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Attualità domenica 19 luglio 2015 ore 06:30

Commovente commemorazione della Strage di Aiale

“Comprendere è impossibile, conoscere è necessario” l’assessore Simona Cestari cita Primo Levi per ricordare le 17 vittime innocenti



CASCIANA TERME LARI — Tutte le personalità si sono riunite ieri a Lari per ricordare questo triste avvenimento di 71 anni fa all’Aiale, quando 17 innocenti furono uccisi dalle truppe naziste in ritirata, mentre tutta la cittadinanza festeggiava la Liberazione.

Il corteo, come da programma, si è mosso da piazza Vittorio Emanuele II verso piazza Matteotti.

Il comandante dei vigili del Comune, ha ordinato gli “attenti” e due vigilesse hanno deposto la corona di alloro al monumento dei caduti in piazza Matteotti, mentre venivano letti ad alta voce i nomi delle vittime e la loro età, e mentre con il sindaco Mirko Terreni di fronte e tutte le altre personalità in cerchio, è stato ascoltato ed applaudito l’inno nazionale.

Sul palco l’attrice Mohared Barone del gruppo musicale Vincanto ha letto un brano tratto dalla testimonianza autentica di Anna Maria Vanni Morelli, insegnante larigiana scomparsa qualche anno fa, che all’epoca aveva 17 anni e che fu testimone diretta della carneficina (allegato).

Tanti furono i martiri della guerra e tra i civili Bruno Possenti, presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ha ricordato il diciottenne Gino Bonicoli di Casciana Terme ucciso dai fascisti, mentre tornava a casa, quasi sotto gli occhi della madre, per aver manifestato apertamente la sua idea politica.

Di particolare rilievo l’intervento della giovane consigliera regionale neo-eletta Alessandra Nardini che non ha fatto mistero del pericolo che importanti testimonianze di sofferenza e crudeltà come quella di oggi vengano perdute, se non saranno coinvolte e investite le nuove generazioni con il compito di tenerle vive e tramandarle.

Ha chiuso gli interventi il sindaco Mirko Terreni che ha ribadito come sia importante ricordare che è per fatti di orrore come questi e per le sofferenze e la morte di alcuni, che la libertà e la democrazia hanno trionfato.

I gonfaloni dell'Associazioni dei partigiani, dei combattenti, dei bersaglieri e degli alpini, portati con orgoglio dai loro rappresentanti, hanno fatto da testimone come a voler dire “io c’ero e non dimentico”.

Erano presenti inoltre il questore Alberto Francini, il vice questore aggiunto Luigi Fezza comandante del Commissariato di Polizia di Pontedera, il comandante provinciale dei carabinieri di Pisa colonnello Andrea Brancadoro, il comandante dei Carabinieri di Pontedera capitano Massimo Ienco, i carabinieri della stazione di Lari e rappresentanti della Misericordia, associazioni e istituzioni locali e i parenti delle vittime.

La cerimonia si è conclusa con un grande applauso dei presenti sulle note di “Bella ciao” cantata dal gruppo Vincanto che ha accompagnato tutta la cerimonia con brani popolari.

Questo il racconto di una testimone dell'epoca (tratto da "Le 17 vittime civili del passaggio della guerra"):

"La mattina del 15 cominciarono ad arrivare le prime notizie che gli americani stavano entrando nell'abitato di Lari e forse entro un'ora sarebbero arrivati anche da noi. 

Fu come si suol dire "la sassata in piccionaia"; il rifugio si rianimò, ognuno di noi sembrò riacquistare vigore e dal mutismo quasi assoluto si passò a scene di autentica, totale euforia.

"La guerra è finita. Viva gli americani" urlavano tutti ridendo e saltando dalla gioia. Fu allora che alcune donne tirarono fuori come per incanto una fogliata di pasta fatta in casa e dissero che avrebbero preparto una bella pastasciutta al ragù. Fu acceso il fuoco in un fornello sistemato in fondo al rifugio e tutto si riempì di quell'aroma che stimolava ancor di più il nostro appetito mai calmato in quei giorni terribili. 

Mentre il ragù soffriggeva un uomo che era vicino all'ingresso del rifugio urlò:"Eccoli!".

Di colpo molti si precipitarono verso l'imboccatura della tana a godersi lo spettacolo dei fanti americani che guardinghi, lungo i bordi della strada e attraverso i campi, avevano ormai raggiunto la nostra zona. Uscirono quasi tutti fuori, davanti al rifugio, ad acclamare, a fare evviva ed io con loro, come trascinata dall'impeto entusiastico a raccogliere qualche dolciume che i soldati elargivano volentieri a noi ragazzi.

La gente si passava bicchieri e fiaschi di vino da offrire agli assetati americani che grondavano di sudore ed erano coperti di polvere. Si fermarono un po' sospettosi lì, fra la gente, poi capirono che non c'era da temere alcun pericolo e si abbandonarono per pochi minuti anch'essi alla gioia degli abbracci, delle strette di mano, delle manate sulle spalle con il solito saluto "paisà, paisà".

Un lampo, uno schianto, una ventata poderosa e poi tutti fummo avvolti in un fumo nero e acre che toglieva il respito.

Una granata tedesca aveva colpito in pieno il gruppo di persone festanti che formicolava sulla strada attorno ai fanti americani. Io restai intontita per alcuni istanti che mi sembravano secoli. Il bagliore del lampo mi aveva temporaneamente accecata e lo spostamento d'aria mi aveva come sollevata e gettata per terra.

Quando riaprii gli occhi m'accorsi che ero caduta vicino al corpo di un uomo che era mezzo bruciato; attorno, a raggiera, c'erano tredici cadaveri orrendamente mutilati. Nessuno urlava o parlava. Ci fu un silenzio agghiacciante ed io credetti di essere rimasta l'unica persona in vita.

Ma dopo poco si alzarono i lamenti dei feriti, le urla della gente, dei parenti dei morti, dei miei genitori che mi cercavano, che dicevano di tornare dentro.

I tedeschi avrebbero potuto continuare il cannoneggiamento perchè ormai avevano individuato l'obbiettivo; i loro cannoni erano verso il "Cavaticcio". Sparavano a vista, proprio come si fa con i pupazzi al tiro a segno per la fiera di paese.

Mia sorella Adriana era fuori di sè dallo spavento e i miei genitori cercarono con tutti i mezzi di confortarla, distraendola con i discorsi più strani. Frattanto nel rifugio portarono alcuni feriti e poi, pian piano, anche tutti i morti che furono sistemati in fondo, proprio vicino al fornello che avrebbe dovuto fornirci il ragù. Il gran caldo di quei giorni non consentiva di trattenere quei poveri corpi lì con noi; il fetore cominciò presto ad invadere i locali a rendere l'aria irrespirabile e alcuni cadaveri furono composti, si fa per dire, in cassette di legno con le quali arrivava il sapone al negozio di Aiale".".

Marcella Bitozzi
© Riproduzione riservata



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Dolomiti, caos e disagi per la neve

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