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Cultura martedì 12 luglio 2022 ore 18:00

Come si vive nei dintorni di Piazza della Stazione

Ospitiamo un testo di Giuseppe Cecconi, autore pontederese di vari libri, "per una discussione poetica e non politica sulla città"



PONTEDERA — Cerchiamo di immaginarci la casa di Abdou

Abdou abita nel pianterreno di un grande edificio nei pressi della Stazione: luogo ad altissima intensità di immigrati. Il suo appartamento è posto a settentrione e dalle finestre che si aprono sulla strada ad altezza d’uomo, entra poca luce. Per farne un commento musicale si presterebbe bene la canzone di Fabrizio De André dedicata ai quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi \\ ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.

Le stanze di questa buia dimora sono spropositatamente alte, sembra una di quelle botteghe fiorentine dove gli scultori del Rinascimento lavoravano i blocchi di marmo per abbellire la città del giglio.

Nel cortile interno si affacciano cento finestre piene di panni ad asciugare. Mille voci vi risuonano, sono i Nigeriani, gli Albanesi, i Pakistani, e chi ne ha più ne metta.

Essendo un quartiere operaio, prima lì sventolavano i panni freschi di bucato dei lavoratori della Piaggio, che si trova subito dopo la ferrovia a un tiro di schioppo.

Se oggi questo casermone colpisce per il degrado, come doveva essere triste nel tempo in cui ci abitavano solo e soltanto le tute blu. Operai di media statura e di poche parole. Per salutarsi sempre le stesse espressioni, brevi, aspre, onomatopeiche. Quando la mattina risuonava la sirena dello stabilimento metalmeccanico, gli uomini parevano risucchiati dentro i capannoni dal movimento incessante della catena di montaggio. A fine turno uscivano svelti svelti, inermi, in fila indiana, svuotati dopo otto ore di lavoro alienato in cui le cose fanno la parte degli uomini, e gli uomini quella delle cose.

Non si sa come facessero a immaginare un futuro queste famiglie proletarie, rinchiuse dentro una struttura opprimente, che al solo guardarla sgomenta.

L’ultimo piaggista che abitò nella casa di Abdou, si sentiva come in trincea, era talmente insicuro che aveva messo alla porta tre paletti, due serrature, e lo spioncino ottico per controllare prima di aprire.

Invece per gli immigrati che oggi ci vivono, soli, senza moglie e senza figli, e che ci stanno al massimo qualche anno, questo posto va benissimo, è consono, tranquillo, addirittura felice.

Perché, per dirla col filosofo Foucault, questo non è più un luogo, è un non luogo, cioè uno spazio di transito che varia continuamente. Come se fosse un aeroporto, un hotel, un villaggio turistico, un cimitero, che sono appunto non luoghi, spazi altri. Detti con una parolona, eterotopie.

Le eterotopie hanno il potere di giustapporre in un unico posto reale, diversi spazi e differenti situazioni che sono fra loro incompatibili. Al contrario delle utopie che sono spazi privi di un luogo reale, le eterotopie sono localizzabili.

Nella casa di Abdou, nessuno alza la voce, nessuno si lamenta, niente parolacce, niente levate di scudi, niente gesti di stizza, niente brontolii o rimostranze.

Eppure in certi periodi ci sono dieci persone che dormono in due cameroni e un salotto. Ci sono lettini singoli. ma uno è matrimoniale per ottimizzare lo spazio. Il bagno è uno solo, esistono tavoli, perché qui si mangia seduti su un tappeto intorno a un grande piatto comune.

Mentre mangiano, loro non parlano, si perderebbe tempo, e chi tace si approprierebbe della parte del chiacchierone. Per lo stesso motivo, nessuno beve mentre pasteggia, si beve dopo, avidamente, due bicchieri d’acqua di fila.

Tutti sorridono in casa di Abdou, le facce lunghe sono inconcepibili, perché miseria e tristezza non possono coesistere, sarebbe troppo duro.

Se poi si aggiunge che tutti vivono in castità, e che ognuno prega Dio più volte al dì, pare di essere in uno spazio sacro come quello delle chiese romaniche.

Se qualcuno bussa, sempre viene aperto, anzi, da Abdou l’ingresso è libero, perché la serratura è uno spazzolone messo a contrasto col muro.

E’ una bellezza quando arriva un ospite! Cominciano i saluti, i convenevoli, le ciarle, le risate, le battute, la conversazione si infervora.

Intorno all’ospite fanno capannello, tutti si stringono, e per far posto al nuovo venuto, miracolosamente creano lo spazio. E così, con questa nuova presenza, in quella casa, pur sovraffollata, lo spazio si moltiplica anziché diminuire.

Perché lo spazio è un fatto etico, d’amore, quando ci si vuol bene, c’entra tutto il cielo in una stanza, come canta Gino Paoli.

I Senegalesi hanno nel dna il senso dell’ospitalità, ne vanno fieri e la chiamano teranga,

Il concetto della teranga è antichissimo, ed era presente fra tutti i popoli, tant’è che la soglia d’ingresso delle abitazioni era adibita a una funzione precisa riguardo all’ospitalità. Proprio sulla soglia veniva ucciso l’agnello da offrire in pasto all’ospite, che poteva trattenersi sotto quel tetto per tre giorni necessari a digerire quella pietanza.

La soglia è anche il cardine dello spazio creato dall’abitare. Da questo lato c’è la casa, dall’altro lo spazio di uso comune. Questo spazio di uso comune è la dimora della comunità, come la casa lo è per i membri della famiglia.

Come la forma e il modus vivendi della casa riflette il ritmo e la misura della vita della famiglia, così lo spazio comune è la traccia della vita della comunità. Non può esserci un abitare senza uno spazio comune.

Per questo gli inquilini della casa di Abdou trovano naturale vivere nelle strade del quartiere. Sostano per ore sulle panchine o fanno gruppo sui marciapiedi, socializzando pacificamente all’aria aperta.

Tutto ciò è osservato con allarme dagli Italiani che vedono in ciò una vera e propria occupazione del territorio. Perché essi non sono più abituati a usare gli spazi comuni, e preferiscono stare acquartierati, rinchiusi dentro le mura domestiche. Sono diventati spesso semplici residenti, alloggiati nei loro edifici prodotti da tecnici e impresari sconosciuti. Non sono più abitanti degli spazi da loro creati; la società industriale ha dato origine a quel che il filosofo Ivan Illich definiva l’homo castrensis

Per fortuna a Pontedera c’è un altro luogo pubblico dove molti giovani si ritrovano pacificamente, rinunciando ai chiassosi spazi privati dei bar e delle pizzerie. È Piazza Garibaldi dove, grazie a un’illuminazione tenuta soffusa, per merito di una dimensione naturale dovuta ai pini, alle belle panchine di marmo, alle sculture presenti, al muro di Baj, la gente si ritrova a chiacchierare. Piazza Garibaldi e Piazza della Stazione sono, antropologicamente parlando, uguali. 

Giuseppe Cecconi


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