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mercoledì 13 novembre 2019

PAROLE IN VIAGGIO — il Blog di Tito Barbini

Tito Barbini

In primo piano per decenni, nella politica italiana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di Francois Mitterand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio uno zaino. Da allora attraversa confini remoti e racconta i suoi viaggi e i suoi incontri nei libri. E’ ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Più di dieci libri, non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Nel 2016 è uscito il libro "Quell’idea che ci era sembrata così bella - Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio"

​Io sto ancora con gli indiani

di Tito Barbini - lunedì 06 maggio 2019 ore 09:01

Dedicato ai razzisti di casa nostra.

“Che ve ne sembra dell’America?” Non quella del secolo scorso cui si riferiva William Saroyan, il grande scrittore americano di origine armena, in una straordinaria raccolta di racconti che aveva appunto questo titolo. Per inciso, lasciatemelo ricordare quel libro, che divorai quando uscì nel 1965 negli Oscar Mondadori al prezzo di duecento lire, con la traduzione di Elio Vittorini. Per quella edizione l’autore scrisse una epigrafe: “Agli italiani della mia città natia, con i quali crebbi, con i quali vendetti giornali, lavorai nelle vigne, studiai e giocai”. Si riferiva a Fresno, in California, dove molti italiani erano andati per lavorare nelle vigne e nei frutteti. Messicani prima del tempo, immigrati come i tanti a cui oggi noi vorremmo chiudere le porte.

Che bellezza l’America che emergeva dai racconti di Saroyan, uno che scriveva una sorta di dichiarazione di poetica: “Sono uno che scrive storie, e non ho che una storia da raccontare: l’uomo”. E con Saroyan, i tanti altri scrittori. Dos Passos, Caldwell, Steinbeck... a raccontare una terra che sapeva rapirmi anche se spietata, violenta, carica di ingiustizie.

L’America è stata un mito, un sogno, una suggestione infantile a cui resto ancora oggi affezionato. Nessun evento è riuscito a scuotere questo mio innamoramento. Ombre rosse, ma anche Zabriskie Point, che poi tra tutti mi sembrava il più americano di tutti, benché il regista fosse il genio nostrano, Antonioni.

L’America era la musica della West Coast, era Bob Dylan, era anche il country e il folk del profondo sud. L’America era un pollice puntato al margine di una strada che tagliava il continente e un campus dove non sapevi se avresti preferito incontrare gli studenti in sciopero di Berkeley o gli studenti fuori di testa alla John Belushi

L’America era la libertà.

Già, la libertà. Eppure, eppure, per gente come me, c’era questo mito e insieme l’altro mito, l’Unione Sovietica. Leggevo gli americani, ascoltavo gli americani, mi immaginavo in viaggio per l’America. Però poi tifavo URSS, e con l’URSS gli altri Paesi del socialismo stabilito. Aveva un senso? Uno solo, ma bastava: ero un comunista e il mio era un modo di essere contro. Di essere contro stando qua, ovviamente, non là.
Là non ti avrebbero fatto nemmeno fiatare, ma qua, nel mondo del capitalismo realizzato, nel mio mondo di ragazzino, dichiararsi come filosovietico serviva a manifestarsi come eroe dei più deboli.

Non era solo l’America dei pionieri o del genocidio indiano, o degli emigranti di Ellis Island, dei grattacieli. Era un mondo che appariva ricco di opportunità, di fantasia, un pianeta con nuove frontiere. Ma poi venne il Vietnam e oggi Trump. 

Ma anche Obama e oggi Sanders.

Tito Barbini

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