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​TEMPO PRIGIONIERO

di Licia Mariotti



. — Ho aperto la finestra del soggiorno e subito dopo ho spalancato i due battenti della persiana.

L'aria è frizzante forse per quella lieve brezza che spira sulla città o forse perché gli alberi stormiscono e il loro movimento frusciante dà la sensazione di un ruscello che corre veloce a lambire l'erba di quel colore verde brillante che la brina mattutina fa risplendere ai raggi del sole.

Silenzio intorno. Il giardino, vicino a casa, è deserto. Mi stringo intorno al collo il maglione che non riesce a scaldarmi.

Via via apro tutte le finestre di casa, mi affaccio al balcone che dà sulla strada che guarda le persiane ancora chiuse degli altri palazzi e osservo i negozi che ancora non hanno aperto.

Mi soffermo ad ammirare questo cielo di marzo striato di strascichi di veli bianchi.

Siamo vicini all'equinozio di primavera e le giornate si sono allungate ed io non ho ancora perduto l'abitudine di svegliarmi presto e, come sempre, non riesco a poltrire sotto le coperte.

Questa era l'ora in cui avrei firmato la presenza al lavoro e mi sarei seduta alla scrivania. Mi manca il lavoro, mi chiedo, non lo so. La scelta di andare in pensione mi aveva aperto prospettive che erano state valutate e mi avevano portato tutta una serie di progetti che mi avrebbero riempito le giornate. C'era per me una nuova libertà da conquistare, tempo a disposizione e spazi e tempi da riorganizzare.

Intanto mi ero goduta i primi due mesi di vacanza, sì di vacanza perché tali mi erano sembrati quei primi giorni di libertà dagli impegni lavorativi che mi davano l'illusione di essere ancora normalmente in ferie arretrate.

Il silenzio assoluto intorno, senza il sottofondo del traffico e della vita quotidiana, mi riporta alla realtà: l'epidemia da coronavirus che ha colpito il mondo intero.

Ieri era l'8 marzo ed è stata una giornata strana, piena di contraddizioni, la voglia di far festa e l'incognita del domani, la mimosa e la consapevolezza del pericolo, la voglia di godersi questo anticipo di primavera e le protezioni fisiche, come guanti e sciarpa, che stavamo indossando come primo accenno di protezione da questo nuovo virus ancora sconosciuto.

Ci stavano dicendo che dovevamo stare attenti perché il Covid 19 era facilmente trasmissibile e iniziavano le prime regole da osservare. Sembrava così innocuo dagli schermi della televisione, ingrandito migliaia di volte, colorato e pieno di spunzoni come un innocente gioco da bambini.

Ma insieme alla sua immagine ci trasmettevano anche una valanga di numeri, che crescevano in continuazione ed erano i numeri della diffusione del virus nel mondo.

Quando ero uscita ieri avevo incontrato qualcuno con bocca e naso coperti da mascherina, esagerati, avevo pensato.

Poi avevo ascoltato e visto in televisione quello che stava succedendo in Lombardia, avevo visto i dati relativi all'emergenza sanitaria in Italia e nel mondo e avevo visto lunghe file di camion che trasportavano le bare.

Avevo letto che dovevamo cambiare il nostro modo di comportarci nella socialità quotidiana, che dovevamo essere prudenti e rimandare a domani, a un dopo non ben definito, ciò che non era strettamente necessario fare oggi.

Avevamo perduto la nostra libertà di movimento, prigionieri di noi stessi.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato lo stato di pandemia nel mondo.

Le scuole, le fabbriche, i negozi, i luoghi pubblici erano chiusi e tutti stavano ben riparati in casa, come veniva raccomandato sempre più spesso di fare. Per le scuole si stava iniziando a parlare di didattica a distanza on line.

Ed eravamo sempre più soli di fronte alle notizie sulla pandemia.

La città era deserta, rari i passanti che un po' disorientati sembrava che camminassero vicino ai muri delle case quasi a cercare protezione. Il consiglio era quello di non 'toccarci', evitando anche di stringerci la mano per evitare il contagio. Era così triste sfiorarsi con i gomiti! E poi la distanza di sicurezza di almeno un metro anche con gli amici!

La casa era vuota, vuota di suoni, vuota di pensieri, vuota di prospettive, senza vita, come se il pensiero dominante del pericolo sovrastasse ogni forma di attività.

Qualcuno in televisione ci consigliava di impegnarci nei lavori domestici trascurati per mancanza di tempo, oppure di rivisitare vecchie ricette culinarie o di leggere i libri che riempivano i nostri scaffali e che non avevamo avuto il tempo di finire..

Io no, non facevo niente di tutto questo, io mi trovavo spersa nella mia casa, disorientata da quel tempo libero che non sapevo come riempire, ancorata a quei bollettini sempre più infausti che la Protezione Civile trasmetteva ogni giorno alle 18.00, insieme alla voce di quegli illustri virologi, fino ad allora sconosciuti quasi a tutti, che cercavano di allarmarci il meno possibile.

I supermercati erano aperti ed erano stati presi di 'assalto' da qualcuno che forse aveva paura di morire di fame, ma forse erano semplicemente i luoghi dove potevamo condividere la nostra solitudine o incontrare qualcuno che conoscevamo.

Dopo qualche giorno sono andata a fare la spesa non prima però di aver riempito la mia brava autocertificazione come ci imponeva il Dpcm (ma cosa vuol dire?) con la giustificazione dei miei spostamenti in ambito cittadino, la mia lista di quello che mi serviva, la mascherina, i guanti e i capelli in disordine perché i parrucchieri erano chiusi ormai da tempo.

E mi sono messa in fila fuori dal supermercato dove potevamo entrare a gruppi di circa dieci persone dopo che il gruppo precedente era uscito.

Io non ho viaggiato molto all'estero, ma una fila così l'avevo vista solo in aeroporto, perché lì adottano le file orizzontali e non verticali che si snodano sinuose in modo che tu veda la meta vicina in linea d'aria, ma lontanissima nella realtà.

Ho fatto la spesa e sono tornata a casa. E poi? Il tempo era vuoto, libero e del tutto inutile se riuscivo solo ad astrarmi dal presente in maniera passiva.

Dovevo fare qualcosa di creativo e di gratificante per me, non potevo ascoltare solo la voce del silenzio ed essere sommersa dalle notizie incombenti su di noi.

Ho cercato allora la compagnia dei miei libri e dei personaggi che li animavano. Con loro avrei potuto passare interi pomeriggi, avrei potuto intrattenere rapporti sociali, avrei potuto illudermi di parlare e visitare la loro casa, avrei potuto vivere una vita sociale lontana dalla pandemia.

Ma sarebbero stati solo attori sul palcoscenico della vita.

L'idea comunque mi è piaciuta e sono andata a cercare la raccolta di Luigi Pirandello “Novelle per un anno” e i personaggi che uscivano da quelle pagine erano vivi e reali, i loro problemi, talvolta così assurdi da sembrare veri.

Ma erano lì fissati sulle pagine di un libro, statici e senza futuro, potremmo dire predestinati dalla penna del loro autore,

Invece il nostro futuro era legato ad un virus che poteva cambiare il nostro mondo e la nostra vita. La prospettiva avrebbe potuto essere un domani in un tempo e in una realtà che non avevamo mai pensato di dover affrontare.

Questo era il mio pensiero latente che inconsciamente mi opprimeva.

A gennaio avevo creduto di avere un sacco di tempo libero davanti a me, invece anche il tempo è prigioniero come me in questi strani giorni di inizio primavera.

Licia Mariotti

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