Quando l’amore materno diventa sostituzione
di - Venerdì 02 Ottobre 2026 ore 08:00

Ogni cambio di generazione si accompagna ad un cambio di educazione. Siamo passati, almeno noi figli degli anni ‘80, da genitori presenti ma anche un po' distanti, di quelli che insegnavano ad arrangiarsi o ci davano la classica pedata nel e ci spedivano all’avventura, ai genitori moderni, presenti, accudenti, educanti. Talvolta troppo...
Amare un figlio significa proteggerlo, sostenerlo e desiderare per lui il meglio. Ma cosa accade quando il bisogno di proteggerlo diventa così forte da spingere una madre a sostituirsi a lui?
In psicologia, non esiste una diagnosi chiamata “plusmaterno”, ma è un vocabolo caro a chi si occupa delle relazioni genitori-figli, in particolar modo viene molto utilizzato dalla collega Laura Pigozzi (se vi capita leggete il suo Non solo madre, che è una vera e propria chicca). Il termine può però essere utilizzato, in senso divulgativo, per descrivere una modalità di maternità iperprotettiva e sostitutiva: la madre anticipa i bisogni del figlio, risolve i suoi problemi, prende decisioni al suo posto e cerca continuamente di evitargli frustrazioni, errori e sofferenze.
All’apparenza può sembrare semplicemente “troppo amore”. In realtà, il problema non è la quantità di amore, ma il modo in cui viene espresso.
Un bambino costruisce la propria autonomia attraverso piccole esperienze quotidiane: scegliere, provare, sbagliare, aspettare, affrontare una difficoltà e scoprire di poterla superare. Se l’adulto interviene costantemente al suo posto, il messaggio implicito può diventare: “Da solo non ce la fai, hai bisogno di me.”
Il rischio è che il figlio cresca con una scarsa fiducia nelle proprie capacità. Può diventare dipendente dalle decisioni materne, avere difficoltà a tollerare la frustrazione, temere l’errore o sentirsi insicuro quando deve affrontare situazioni nuove. In alcuni casi può sviluppare anche un forte senso di colpa: allontanarsi dalla madre, contraddirla o scegliere diversamente può essere vissuto come un tradimento.
La madre, a sua volta, può finire per identificare il proprio ruolo con quello di chi “serve”, “risolve” e “salva”. Quando il figlio diventa autonomo, questa funzione può venire meno e lasciare spazio a ansia, preoccupazione o alla sensazione di non essere più necessaria.
La protezione, quindi, può trasformarsi involontariamente in controllo, mentre la cura può diventare sostituzione.
La genitorialità sufficientemente buona non consiste nel togliere ai figli ogni ostacolo, ma nel fornire loro una base sicura dalla quale poter esplorare il mondo. Significa esserci senza fare tutto al posto loro; aiutare senza impedire di provare; consigliare senza decidere sempre.
Perché crescere non significa non aver bisogno di nessuno. Significa imparare, gradualmente, a poter contare anche su se stessi.
E forse il gesto d’amore più difficile per una madre è proprio questo: lasciare al figlio lo spazio necessario per diventare la persona che è, e non quella che lei, per amore, vorrebbe proteggerlo dal diventare.









