Interviste Lunedì 06 Aprile 2026 ore 09:30
Amici o nemici? A gestire i conflitti s'impara in classe

La comunicazione non violenta è uno strumento importante nell'educazione e nell’evoluzione personale. L'esperienza e i progetti del mediatore Shadir
CASCIANA TERME-LARI — Ci può far perdere il senno e, quando si raffredda, trasformarsi in risentimento e rancore. È difficile da controllare. Ma per quanto disturbante possiamo trasformarlo in una risorsa: se impariamo, fin da piccoli, a gestirlo. Il conflitto spesso ci trascina, ci risucchia. Capita di litigare in classe, a scuola ma anche da adulti, tra amici o in coppia. Succede nelle dinamiche “micro” e pure in quelle “macro” e allora si può incorrere in tragiche escalation come il bullismo, le violenze, la guerra e scontri internazionali. Così se i conflitti fanno parte della vita, se affrontati in maniera efficace, possono portare crescita, profondità e benessere, riuscendo a evitare ovviamente anche le conseguenze. Ne è convinto Shadir, nome d'arte di Gabriele Ciavarra trainer certificato con il Center for Non violent Communication, mediatore di conflitto, coach e attore professionista che da otto anni, dal nord al sud, in giro per l’Italia organizza seminari, laboratori, incontri per grandi e piccini. Nelle scuole, nei contesti di lavoro, nelle case.
Da che cosa nasce questo interesse?
Sono nato a Torino ma da cinque anni vivo a Lari. Sono un formatore di Comunicazione Nonviolenta e ho scoperto questo settore una decina di anni fa, in un periodo in cui mi sentivo un po' in crisi. Abitavo a Milano e facevo l’attore ma non ero soddisfatto. Avevo bisogno di dare un senso a quello che facevo e di capirmi meglio, così ho partecipato a un corso di crescita personale. Ho letto “Le parole sono finestre oppure muri” di Marshall Rosenberg e ho vissuto una specie di folgorazione. Rosenberg era davvero riuscito a trovare quel qualcosa che io desideravo così tanto, da sempre, e che, purtroppo, per svariate ragioni, avevo smesso di cercare da tempo: un modo diverso di comunicare, per esprimerci e stare con gli altri che potesse aiutarci ad andare loro incontro senza, per questo, doverci allontanare da noi stessi. E così questa è diventata la mia professione.
Lavora nelle scuole con gli studenti?
Proprio in queste settimane sta per partire un progetto con l’Università di Pisa finanziato dalla Regione Toscana, per gli istituti comprensivi della Provincia di Pisa. Andremo nelle classi delle elementari e delle medie per parlare di come litighiamo, di come ci fa sentire, quali parole ci feriscono, ci chiudono e quali ci aprono nella relazione con l’altro. Lo faremo attraverso pratiche, quattro giornate di laboratori e tanti giochi. Con i bambini è più facile trasmettere questi messaggi.
E con gli adulti?
A loro propongo corsi, formazioni intensive, consulenze individuali e mediazioni. I prossimi appuntamenti saranno un seminario per genitori di due giorni a Lavaiano, a metà maggio, e un ciclo di incontri online. Il progetto si chiama “FACCIAMO la PACE” e sull’omonimo sito ci sono tutte le info dei percorsi che insieme alla mia collega Alessandra Centeleghe proponiamo.
La comunicazione non violenta può aiutare visto che spesso gli ambienti in cui viviamo sono sempre più conflittuali?
In questo periodo c’è un risveglio di consapevolezza. Il modo in cui ci parliamo può avere un impatto forte, la parola può indurci a fare cose terribili. La Comunicazione Nonviolenta invece è una strategia per capire i nostri bisogni, anche rispetto agli altri. Il lavoro di mediatore non aiuta a risolvere il problema ma ad ascoltarsi. Rosenberg sottolinea che tutti siamo diversi ma condividiamo gli stessi bisogni. È quando comprendiamo i bisogni reciproci che cambia tutto. La chiave è accompagnare a mettere a fuoco i bisogni dell’altro anche se non condividiamo che cosa l’altro fa. Rosenberg ha lavorato con gruppi di israeliani e palestinesi, fra etnie in contrasto da generazioni. Secondo la Comunicazione Nonviolenta ciò che causa la violenza nelle dinamiche micro e in quelle macro è il nostro linguaggio e il nostro modo di pensare che è fatto di giusto e sbagliato, bene e male. Ragioniamo e creiamo categorie che ci oppongono all’altro.
Si spieghi meglio...
Tre sono i pensieri che alimentano la violenza. Si parte dal concetto che soffrire è sbagliato. Se una persona soffre e soffrire è sbagliato, qualcuno deve esserne colpevole. Il colpevole va trovato e deve essere punito affinché anche lui soffra. Abbiamo questa frustrazione che non riusciamo a gestire e il bisogno di individuare un capro espiatorio. È quello che succede tra le mura domestiche, per strada, al lavoro, nelle baby gang, in politica. Dalle piccole ritorsioni alle grandi, la violenza si alimenta e inizia l’escalation. La Comunicazione Noviolenta è il modo per ribaltare questi tre pensieri.
E come cambia allora la logica?
Soffrire succede, lo sperimentiamo tutti, va riconosciuto. Bisogna allora chiederci perché soffro, quale è lo scopo di quello che sto provando, che cosa mi mostra di me. E questo è rivoluzionario. I sentimenti sono come le spie del cruscotto della macchina, segnalano un bisogno. È necessario capire che cosa possa fare per prendermi cura di questo bisogno. È insomma un’assunzione di responsabilità.
Si impara a risolvere le crisi?
La Comunicazione Nonviolenta è uno strumento super spendibile ed estremamente utile. Ma non significa essere sempre gentile. Capire come usarla non vuol dire diventare accondiscendenti. Anzi, si impara come far capire all’altro che cosa mi dà fastidio, in che modo mi può aiutare a star meglio riducendo il rischio che la persona che sta in relazione con me percepisca quello che dico come un’imposizione, un rimprovero. Perché spesso dietro le richieste si celano pretese. E ci sarà sempre qualcuno che vince e qualcun altro che perde. La Comunicazione Nonviolenta ci aiuta a dire cosa sentiamo senza rimanere soli. E senza adottare le modalità che mettiamo in campo di frequente contro il pericolo, come la fuga, l’aggressività o l’immobilismo.
Paola Silvi
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