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Un “femminicidio” pontederese.

di - sabato 06 febbraio 2021 ore 07:30

Una sera di un piovoso novembre del 1974, Pontedera fu teatro di un fatto luttuoso che decenni dopo sarebbe stato chiamato “femminicidio” e allora si chiamava semplicemente uxoricidio.

Quella sera il parroco del centro città, aveva un appuntamento con uomo disperato, che chiedeva di essere riconciliato con la moglie la quale intendeva lasciarlo, e allontanarlo dalla casa familiare.

Poco prima dell’appuntamento, nella canonica spuntò anche la moglie con una differente richiesta. Il prete, per evitare conflitti, si preoccupò di non farli incrociare, invitando la donna a lasciare velocemente i locali. Nell’uscire la donna s’imbatté nel marito, pertanto tornarono indietro insieme. La presenza del sacerdote rasserenò entrambi rimanendo tuttavia ognuno sulle proprie posizioni. L’uomo chiedeva alla moglie una sorte di rappacificamento e che acconsentisse a tornare a casa con lui. La donna si dimostrò irremovibile nella decisione di tornare insieme al coniuge e pregava il religioso di aiutarla a trovare una casa per sé e per i figli.

Una volta fuori dall’ufficio del parroco la discussione fra i due coniugi proseguì con toni alti e ostili. L’atteggiamento della donna inasprì il consorte il quale minacciò di picchiarla, Lei replicò di non avere paura e a conoscenza che il consorte possedeva un coltello in tasca lo avvertì “ti vado a denunciare in caserma.”

Nel frattempo i due si trovarono all’altezza della caserma dei Carabinieri, la donna decise di entrare lasciando il marito, incredulo, all’esterno; una volta dentro superò il piantone, attraversò il corridoio e parlò con il Maresciallo il quale gli promise che avrebbe redarguito il coniuge su come dovesse rispettare la moglie e soprattutto i figli minori.

Era il 1974 e la sensibilità degli operatori delle forze dell’ordine non era all’altezza del fenomeno che andava presentandosi, e la mentalità anche nei rappresentanti della legge era quella di ricomporre comunque il nucleo familiare. Da appena quattro anni era stata introdotta la legge sul divorzio e appena cinque mesi prima gli italiani si erano pronunciati contro l’abrogazione mediante referendum.

Le parole del maresciallo non convinsero la donna ma dovette lasciare ugualmente la caserma, rassegnata a sopportare ulteriormente quella vita di contrasti, di allontanamenti e di continui litigi dovuti, nella maggior parte dei casi, all’eccessiva gelosia dell’uomo. Con passo incerto, si avviò verso la sua abitazione, una volta svoltato il decumano del centro città fu raggiunta dal coniuge che non si aspettava tanto coraggio e aveva atteso con ansietà: nel frattempo egli si era caricato di aggressività. La seguì prima con gli occhi e poi la raggiunse accusandola di essere “infame” e rinfacciandole alcuni tradimenti, quindi metteva in opera il suo atroce disegno: “Allora persi la testa – raccontò l’imputato nel processo – non ci vidi più e colpii ripetutamente quattro o cinque volte”. Spiegò ancora:“Ma io volevo soltanto dare una lezione a mia moglie, non avevo intenzione di farle del male. Solo quando vidi sopraggiungere un’ambulanza mi venne il sospetto di avere ferito mia moglie in modo grave.”

Dopo essere stata ripetutamente ferita la donna si mise a correre, gridando entrò nel vicino bar, chiese aiuto e mentre spiegava di essere stata accoltellata dal marito, perse i sensi e crollò per terra.

L’uomo si allontanò immediatamente dal luogo del delitto e face un giro dei bar del centro utilizzando i bagni dove si sciacquava le mani sporche di sangue. Nell’ultimo bar, nel chiedere l’ultima bevuta, salutava il gestore dicendogli: “Mi rivedrete fra due anni, ho ferito mia moglie. Chiamate i Carabinieri.”

L’appuntato dei Carabinieri, che poco prima aveva visto uscire la donna dalla caserma, venne chiamato per andare in una trattoria dove si era rifugiato l’omicida che voleva costituirsi perché ripeteva “ho ferito la moglie con un coltello”. L’appuntato prese in consegna anche il corpo del reato ovvero un coltello di medie dimensioni che l’uomo gli consegnò spontaneamente.

Una volta all’interno della caserma chiese ripetutamente notizie della moglie che era stata trasportata in ospedale. Quando il Maresciallo comunicò all’uomo che la moglie era morta egli si disperò, scoppiò in singhiozzi gridando: “Ma perché?” - “Io non volevo” – “Cosa ho fatto?”.

Nel corso del processo la cui difesa era stata presa dal locale “Principe del Foro”, furono chiamati alcuni amici nel tentativo di scagionarlo. Nell’arringa il difensore tentò di mettere in cattiva luce la personalità della moglie: “ha avuto la disgrazia di sposare una donna che in gioventù è stata alla ricerca dell’amore libero e che aveva avuto dei figli fuori dal matrimonio”.La vita fra loro era diventata impossibile e le scenate divennero clamorose e quotidiane. Per due volte l’uomo abbandonò la famiglia e infine fu la moglie a lasciare il marito e i figli e a trasferirsi in una città.

Per sostenere la tesi dell’imputato dedito alla famiglia e innamorato della moglie con il consenso dei Giudici, il difensore, gli fece togliere la giacca e la camicia per far visionare i tatuaggi, vecchi e nuovi. Mostrò l’avambraccio sinistro dove primeggiava la figura della bilancia della Giustizia che sovrastava il monito “ci pensa Lei”. Sullo stesso braccio quasi all’altezza della spalla una figura di testa di cavallo sovrastata da una testa di donna a più colori (l’uomo disse che il tatuaggio era stato fatto prendendo come modello una fotografia della moglie). Sul torace: il volto di un suo fratellino morto in tenera età.

L’esito dell’autopsia parlò di quattro colpi inferti con violenza di cui due in parti vitali.

Nella sua requisitoria il PM sollecitò, la concessione dell’attenuante della provocazione insistendo nel dolo intenzionale e chiedendo la carcerazione ad anni 16.

I Giudici riconoscendo l’aggravante della premeditazione, concessero tuttavia le attenuanti generiche e lo condannarono a 12 anni di reclusione.

Nessuno si costituì parte civile


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