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Spettacoli martedì 06 luglio 2021 ore 11:34

Applausi a scena aperta per Vittoria Puccini

Anfiteatro pieno ad ascoltare, in Prima Nazionale, Greta, la madre interpretata dall’attrice fiorentina protagonista anche di molte serie tv di successo



PECCIOLI — “Poco più che persone – Greta”, è il terzo spettacolo dei cinque presenti nel cartellone di FestiValdera, un festival che punta sul racconto e sull’omogeneità degli artisti coinvolti a creare una macrostoria suddivisa in episodi indipendenti ma legati. 

Sul palco dell’Anfiteatro Fonte Mazzola di Peccioli, partner di Pontedera per la realizzazione dei due rispettivi festival, quest’anno in stretta collaborazione e condivisione di spazi e di artisti, sfilano attori di primo piano quali Luca Zingaretti, Fabrizio Gifuni, Vittoria Pucci, Marco D’Amore e Toni Servillo. Rimangono costanti drammaturgia, regia e musiche, affidate rispettivamente a Michele Santeramo, Marco D’Amore, Marco Zurzolo (sax) Piero de Asmundis (piano). Vittoria Puccini è l’unica attrice, l’unica voce femminile tra i personaggi di questa storia popolata da ‘poco più che persone’, persone vere, in carne e ossa, persone normali che la vita mette davanti a prove disumane, per fronteggiare le quali serve tanto troppo coraggio.

Si accendono le luci e precipita il silenzio sulla cavea affollata di quasi 600 spettatori. Si distingue bene il rumore dei passi sulla skené mentre spiccano le ombre dei personaggi su fondale color tramonto. Michele Santeramo introduce questo brandello di storia per riallacciarlo alle trame già ordite con Angelo di Luca Zingaretti e Italo di Fabrizio Gifuni: “Una porta un destino. Angelo ha lasciato il piccolo Salvo davanti alla porta dell’ospedale dove lo aspetta la morte e lì lo ha visto entrare con coraggio. Italo e Greta, i genitori di Salvo, hanno venduto loro figlio, destinandolo al commercio di organi, per far operare Ruben, l’altro figlio. Italo è un clown dalla risata spenta, che ha perso tutto e che chiede al figlio che gli appare davanti: ‘Non perdonarmi perché saresti migliore di me.’ Salvo ora deve trovare anche la madre per farle ritrovare l’innocenza perduta. Greta oggi rinasce e voi ne siete gli unici testimoni.”

Insigniti del ruolo, gli spettatori-testimoni, si lasciano cullare dal sax di Marco Zurzolo e il piano dolce di Piero de Asmundis mentre la voce di Greta accende luci blu: ‘Stamattina piove. Piove nella mia casa di plastica nella fabbrica abbandonata con il tetto di amianto. Ho deciso che questo è il prezzo che devo pagare per quello che ho fatto.’ Le parole di Greta ci descrivono la scena e noi sentiamo un po’ di quel freddo, di quella pioggia finissima, di quella polvere d’amianto e di quella nostalgia grigia che ora abitano il cuore di una donna che si è trovata davanti a una scelta che una madre non può compiere: scegliere quale dei suoi due figli far vivere: ‘Io non giudico. Troppo facile: basta avere una casa calda da cui poterlo fare’. 

Ora è sola, ha abbandonato marito e figlio e il circo che li ospitava per lasciarsi sprofondare negli abissi di un dolore insormontabile e si lascia vivere dal ‘tempo che passa anche se noi non ci siamo’. Alle volte, colta da un moto di disperazione che sale verso l’alto, Greta scende alla strada e tende un cavo d’acciaio a due metri di altezza e ci cammina, come al circo. Poi arriva la polizia che qualcuno chiama sempre, perché giudicare è facile: ‘Tutti ci sentiamo re di un regno piccolo che ha i confini tra le lettere della parola io.’ Con i soldi che raccatta poi decide se mangiare o riparare la plastica che le fa da tetto nella casa di plastica nella fabbrica abbandonata con il tetto di amianto. E i polmoni si riempiono di amianto. ‘Ma cosa vuoi che sia la morte se la vita è questa?’.

In questo abisso scende lui, Salvo, poco più che un bambino che non vede la sua mamma da quando lei lo ha venduto. Quella presenza riaccende in Greta il dilemma: ‘Posso io essere ancora sua madre? Attraverso il suo sguardo sento di nuovo quel sentimento, quel filo sottilissimo che tiene insieme tutto il mondo. Salvo sta fermo e mi guarda. Guarda me, il clown che lo ha partorito. E io niente. C’è un dolore che sta sotto la coscienza e non si può spegnere. Salvo entra nella mia casa di plastica e non giudica. Il suo affetto però sa di marcio perché riapre ferite. Poi si appoggia a me e si addormenta.’

L’orchestra si anima di riflessi danzanti, come quelli di una lampada a pendagli di cristallo che le mamme sono solite sistemare sopra la culla dei loro bambini. Si evoca una situazione normale, di tenerezza materna ma quella a cui stiamo partecipando come testimoni, non è una storia normale. Siamo scesi negli abissi dell’umanità con Salvo e sua madre Greta, giù in fondo, nel buio dove di storie così se ne trovano tante: ‘Nel buio ho trovato il coraggio di fare quella scelta. Nessuna madre può tornare ad essere umana dopo averla fatta. Anche se giusta, non posso perdonarmi.’ A Greta non rimane che la fuga davanti a quegli occhi pieni di calma che la guardano e che la inseguono senza tregua fino a scatenare la sua furia. Greta aggredisce Salvo a bastonate e poi sviene sul ciglio della strada da cui nessuno la salva, perché ‘è più facile giudicare che fermarsi a chiedere che succede’.

L’erba tagliata e la rugiada sono il profumo che sveglia Greta da quel buio che più profondo non poteva essere. La luce degli occhi di Salvo lo ha rischiarato indicando a quella madre che sua madre più non è, la via per tornare a casa. Al circo ad aspettarla trova Ruben, l’altro figlio, quello che lei ha salvato, quello che per questo, le sarà riconoscente tutta la vita, quello con cui tutto sarà facile perché con lui ha fatto la scelta giusta. Anche con Italo, suo marito sarà tutto più semplice attraverso la comprensione dell’altrui pena. Entrambi hanno fatto una scelta ‘giusta e imperdonabile.’ Greta è tornata ‘dal profondo nero da cui tornano solo gli eroi e ora può tornare a essere madre, senza essere schiacciata dal senso di colpa’. Un ultimo saluto, sotto la luce ora gialla di un lampione, a Salvo che non ha dimenticato di abbracciare il fratellino Ruben: ‘Non andare troppo lontano Salvo, amore mio! Io te lo giuro, un giorno saprò perdonarmi.’

Gli applausi anche a scena aperta hanno manifestato la partecipazione sentita degli spettatori, testimoni silenziosi di una storia tragica, la cui eroina trova un accenno di redenzione attraverso l’innocenza di cui oggi i bambini sono forse gli unici custodi. Nessuno giudica, tutti ascoltano e forse portano nelle loro case un altro pezzettino di quel sentimento perduto.

Giovedì ascolteremo la voce di quell’innocenza dalla bocca del piccolo Salvo nell’interpretazione di Marco D’Amore.

Classe '81, Vittoria Puccini esordisce nel 2000 interpretando il ruolo di Gaia nel film Tutto l'amore che c'è, diretto da Sergio Rubini. Ottiene la consacrazione con la serie televisiva Elisa di Rivombrosa (2003) grazie alla quale vince il Telegatto come personaggio femminile dell'anno. La sua carriera si arricchisce di importanti incontri e riconoscimenti. Con il film Colpo d'occhio, regia di Sergio Rubini, di cui è protagonista insieme a Riccardo Scamarcio, riceve il premio Diamanti al Cinema come migliore attrice protagonista ex aequo con Violante Placido alla Mostra del Cinema di Venezia 2008. Uno. Nnel 2009, il regista Gabriele Muccino la sceglie come coprotagonista nel film Baciami ancora, nel quale Vittoria interpreta il ruolo di Giulia. Per questo ruolo, il 20 giugno 2010, a Vittoria Puccini viene assegnato il Golden Goblet Award come migliore attrice protagonista alla 13ª edizione del Festival Internazionale del Film di Shanghai. Nel 2015 interpreta Oriana Fallaci nella fiction tv L'Oriana, che racconta la vita privata e professionale della giornalista. Nel 2021 viene candidata ai David di Donatello come miglior attrice protagonista per il ruolo di Elisa nel film 18 regali. Ad aprile 2021 è la protagonista della miniserie Rai La Fuggitiva.

Elisa Cosci
© Riproduzione riservata

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