sul caso (da noi indicato come '68 in senso generico e storico) del cartellone appoggiato alla porta dell'ospedale Lotti, in cui, fra le altre cose, il collettivo femminista scriveva che i macchinari dell'ospedale non erano all'altezza tanto che facevano nascere bambini non sani. 

Pubblichiamo questa versione-precisazione rimarcando che allora scrivemmo soltanto che i casi erano due: o si toglieva (come fu poi fatto) il cartellone o si chiudeva il reparto di radiologia, visto che davanti a quel cartellone passavano centinaia e centinaia di persone, donne gravide comprese. M.M.

Questa la replica:

"Si parla di fatti avvenuti nel 1978 e non nel ‘68 [attribuire al ‘68 quasi tutti i mali di questo secolo appartiene a tutti quelli che in quegli anni non capivano gli ideali che molti di noi allora giovani volevano gridare al mondo; forse meriterebbe ripensare il ‘68, invece di infamarlo]. Nel 1978 venne promulgata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza nelle strutture ospedaliere. Fino a quel momento le donne abortivano nelle case, in condizioni igieniche precarie con l’aiuto di ‘mammane’ o medici disonesti e rischiando in molti casi la vita. Dopo l’entrata in vigore della legge l’ospedale Lotti in un primo momento ebbe problemi ad attuarla: moltissimi medici o paramedici fecero obiezione di coscienza, reparti interi anche di medicina generale obiettarono. Comunque tutti i ginecologi (tranne il dr.Giorgi), tutte le ostetriche (tranne un paio).Il collettivo femminista scrisse a mano dei cartelloni, messi davanti al Lotti e in altre parti della città. Veniva chiesto di attuare una legge dello Stato per impedire alle donne di poter accedere all’interruzione di gravidanza, senza mettersi nelle mani delle fattucchiere. Nei cartelloni c’era scritto che nella ginecologia quasi tutte le ostetriche avevano fatto obiezione, ma molte donne ancora partorivano dando una mancia... [Era vero e la tariffa era a quel tempo di 200.000 lire più o meno]. Si diceva che il reparto di radiologia, dove tutti erano obiettori, doveva chiedere alle donne se erano incinta, evitando radiazioni al feto. Il Pubblico Ministero della Pretura di Pontedera portò avanti mesi di indagini e, dopo aver interrogato alcune centinaia di donne che avevano partorito al Lotti, ad essere rinviate a giudizio furono molte ostetriche del reparto di ginecologia. L’accusa per le ostetriche era di concussione, per aver percepito un compenso per assistenza al parto.Il collettivo femminista si costituì parte civile come ‘comitato di gestione del consultorio. Nel 1981 si celebrò il processo a Pontedera e le condanne riguardarono proprio quelle ostetriche che alla fine furono allontanate dai pubblici uffici per diversi mesi. Fu un certo senso il primo processo stile “Tangentopoli”. Non furono condannate le femministe, ma le ostetriche. In sostanza il collettivo femminista non voleva affatto attaccare l’ospedale Lotti, ma rendere possibile l’applicazione della legge 194. Cosa che, in seguito, avvenne e l’ospedale divenne uno dei presidi più avanzati della Regione, anche grazie alla collaborazione tra movimento femminista e gestione del reparto. Più che al diritto di rettifica della legge sulla stampa, vorremmo appellarci al buon senso, alla necessità per la stampa di dire la verità e di essere credibile".

Grazie, Donatella Salcioli, Elisabetta Rofi, Anna Caturegli, Lucia Nassi

Mario Mannucci
© Riproduzione riservata

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