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Cultura martedì 19 luglio 2022 ore 09:29

Piazza stazione, tra poesia e politica

Paolo Marconcini, ex sindaco di Pontedera, interviene nella "discussione poetica e non politica" stimolata da Giuseppe Cecconi con il suo articolo



PONTEDERA — Ho letto, su QUInews Valdera, gli articoli di Giuseppe Cecconi o, per dirla tutta, del professor Cecconi, dedicati alla Stazione di Pontedera. Giuseppe è un amico. Insieme facciamo parte del Circolo di Piazza Stazione. Un’associazione spontanea e volontaria di persone che promuove iniziative per incoraggiare una cultura di solidarietà fra cittadini di diversa estrazione e provenienza. E affermare una visione diversa di Piazza Stazione. Che ha certamente problemi da non sottovalutare, ma è anche e sopratutto il centro di un quartiere con una “qualità” sociale complessa che può e deve essere valorizzata. Anzi pensiamo che accrescere quella qualità, concepirla come arricchimento reciproco, significa anche affrontare con un angolatura nuova le altre problematiche, perfino quelle relative alla sicurezza. Le iniziative di cui Cecconi parla sono nate in questo percorso che il Covid ha interrotto e che speriamo di riprendere. Condivido quindi lo spirito inclusivo che anima le sue pubblicazioni e i suoi articoli. Ovviamente non condivido tutto.

Apprezzo l’intenzione di operare una ricostruzione delle cose dettata dal sentimento: una discussione poetica, dice Giuseppe. Non vedo però perché proporre necessariamente questa discussione come “non politica”. Certo che c’è differenza tra “poetica” e “politica”, ma lascerei la libertà di valutare la distanza o anche la vicinanza tra i due termini. Magari la politica potrebbe farsi espressione dei sentimenti profondi e la poesia interprete e denuncia della realtà. Non si sa mai. Mai porre limiti alla Provvidenza.

Per questo non mi è piaciuto il senso di frustrazione con cui Giuseppe tratteggia la vita degli operai della Piaggio, fin nell’ambito e nell’andito abitativo. Certo il lavoro operaio causa alienazione, ma il quadro raffigurato mi pare eccessivo e dipinto a tinte fosche. Lombrosiano quasi, quando si riferisce alla media statura e all’afasia. I piaggisti fanno parte della storia fondativa della città. E quei lavoratori - Cecconi non può dimenticarlo - hanno sempre portato dentro di sé la coscienza della fatica e dello sfruttamento, insieme all’orgoglio dignitoso del proprio mestiere. Sul Villaggio Piaggio poi si potrebbe aprire un capitolo a sé, negli aspetti positivi e negativi, ma sorvoliamo. C’è la lezione di Simone Weil, la filosofa e mistica francese che sperimentò la catena di montaggio alla Renault: l’operaio oppresso dalla fabbrica, come l’uomo dalla sventura. Ma la Weil parlò anche della bellezza del lavoro e, appunto, della poesia che al mondo è necessaria come il pane. E si era nel 1934/1935. Di tutto questo e della Piaggio, tra l’altro, Giuseppe parla in termini lusinghieri nel suo recente libro “Il Cielo sopra Varramista”. Forse il paragone con la narrazione della felicità e vivacità del senegalese Abdou un po’ gli ha preso la mano.

E qui sopratutto non sono d’accordo. Non so quanto si possa parlare in positivo del vivere in tanti, troppi, dieci, in una casa che ha un solo servizio. Non so se sia giusto sostituire i troppi lucchetti con uno spazzolone che regge una porta senza serratura. Non so quanto quei ragazzi, quegli uomini, paghino di affitto e a chi. Non so se lavorano o no, come fanno per vivere. E quanto possa essere “poetico” tutto questo. Non so nemmeno se sia bello e giusto vivere in castità. Se l’obbedienza non è più una virtù, figuriamoci la castità. Formigoni ne fece voto… Forse è perché non sono fatalista e credente come Abdou e come il mio amico Giuseppe.

Di fronte a queste affermazioni destri e xenofobi, ma non solo destri, diranno: è tua la colpa, sei stato Sindaco e hai consentito tutto ciò. Il mondo è piccolo. C’è chi pensa che un Sindaco sia il fautore responsabile di una migrazione epocale dai paesi più poveri della Terra e non abbia invece, più umilmente e fraternamente, predisposto, pur con tutti i limiti, un sistema di accoglienza e confronto anche per prevenire scontri sociali. Ma il mondo è anche strano e, per contro, c’è chi pensa, ed è un personaggio molto autorevole, la cosa opposta. Thar Ben Jelloun, il grande scrittore marocchino, ha scritto nel suo libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” che io sono un razzista. Perché, a causa dei frequenti disordini che avvenivano proprio nel quartiere della Stazione, ricordai alle comunità straniere, forse con toni forti ed esasperati, che all’attribuzione e alla corresponsione di diritti corrisponde il rispetto di regole e doveri. Ma ciò non produsse nessuna azione repressiva: costituimmo un comitato di cittadini, rappresentativo degli abitanti del quartiere e delle comunità e affrontammo le questioni, mitigando il clima sociale. È vero che non si deve generalizzare e che le responsabilità sono sempre soggettive e non oggettive, di un’intera comunità. E mi scuso oggi se ho dato adito a questa interpretazione. Quando un esponente di spicco della comunità magrebina - laureato - con cui dialogavo mi disse che alle scuole superiori aveva iscritto solo il figlio maschio, perché la femmina doveva stare a casa o a bottega con la madre, mandai affanculo lui solo, non tutta la sua comunità. Non so cosa penserà di me la figlia di Thar Ben Jelloun, ma assicuro lei è il padre che non mi pare di essere razzista né di aver mai dimostrato di esserlo. Chiedano in giro. Quanti interventi di solidarietà internazionale facemmo all’epoca, grazie ad un’ottima Giunta Comunale. Nella vita politica e personale ho fatto cose buone e meno. Ho vissuto soddisfazioni e amarezze, e, fra queste, quella che più mi addolora a distanza di anni è proprio quell’accusa contenuta, impressa come una macchia, nelle pagine di quel libro.

E questo perché penso, come Giuseppe Cecconi, che Pontedera, le nostre città e il nostro Paese cresceranno insieme alle diverse comunità dei nuovi cittadini. Ne trarremo giovamento in tutti i campi e sarà un arricchimento reciproco. Dobbiamo lavorare per una società inclusiva, diversa, migliore. Dobbiamo impedire i conflitti che da una società e da un mondo diseguale possono derivare. Contrastare il fanatismo terrorista e il razzismo. Sono stato nominato cittadino senegalese onorario dal Presidente della Repubblica del Senegal e vorrei che i miei fratelli senegalesi, e non solo loro, tutti i cittadini da tempo immigrati che desiderano restare in Italia e partecipare alla vita del nostro Paese avessero un lavoro dignitoso, una casa decorosa, mettessero su famiglia, se lo desiderano. Vorrei che i loro figli, nati in Italia, fossero Italiani. Semplice. Perché mai non dovrebbero? Lo ius sanguinis? Che retaggio fascista e nazista! Noi “pontaderesi” - definizione che, mi scuserà Don Bertelli, buonanima, non mi è mai piaciuta e uso solo per comodità - cosa abbiamo di diverso nel sangue dai “pontederesi” che provengono da altri paesi? Cosa hanno di diverso i nostri figli e nipoti? E sarebbe anche l’ora che in Consiglio Comunale fossero chiamati anche rappresentanti delle comunità a rappresentare noi cittadini. E non sarà un miracolo o una dimostrazione del sacro, ma una cosa umana, terrena, ben fatta. Come le iniziative con la Normale su Dante e sulla matematica organizzate dal Circolo di Piazza Stazione con l’apporto del professor Cecconi. Poesia? Politica? Lascio alle persone, alla loro sensibilità, giudicare.

Paolo Marconcini


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