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Attualità martedì 21 marzo 2017 ore 20:30

Anche Calcinaia nel mirino della Corte dei Conti

Il municipio di Calcinaia

I giudici contabili avrebbero rilevato irregolarità nel bilancio 2013 con violazione del patto di stabilità e della rendicontazione con l'Unione



CALCINAIA — Sarebbe finito anche il municipio calcinaiolo nel mirino della Corte dei Conti della Toscana, sulla scia degli stessi controlli effettuati a Pontedera. Secondo alcune indiscrezioni trapelate dagli ambienti istituzionali comunali, l'organo statale adibito alla vigilanza delle spese pubbliche avrebbe individuato da parte dell'amministrazione una violazione del patto di stabilità e avrebbe contestato alcune cifre del bilancio 2013, in particolare dei trasferimenti all'Unione dei Comuni della Valdera relativi a dei lavori pubblici, forse anche nella costruzione della nuova scuola di Fornacette. Il pronunciamento della Corte dei Conti però non ci sarebbe ancora stato e dal municipio calcinaiolo, infatti, non risulta alcuna dichiarazione ufficiale.

Si tratta dello stesso filone di accertamenti che il 7 marzo scorso ha toccato il Comune di Pontedera reo - a detta dell'ente di controllo - di aver rendicontato 690mila euro relativi al 2013 e impiegati in opere pubbliche come la costruzione della scuola di Santa Lucia, la manutenzione della Pacinotti e le nuove fognature di Montecastello, sul bilancio dell'Unione Valdera e non su quello del Comune, aggirando così il patto di stabilità.

Patto di stabilità, appunto. Ma cos'è, in fondo, questo oggetto non ben identificato protagonista un giorno sì e l'altro pure dei telegiornali, dei talk show, dei giornali? 

L'acronimo è PSI, la sua estensione è Patto di Stabilità Interno ed è probabilmente la maggiore causa dell'immobilità dei Comuni che sono costretti a non spendere pur avendo le risorse a disposizione.

Asfaltature bloccate, sfalci rimandati, marciapiedi, rotatorie e infrastrutture progettati ma mai eseguiti. La causa non è la mancanza di soldi ma appunto il rispetto del patto di stabilità interno, cioè di quell'accordo che lo Stato Italiano ha assunto nei confronti degli altri Stati Europei, in sede comunitaria, in base al quale anche i Comuni devono contribuire alla riduzione del debito pubblico nazionale, osservando anno dopo anno delle regole ferree che in realtà paralizzano i programmi di governo delle amministrazioni.

E come fa a paralizzarli? In pratica, il patto di stabilità impone un limite tassativo nei pagamenti, con un occhio di riguardo per i lavori pubblici. Limite che però ogni anno risulta inadeguato, tenuto conto dei lavori da pagare, già finanziati e appaltati in precedenza e di alcuni persino già conclusi. Il risultato è che i Comuni hanno liquidità per finanziare nuove opere ma di fatto non possono eseguirle perché l'anno successivo non potrebbero pagarle per rispettare quel limite dettato dal patto di stabilità. Ergo, niente investimenti e in alcuni casi neppure manutenzione straordinaria.

Qualcuno allora potrebbe dire: se una regola sta stretta, infrangetela! Occhio, perché le ripercussioni sarebbero più pesanti delle stesse regole. Il mancato rispetto del patto di stabilità, infatti, porterebbe al Comune una forte riduzione dei trasferimenti ordinari dallo Stato con un conseguente e necessario ridimensionamento o azzeramento delle spese correnti che, in parole povere, sono la manutenzione ordinaria di strade e verde pubblico, l'erogazione dei servizi assistenziali, il sostegno alle iniziative associative, l'assunzione di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia di contratto, il ricorso a qualsiasi mutuo per realizzare nuove opere pubbliche.

Da anni i Comuni chiedono un allentamento dei vincoli del patto di stabilità. Se lo Stato e l'Europa lo concedessero, i municipi potrebbero soddisfare meglio i cittadini, potenziare i servizi con l'avanzo di amministrazione (oggi escluso), pagare tutti i lavori in tempo, creare occupazione sul territorio e forse avrebbero più senso anche questi stringenti controlli della Corte dei Conti.

Anna Dainelli
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