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giovedì 12 dicembre 2019

Attualità domenica 27 ottobre 2019 ore 11:30

L'evasione della zingarella

Negli ultimi anni di vita, fine secolo scorso, del carcere di Palazzo Pretorio avvenne l'unica fuga che si conosca in sette secoli.



PONTEDERA — Se le evasioni romanzate e cinematografiche di Papillon non sono mai esistite ma hanno ottenuto una fama mondiale, il grande amatore Giacomo Casanova riuscì davvero ad evadere dal carcere dei Piombi di Venezia. Mentre quasi un secolo fa evasero dal Mastio di Volterra, calandosi con i lenzuoli, un acrobata e due anarchici condannati per una rivolta antifascista. Ne conseguì un' epopea popolare che soltanto da pochi anni si è sciolta nel tempo che passa. 

Anche Pontedera ha la sua evasione, l'unica che si conosca nel corso dei sette secoli di presenza del carcere di Palazzo Pretorio, in attività prima al piano terra - dove ora c'è il retrobottega del bar Mandarino - e poi all'ultimo piano. Fino alla chiusura.
Evasione tutt'altro che clamorosa, ma pur sempre evasione, di cui fu protagonista una zingarella pescata a rubare e portata in cella in attesa dell'eventuale processo in seguito al (difficile) accertamento della sua età. Processo che però non ci fu mai perché la ragazzina riuscì ad aprire la porta segando col manico di una forchetta spezzata la grata di ferro dello spioncino, nella quale infilò la mano e il piccolo braccio riuscendo a tirare il catenaccio esterno. Per poi scendere le quattro rampe di scale senza che nessuno la bloccasse e uscire sotto il loggiato della Pretura. Dileguandosi. Ne scaturì, inevitabilmente, un processo ai sorveglianti. 

In quelle celle strette e buie all'ultimo piano dell'edificio più antico della città hanno trascorso giorni e notti e scontato pene o residui di pene migliaia di detenuti nel corso degli ultimi tre secoli. Quelli dopo il trasferimento del carcere dal piano terra all'ultimo piano e fino al 1975, quando il pretore dell'epoca giudicò quelle celle non più 'vivibili' e chiuse il carcere nonostante i ripetuti inviti del ministero di tenerlo ancora aperto. 

Fra i giorni di maggiore affollamento delle celle si ricordano quelli legati all'uccisione (1951) del parroco di Cevoli della quale furono inizialmente accusati gli esponenti comunisti del paese, mentre soltanto anni dopo si scoprì che l'assassino. Anche lui comunista ma non cevolese. E se durante il periodo fascista venivano portati in quelle celle gli anarchici pontederesi potenziali attentatori al treno del Re che viaggiava verso San Rossore, nell'immediato dopoguerra vi furono chiusi e anche illustri pontederesi (uno per tutti: il dottor Zoli al quale è ora intitolato il palazzetto dello sport) accusati d'esser stati fascisti.

Le celle sono ancora lì in attesa, magari, di diventare un'attrazione turistica che sicuramente avrebbe successo, come dimostrarono le visite guidate organizzate qualche anno fa. 

Mario Mannucci
© Riproduzione riservata



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