comscore
Questo sito contribuisce alla audience di 
QUI quotidiano online.  
Percorso semplificato Aggiornato alle 17:00 METEO:PONTEDERA10°  QuiNews.net
Qui News valdera, Cronaca, Sport, Notizie Locali valdera
mercoledì 02 dicembre 2020
corriere tv
Il Senato chiude l'audio a Casini mentre sta parlando e lui non la prende bene

QUI eBook domenica 08 novembre 2020 ore 01:00

VENTOTTO

“Lo studio della chiocciola”, 1974 (part.) Grafica di Niccolò Belcari

di Nicola Belcari



. — PREFAZIONE

Il presente lavoro di scrittura e riscrittura di storie e novelle popolari o di autori classici, soprattutto Boccaccio, (maestro sorprendente per la libertà di pensiero immune dalla “mediocrità” delle convenzioni sociali) è consistito nelle seguenti operazioni:

  • scelta della storia e invenzione degli adattamenti con sporadici riferimenti all’attualità.
  • trascrizione nel linguaggio odierno.
  • sintesi estrema della vicenda con eliminazione di descrizioni, analisi psicologiche, articolazioni e complessità nei dialoghi e nell’esposizione più in generale.
  • inserimento e chiosa degli avvenimenti con proverbi tradizionali o di nuovo conio.

Le storie scelte hanno quasi tutte un tema comune: il tradimento, e più specificamente il tradimento della moglie, e l’amore in generale che contravviene alle leggi sociali o religiose.

La scrittura è semplice e piana; il tema è trattato con leggerezza; lo scopo è il divertimento senza trivialità con l’ironia che s’appunta contro ipocrisie e rivela contraddizioni.

Sono storie in gran parte inattuali che non devono suscitare rimpianto per un buon tempo andato che mai esistette, oggi che il meretricio, un aspetto particolare dell’amore illecito e una violenza antica quasi mai una scelta, ha una nuova frontiera, quella del “carrierismo”, che avvilisce il libero dono di sé.

Nel paese del “delitto d’onore”, diritto-dovere dell’uomo che assegna alla donna solo il ruolo della vittima, c’è parso una forma di risarcimento.

Una piccola rivalsa per tutte le violenze subite dalle donne, stuprate in tempo di guerra e di pace, sopraffatte dai mariti, in balia dei soprusi di signorotti locali, costrette ad immolarsi sulla tomba del coniuge, lapidate per adulterio (mentre quello del marito era praticato, accettato o non faceva notizia).

Oggi questa “bella tradizione” del “divorzio all’italiana”, come è stato definito, continua a trovare miseri e disgraziati seguaci accanto a nuovi costumi del tutto opposti che una volta avremmo definito “americanate”. C’è sembrato un modo per non condividere, da una parte, le severe punizioni di un tempo, dall’altra, le nuove morali che si condannano al sorriso.

Redenta la donna dal marchio d’infamia della “Lettera scarlatta”, non si vuole sostituire quella “A” con la “C” di cornuto, magari da appendere sulla schiena del malcapitato: si ha ribrezzo per l’innocente, o il colpevole che sia, esposto alla berlina. Il nostro sorriso è il riflesso di quello di un Eros sbarazzino che si prende gioco di noi e che non riconosce altra legge se non quella del suo piacere.

E se anche il marito se lo fosse meritato, come frequentemente accade, non ridiamo di lui e lo lasciamo libero di sciogliere un legame che non è più nella legge della natura, né in quella degli uomini, per andare incontro ad una nuova vita.

PROLOGO

Trovandosi a convivere in un ospizio, per vincere la depressione con una specie di terapia di gruppo, sette o otto pensionati, più o meno in là con gli anni, strinsero amicizia e cominciarono a raccontarsi storielle che avevano sentito da giovani nelle veglie (di alcune più conosciute cambiavano i particolari o ricordavano varianti diverse).

La loro non era la fuga volontaria dal mondo in un " buon ritiro ": i fastidi dello stare insieme forzato con altri erano parecchi, i legami col mondo forti e la televisione era là per rafforzarli. Compresero il pericolo di restare soli con la tv, nel mondo della tv, per tutti uguale, ognuno solo nello stesso mondo di ombre.

Nessuno poteva far niente per cambiare il mondo e allora si poteva per qualche ora dimenticare l'inferno lasciato fuori della villa che pure continuava a perseguitarli perché così è anche se l'uomo vivesse su uno scoglio o su un albero. Se fuggire non è possibile, possiamo lasciare per qualche ora quel fardello di consapevolezza che ci opprime, pensarono e si proposero di farlo con racconti e novelle.

E io, che sono stato impiegato alle Poste e perciò con le lettere me la cavo, ho scritto con parole mie queste novelle.

Sono storie di contadini, artigiani, borghesi, alcuni benestanti o agiati, dimentiche che intorno a costoro si svolge la vicenda di un'umanità divisa, del popolo dei poveri sopraffatti dalla miseria, schiacciati dall'ignoranza e tutto un mondo di drammi e tragedie, guerre, epidemie vecchie e nuove, notizie spaventose, paure, angherie nel mare immondo dell'ingiustizia.

Storie di un mondo senza Storia, che ignorano la vita vera, i sentimenti dei protagonisti. Storie per scordare oltraggi, delusioni, torti e patite schiavitù d’una società che è una gabbia in cui padroni e servi, ma tutti schiavi soli e disperati, si dibattono scambiandosi indifferenza o odio col rancore di prigionieri rabbiosi o annoiati.

S’illudono ubriachi di privilegi, i ricchi, a turno (perché non ci sono caste nelle società democratiche) borghesi o aristocratici, a seconda se ladri o discendenti di ladri (Il nobile o il ricco di vecchia data che si rammarica di non trovare parole abbastanza offensive per vituperare la genia dei “ villani rifatti, razzamaglia, avanzi di forca, schiuma di feccia di usurai ”, ecc. non si accorge che dando del ladro al parvenu, dà del ladro ad un suo avo). I milionari, ora miliardari, vegeti o rinsecchiti da opposti vizi, rimpinzati di cocaina, circondati da ruffiani, guardia-spalle, segretarie tuttofare, procacciatori di puttane e merci varie, spendono lo stipendio di un dipendente in una cravatta, sguazzano nell'oro, mantengono la ganza senza far mancare niente alla famiglia, assoldano alcuni, che hanno speso una vita sui libri, come cortigiani, per suggerire opinioni a chi ha difficoltà a farsene di proprie.

Commercianti, imprenditori, professionisti, nelle ville con giardino e nelle case al mare sono alle prese coll'antifurto, trascorrono nel lusso una vita senza valore, vorrebbero mangiare le ciliegie coi signori e ogni tanto ci riescono.

Mentre i poveri si sgozzano tra loro nei ghetti delle periferie. Mendicanti, disoccupati, prostitute, nei quartieri degli immigrati, sono in guerra con operai, negozianti, pensionati e impiegati intenti a scuotersi dall’abbraccio di quei miserabili che a loro s’aggrappano, a ricacciarli nelle paludi da cui cercano di uscire.

Il ricco caca sulla ragione, chi fila è senza camicia, chi non fila ne porta due. I più poveri coi poveri sono come mosche sulle carogne. Ma tutti addosso a quel carro di fieno per rubarne covoni o una pagliuzza.

Come una lupa magra fino alle ossa, l'Invidia s'aggira in cerca di cadaveri fra le rovine.

Il lavoro, la vita più recente ci allontanano da noi stessi, da un “paradiso perduto” che non fu mai tale ma lo è ora poiché lontano e irrecuperabile, perso nel mare sconfinato, nel magma dei ricordi.

Il mondo ci appare irriconoscibile, diverso da quello che fu nostro e di cui mantiene solo parvenze e l’offesa degli anni.

La realtà fa male e per non abbandonarci agli inutili rimpianti, perseguitati da idee solite e inconcludenti, insieme al mondo rinnegato dei rinnegati, dimentichiamo il nostro moralismo, lo squallore delle nostre abitudini, i nostri ammuffiti pensieri.

______________________

MATTINO DI PRIMAVERA

Un mattino di primavera, nel giardino della villa, la nebbia dell’alba s’è diradata, tornano alla mente gli odori degli orti vicino ai botri. Uno dei pensionanti, ad altri compagni, racconta.

Quand’ero ragazzo la moglie del fattore mi chiese di accompagnarla nel frutteto. M’incaricava di reggere la scala mentre lei coglieva le ciliegie. Così facemmo. Alzando lo sguardo verso la donna quale fu la sorpresa: era senza mutande. Ricordai che il peccato della vista può portare alla cecità, stando a quello che si sentiva dire. Si trattava di un equivoco: secondo le dicerie si diventa ciechi per le attività manuali e pratiche conseguenti alla visione e comunque non è vero altrimenti io sarei cieco come una talpa. Rimasi combattuto sul da farsi, poi decisi: se avessi dovuto rischiare avrei rischiato un occhio solo e così strizzandone uno, rimirai in alto verso i frutti anche se non potrei giurare fossero ciliegie, mele o altro.

Quella visione mi accompagnò per lungo tempo. E oggi mi chiedo: si trattò di una dimenticanza assai strana? O la moglie del fattore colse, oltre le ciliegie, l’occasione di una lusinga con la riprova della sua capacità di suscitare il desiderio? E penso che, se anche il fattore non ha avuto da lamentarsene, quel giorno si sia consumato un tradimento.

Un ex venditore ambulante racconta come trovò rifugio e da mangiare, una volta. Ero in cammino da parecchio e lontano da casa, per la stanchezza e per cercare riparo dal sole inclemente, entrai in una vecchia fornace abbandonata.

Sentii nell’ombra gemiti e sospiri. Erano di due amanti che quando si accorsero della mia presenza si dettero alla fuga lasciando in un angolo una canestra con pesche, susine, fichi primaticci e una fiaschetta di vino bianco, dolce e spumeggiante. Mi rifocillai e mi tolsi la sete alla salute dei proprietari che nella fretta si erano dimenticati di chiedermi se volevo favorire. Li avevo intravisti appena: la donna pareva una contadina e l’uomo era un frate, che non aveva intenzione di portare al convento niente di quello che gli era offerto e avrebbe consumato tutto sul posto insieme alla caritatevole devota.

Come le ciliegie una storia tira l’altra.

Un altro rammenta la storia di una donna sorpresa dal rientro inaspettato del marito mentre si trovava in camera in compagnia di un uomo. Si rivestì in fretta e senza perdere la calma andò ad aprire la porta lasciando che l’amante rimanesse nel letto non essendo possibile né nasconderlo, né farlo fuggire. Per spiegare la situazione, insolita solo all’apparenza, sostenne di essere al capezzale di un viaggiatore improvvisamente infermatosi nei pressi della loro casa, con l’incarico di assisterlo ricevuto da un volontario della misericordia.

Il “malato” propose di chiamare un amico che avrebbe dovuto procurarsi un camice e fingersi medico.

Alla donna parve meno pericoloso avvalersi di un volontario vero col quale in passato aveva avuto una frequentazione più che amichevole, infatti l’idea con cui s’era tratta d’impaccio non le era venuta a caso.

Tutto il male non viene per nuocere o, se volete, di necessità virtù: rivide volentieri il vecchio conoscente, col quale rinnovò l’amicizia di un tempo; e costui, in cambio del favore, non ebbe bisogno di chiedere niente che non gli venisse spontaneamente offerto.

Gli ascoltatori sorridevano e uno di loro disse: perché non ci ritroviamo per raccontare le storie dei nostri vecchi?

E così fecero.

_____________________________

CERCARE MARIA PER RAVENNA

Nel tempo antico, un vecchio, incurante dei propri mancamenti, volle prendere per moglie una giovane avvenente, ma ovviamente recalcitrante, che gli fu data dal padre di lei, poco avveduto e attirato dai possedimenti che il bavoso e petulante pretendente poteva vantare.

Ai tempi nostri ciò non accade, poiché affascinanti fanciulle si concedono con totale spontaneità ad attempati e raccapriccianti figuri se ricchi e famosi. È passato il tempo che Berta filava.

Fu così che un giovanotto invaghito della ragazza, e corrisposto, concepì, con un intento recondito che scopriremo, una disperata quanto stramba messinscena: si vestì da donna di campagna al fine di mettersi "a servizio" di nobili o facoltose famiglie: uno stratagemma curioso e ingegnoso.

Oggidì non più tanto insolito dato che ha trovato numerosi proseliti sulle strade della Versilia e dei boschi dell’entroterra.

Grazie a un comportamento ineccepibile, generoso e disponibile, riscosse un tale successo che la nomea si diffuse rapidamente e giunse all’orecchio del vecchio che dovendo lasciare la città, per un viaggio di lavoro, pensò di affidare la moglie, che sarebbe dovuta restare sola e senza controllo, alla compagnia di quella fantesca di cui tanto si celebravano le lodi.

L’incauto marito, predestinato cornuto, s’impegnò addirittura nella ricerca della serva di campagna che si era data per nome Maria, sino a riuscire a trovarla, e dopo averla convinta con una certa facilità, a introdurla e ospitarla giorno e notte nella propria casa.

È superfluo descrivere le cure e i servigi di cui la mogliettina poté godere.

Il simpatico servitore, esaltatosi per il compimento dell’ardua impresa, e la dolce sposa, alla quale andava a fagiolo, fecero fuochi d’artificio, andarono in brodo di giuggiole.

Se il laido vecchio lesinava sui denari e non ultimo questo era il motivo per cui aveva scelto la Maria, campagnola di modeste pretese, i giovani, invece, a cui pareva di aver fatto e di stare come Carlo in Francia, generosamente non si risparmiarono e lo servirono in abbondanza di corna, del resto meritate, ramificate, da cervo reale.

Come si vede, alla fine, il bene trionfa sempre.

La cortese servetta non mangiava a ufo e certo si guadagnava la pagnotta; la sposina veniva considerata dalla gente un modello di virtù per il suo comportamento schivo e riservato: infatti non stava tutto il giorno fuori di casa come tante altre civette.

Omnia vincit amor

______________________________________

VALE PIU’ LA PRATICA DELLA GRAMMATICA

A Pisa, un uomo di legge, dotato d’ingegno e di profonda cultura giuridica, molto ricco e stimato, si persuase di pretendere una moglie giovane e bella credendo di poterla soddisfare coi bei discorsi e con la sua posizione. Il signor giudice se avesse consigliato se stesso come faceva con gli altri avrebbe scampato quel pericolo. Convinse soprattutto il padre della più affascinante ragazza del suo quartiere, di nome Bernarda. Le nozze furono magnifiche, ma poco mancò che la prima notte non si concludesse in bianco. Per questo il giudice, diventato migliore estimatore delle sue forze, cominciò a insegnare alla moglie un calendario nel quale non c’era un giorno senza un santo o una ricorrenza per rispetto alle quali non si dovevano l’uomo e la donna accoppiare; e come se non bastasse c’erano digiuni e vigilie dei più vari periodi canonici e le quaresime e persino le fasi della luna, quando non adduceva impegni di lavoro. La donna si faceva sempre più malinconica perché andava bene se le toccava una volta al mese mentre il signor giudice si preoccupava soltanto che altri non le insegnassero i giorni di lavoro come egli le aveva insegnato le feste.

Un’estate, al mare a Montenero, Bernarda si allontanò dalla riva in barca, fu abbordata dai dei pescatori e "rapita" dal loro capo, Mino.

La donna pregava spaventata e Mino cercava di confortarla con dolci parole. Poi, siccome non teneva calendari alla cintola ed era sommamente ignorante di feste e di quaresime, prese a confortarla coi fatti.

Venendo a sapere dove la moglie si trovava, il giudice andò per liberarla dalla prigionia del sequestratore, disposto a pagare il riscatto che l’odioso individuo avrebbe preteso.

Quando i due uomini s’incontrarono, il giudice scoprì che l’altro era di civili costumi, che si dichiarava comprensivo e certamente avrebbe lasciato libera la donna solo che questa avesse riconosciuto come tale il marito.

Il giudice rincuoratosi prefigurava l’abbraccio della moglie e rimase di stucco quando questa fece finta di non riconoscerlo. Egli pensò di essere trasfigurato dal dolore patito o che più probabilmente, la moglie fosse uscita di senno per la terribile esperienza sopportata. Chiese di parlare con lei da solo perché la presenza del marinaio poteva intimidirla o costituire una minaccia. Ottenne il colloquio e disperato ricordò come l’avesse perduta e tanti altri particolari della loro vita in comune.

La moglie alla fine, dopo tante insistenze e dichiarazioni d’amore, rispose ridendo: ”Certo che vi conosco, ma voi piuttosto non mi conoscevate e mai vi siete accorto di come io fossi e di cosa avessi bisogno. Se vi interessavano più le leggi della moglie non avreste dovuto sposarvi. E anzi mi siete sembrato più un banditore di feste che buon giudice. Dove sono ora non ci sono feste e sempre si lavora al mio orticello e intendo qui restare e continuare, che le feste le farò da vecchia. Andatevene e fatevi tutte le feste che vi pare". Il marito afflitto chiese: "Non hai riguardo all’onore? Ai parenti? Vuoi star qui come bagascia, vivendo in peccato mortale?”. Allora la savia Bernarda rispose: "L’onore è perduto, ma non c’è da fare drammi: l’acqua che bagna è solo la prima. I miei parenti pensarono a me quando mi dettero a voi? Qui sono tenuta come moglie tutte le notti, mentre a Pisa si dovevano congiungere i pianeti. Voi promettete di sforzarvi, ma per quale piccolo miglioramento? Un misero brodino, rispetto alle gran cene che qui s’apparecchiano".

Il vecchio tornò a Pisa e come costantemente inebetito sempre diceva e, a qualunque domanda, rispondeva: "Il mal foro non vuol feste". Deperì ogni giorno di più, fino a morire. E se ci rincresce per il povero vecchio, punito troppo severamente, Bernarda fu però finalmente libera di sposarsi con Mino. Il suo amore meritava di essere benedetto e legittimo e così la sorte volle.

Viva la Bernarda!

continua



Tag
 
Programmazione Cinema Farmacie di turno

Ultimi articoli Vedi tutti

CORONAVIRUS

Attualità

Linking Valdera

Attualità