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Attualità sabato 02 luglio 2022 ore 12:00

L'indimenticabile Giovanni Alberto Agnelli

Giovanni Alberto Agnelli
Giovanni Alberto Agnelli

A 25 anni dalla morte, il Comune di Montopoli lo ricorda con il libro "Il cielo sopra Varramista" domenica 3 luglio nel giardino del Museo alle 18



MONTOPOLI VALD'ARNO — Il giovane industriale aveva cambiato in senso umanistico il modo di lavorare alla Piaggio e nella tenuta di Varramista, a Castel del Bosco nel comune di Montopoli,  si muoveva come un uomo del Rinascimento. Per questo era amatissimo da tutti. 

Proprio a Montopoli, nel giardino del Museo civico, gli autori Lando Testi e Giuseppe Cecconi presenteranno il volume, ristampato per l'occasione da CLD, insieme all'assessore allo Sviluppo e alla Promozione del territorio Valerio Martinelli e al giornalista e direttore di QUInews, Marco Migli

Ai partecipanti, sarà donata una copia del libro.

Qui di seguito pubblichiamo alcune pagine del libro dove si parla di Giovanni Alberto Agnelli

________________

Giovanni Alberto Agnelli. Il cognome dice tutto su chi fosse, ma il suo nome è altrettanto importante.

Giovanni Alberto Bechi Luserna, il babbo della sua mamma Antonella, era l'ultimo discendente di una famiglia toscana di antiche tradizioni militari.

Un antenato, Alessio Bechi, partecipò alle guerre napoleoniche.

Suo figlio Stanislao, dopo aver combattuto nelle prime due guerre di indipendenza guadagnandosi una medaglia a Curtatone, partì volontario da Portoferraio per unirsi agli eroici garibaldini del comandante Francesco Nullo. E andò a difendere la libertà della Polonia insorta contro l'oppressione della Russia. Fu fatto prigioniero e fucilato dai soldati zaristi a Wloclawec nel 1863. In quella terra il suo nome è ancor oggi onorato.

Giulio, il padre di Giovanni Alberto Bechi Luserna era un alto ufficiale che amava scrivere, e fece molto scalpore un suo libro sul banditismo sardo. Le sue opere furono elogiate da Benedetto Croce in alcune recensioni. Egli cadde dilaniato da un proiettile d'artiglieria nella prima guerra mondiale, quando il figlio Giovanni Alberto aveva tredici anni.

Ed anche Giovanni Alberto Bechi Luserna fu ucciso a trentasette anni in Sardegna. Infatti, dopo l'armistizio di Badoglio dell'8 settembre, un battaglione della Divisione Paracadutisti Nembo si era ammutinato, con l'intenzione di unirsi alle truppe tedesche in ritirata verso la Corsica.

Per impedire questo tradimento il tenente colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna, scortato da due carabinieri, aveva inseguito i fuggiaschi.

Giovanni Alberto Bechi Luserna era carismatico, allegro, loquace, era uno scrittore e un giornalista che si firmava col nome latino eques (il cavaliere, colui che va acavallo). Dunque sapeva comunicare le sue idee e intendeva perciò convincere i ribelli ad abbandonare quella strada del disonore. Non lo fecero avvicinare e fu trafitto a colpi di mitraglia insieme al carabiniere Quinto Bernabe'. Chi sparò sarà poi giustiziato da un partigiano in un'imboscata a Roma.

Giovanni Alberto Bechi Luserna ebbe la medaglia d'oro al valore per il suo coraggio. Lasciò la moglie Paola e una bambina di cinque anni di nome Antonella.

Nel Comune di Santa Teresa Gallura, nella punta estrema della costa c'è un promontorio a strapiombo sul mare che è stato chiamato Punta Bechi, dove è stata posta una croce di pietra in suo ricordo. Nel 1998 la figlia ricevette la cittadinanza onoraria del Comune sardo.

Forse quell'aria un po' melanconica che traspare in alcune foto di Giovanni Alberto Agnelli, deriva da questi drammi ancestrali: il suo karma, come direbbe un buddista. Ma quando sorride ecco che appare evidente tutta la sua gentilezza d'animo. Egli, nei suoi modi eleganti, assomiglia molto a Sydney Chaplin che interpreta il musicista Ernest Neville nel film capolavoro Luci della ribalta di Charlie Chaplin.

In una celebre intervista che fece con Tiziano Terzani a Nuova Delhi, Giovanni Alberto Agnelli afferma: “Nel team di lavoro in Piaggio cerco di avere tutti collaboratori che siano più bravi di me. Lo dico sul serio, ci credo. Quando devo giudicare qualcuno guardo innanzitutto le persone delle quali egli si circonda. Lo stesso vorrei che si facesse con me: giudicare il mio lavoro attraverso i miei diretti collaboratori”.

Con queste idee in testa, la strada era spianata per far rinascere l'azienda della Vespa, che attraversava un momento di crisi.

Immaginiamocelo nella tenuta di Varramista, a pochi chilometri da Pontedera, in

quella dimora che aveva comprato Enrico Piaggio nel dopoguerra.

Una Villa bellissima, progettata nientemeno che da Bartolomeo Ammannati nel

1500 per la famiglia Capponi, e dove nell'Ottocento Gino Capponi ci condusse in

visita Alessandro Manzoni. Durante il Risorgimento per l'Unità d'Italia, si riunivano lì in segreto i patrioti del Valdarno Inferiore.

Saliti i pochi gradini di pietra grigia dell'ingresso, superato un loggiato sostenuto da due colonne, eccoci dentro a un salone mozzafiato comprendente tutta la profondità dell'edificio, che ci porta indietro di cinquecento anni e ci catapulta nel

Rinascimento fiorentino.

Lo spazio appare immenso, non solo da un punto di vista geometrico o matematico, ma per la vibrante dimensione etica con cui si presenta. È la stessa emozione che si prova dentro la Cappella dei Pazzi di Brunelleschi. E anche qui, come nella Cappella, c'è un'acustica perfetta.

Sulle due pareti laterali si fronteggiano simmetricamente fra loro, otto grandi porte con una marcata cornice in pietra serena. Un camino enorme si appoggia su un lato. Come nelle opere di Brunelleschi, la pietra serena non è sovrapposta, ma ha un ruolo attivo nell'economia dell'edificio, dialogando perfettamente con l'intonaco piallettato e imbiancato a calce. Degli archetti a sesto acuto velano le fasce perimetrali del

soffitto, simili a un tendaggio smorzano la potenza emotiva della costruzione.

In questo luogo fortemente scenografico, proprio dello stile dell'Ammannati (basti pensare alla Fontana del Nettuno di Piazza della Signoria a Firenze, coi satiri e le divinità marine in metallo, e il Biancone in marmo che fa bella mostra di sé, ma anche a Ponte Santa Trinita con le statue allegoriche delle quattro stagioni), Giovanni Agnelli volle porvi, in una posizione di primo piano, una Vespa.

È una lucente Vespa verde metallizzata, un raro modello del 1948 restaurata apposta per lui con i pezzi originali nell'officina sperimentale della Piaggio. Alcune parti sono state rifatte ex novo, utilizzando i vecchi calchi per la fusione e lo stampaggio.

In quell'ambiente saturo di cultura, essa appare come un oggetto scolpito, un bronzo di Riace.

La Vespa, a tu per tu con un passato artistico così importante, regge a questa sfida

temeraria. Non stona, anzi arricchisce lo spazio architettonico dell'edificio antico

modificandolo con la sua presenza. Lo rigenera e lo rende vivo, svelandone tutti gli

aspetti di contemporaneità.

È la prova scientifica della stupefacente forza intrinseca della Vespa, e del perché accenderà sempre tante passioni nell'animo umano. Per quanto riguarda l'opera architettonica dell'Ammanati, viene ribadito anche stavolta che può vivere nel futuro solo quel che libera e non ciò che vincola.

Con questo gesto solenne e quasi oracolare, Giovanni Agnelli indica quale dovrà

essere nei giorni a venire la strategia vincente per il prodotto simbolo della Piaggio.

Questa Vespa fa parte integrale del salone rinascimentale, e a nessuno verrebbe mai in mente di cambiarla di posto.

Ogni volta che viene organizzato un evento culturale o di rappresentanza,

tutti gli oggetti d'arredo sono spostati in altre stanze contigue, compresa una portantina in legno che sembra fatta apposta per un Principe o un alto

prelato.

Invece la Vespa non si tocca. Resta lì, drammaticamente sola nel centro di questo spazio metafisico. Senza neppure qualcuno seduto sulla sua sella.

A guardarla ora, stando davanti al suo morbido scudo lievemente arcuato come se fosse stato piegato dal vento, per suggestione torna alla mente la Vittoria Alata, acefala e priva di braccia, che troneggia in cima allo scalone monumentale del Louvre. La giovane dea Nike!

La Villa ha la stessa età e le stesse fattezze di Palazzo Strozzi a Firenze.

Pietra serena e intonaco bianco, porte monumentali per accedere ai piani superiori, il

grandioso camino, gli archi che creano una volta lunata.

Nell'autunno del 2021 è stata fatta a Palazzo Strozzi una mostra delle

sculture di Jeff Koons, l'autore più gettonato del mondo: ogni sua opera vale milioni e

milioni di dollari.

Koons, riproponendo oggetti di uso comune, generalmente kitsch nella loro fruizione popolare, li rende maestosi ingigantendoli, e li nobilita perché li

costruisce in lucente acciaio verniciato con colori sfolgoranti.

In tal modo, con questa metamorfosi, dà magnificenza alla cultura degli strati più

poveri, e la innalza di rango fino ad appagare altresì il gusto dell'aristocrazia

intellettuale. Egli prefigura dunque un equilibrio sociale perfetto, in cui ogni

contrasto di classe è pacificato. Tutti si riconoscono in queste opere d'arte, e ne sono

compiaciuti.

Contestualizzando le sue opere dentro Palazzo Strozzi, Koons amplifica al

massimo livello questo suo messaggio politico.

Ebbene, è la stessa operazione culturale che è stata fatta con la Vespa nel salone di

Varramista. Ma questa volta senza bisogno di intervenire sull'oggetto con

rimaneggiamenti o forzature secondo lo stile della Pop Art. Perché la Vespa

è già un'icona per conto suo, ovverosia è un oggetto della quotidianità che riesce a

trascendere se stesso, diventando quindi più di se stesso.

La Villa di Varramista si erge su un ermo colle, sopra una grande cantina scavata nel tufo, dove, nel ribollir dei tini fermenta il mosto, enascono i vini della Tenuta. Da questa cantina, per una scaletta a sdrucciolo che diventa sempre più stretta via via che uno scende, si arriva in un piccolo locale fresco e umido, in cui, in modo naturale, senza bisogno di refrigeratori, si crea un microclima adatto all'invecchiamento delle bottiglie migliori. Un ambiente eco sostenibile creato dall'ingegno umano tanti secoli fa!

Ora che è il Presidente della Piaggio lui vive lì, circondato da persone che lo

conoscono e gli vogliono bene.

Il posto tutt'intorno alla Villa è un incanto, ci sono alberi secolari, lecci, castagni, pini, macchie di bambù, un enorme taxus baccata con chissà quanti anni addosso, abeti bianchi unici in Toscana.

Un tiglio millenario, maestoso e smisuratamente alto da sembrare il faro di un porto, si gode ogni soffio del vento che fa dondolare la sua cima e frusciare le sue brillanti foglie cuoriformi. A pochi passi di distanza, un vetusto cedro del Libano, che nella Bibbia simboleggia la Giustizia, svettando verso il cielo gli tiene compagnia. Sembrano due vedette che scrutano l'orizzonte cercando qualcuno che deve arrivare. Danno l'idea che il tempo sia sospeso in attesa che succeda qualcosa di importante. Son lì praticamente da sempre, dalla notte dei tempi, e a guardarli tornano in mente i versi de L'infinito di Giacomo Leopardi: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei.

Una limonaia ottocentesca, imponente e ben costruita per mantenere riparato

l'ambiente, sorge al fianco di un grande giardino rettangolare in cui i filari di bosso ornamentale piantati nel 1500, creano nette figure geometriche.

A cento metri dalla Villa c'è una Chiesa che si raggiunge per una stradina in lieve

discesa delimitata ai lati da un'alta siepe verdeggiante.

La Chiesa è piccola ma pregevolissima, anche qui vige l'intonaco bianco e la pietra

serena, la volta ricorda quella della Sacrestia Vecchia di Brunelleschi. Ai lati sono

stati aggiunti i busti degli ultimi quattro proprietari di Varramista.

Più a ovest, alla fine di un viale di platani in leggero pendio, c'è un laghetto

alimentato da una polla d'acqua, e poi le stalle, il galoppatoio all'aperto, il galoppatoio

al chiuso, il giardino all'italiana.

Infine le case coloniche bellissime i cui nomi sono tutto un programma: La Frasca,

La Lecceta, La Burraia, Monsonaccio. Si avverte che qui ci sono segreti rapporti fra

gli edifici e la terra, che esiste una pacata familiarità fra l'uomo e le cose.

Nel mentre Giovanni Agnelli dirigeva gli stabilimenti della Vespa, egli decise di

rivitalizzare tutta la tenuta, impiantandoci nobili vitigni e rilanciando la produzione

vinicola di qualità. E poi dette inizio alla ristrutturazione dei casolari, utilizzandoli

come foresteria quando convocava i dirigenti della Piaggio sparsi in tutto il mondo, e per ricevere gli ospiti di riguardo.

Dentro un fienile poco distante dalla Villa, egli aveva ricavato uno spazio tutto suo,

progettando lui stesso le modifiche con l'impiego di lastre di travertino. Lì, in un clima conviviale, si incontrava con i suoi stretti collaboratori, oppure vi

teneva le riunioni ufficiali.

In questo suo modus operandi a tutto tondo, sembrava veramente un uomo del

Rinascimento.

Da questo piccolo mondo antico ogni mattina lui si recava, qualche volta in Vespa, alla Piaggio, e la sera, nella luce azzurra del crepuscolo, da Pontedera, qualche volta in Vespa, ritornava a Varramista. Simile a un cavaliere solitario: eques, come amava definirsi in ambito letterario, il suo nonno Giovanni Alberto Bechi Luserna.

A Varramista, in quel luogo speciale, Giovanni Alberto aveva sempre vissuto tutte

le sue vacanze scolastiche (senza mai saltarne una!), da giugno fino a settembre

inoltrato, ospite della sua amatissima nonna materna, la nobildonna Paola Bechi

Antonelli. Lei che giovanissima vedova di Giovanni Alberto Bechi Luserna, aveva

sposato Enrico Piaggio andando a vivere lì.

Una volta, a sedici anni, preso dalla nostalgia di quella terra, Giovanni Alberto se ne partì da Torino solo solo, lasciando un biglietto di saluto ai genitori, e raggiunse in treno Pontedera.

La famiglia allertò le forze dell'ordine e al suo arrivo alla stazione c'era ad attenderlo un carabiniere in borghese che, senza dare nell'occhio, lo scortò fino a Varramista.

Donna Paola fu colpita dalla destrezza di costui, al quale in seguito fu proposto di lavorare per la protezione della Dirigenza Piaggio e di fare da guardia del corpo a Giovanni Alberto quando egli alloggiava nella tenuta toscana.

Tali misure erano giustificate dal fatto che permaneva ancora lo stato di emergenza

scaturito dai terribili anni di piombo: sequestri, ferimenti, esecuzioni.

Ogni anno, all'arrivo di Giovanni Alberto in estate, Varramista si animava.

Riaprivano i negozietti dei borghi d'intorno. Di quando in quando capitavano degli

ospiti importanti, con giornalisti e vigilanti appostati lungo il bel viale alberato che porta alla Villa

Donna Paola era una persona colta, moderna, indipendente, una donna di cuore che

voleva un gran bene al nipote. Qualche volta gli cucinava lei stessa i piatti toscani.

Riceveva nella sua dimora i migliori insegnanti di greco, di latino e di altre

discipline, per impartire lezioni private al giovane Agnelli. Due signore madrelingua gli parlavano esclusivamente in francese e in inglese.

Certamente Donna Paola gli trasmise quell'entusiasmo per la Vespa che lei aveva

visto nascere d'un tratto sotto i suoi occhi, quasi da un giorno all'altro.

E Giovanni Alberto se la spassava con la Vespa, in su e in giù per i sentieri

di queste magnifiche campagne toscane. Inerpicandosi per i viottoli del bosco poteva

benissimo imbattersi in una famiglia di cinghiali che gli attraversava la strada,

pretendendo la precedenza.

La persona addetta alla sua protezione non aveva vita facile, perché lui era molto

alla mano, amava stare in mezzo alle persone, vivere a tu per tu con la gente del

posto, senza tenere mai le distanze.

Una volta alla settimana con una banda di ragazzi, si recava a piedi in un

circolo ricreativo di una frazione vicina. Ogni tanto sfuggiva alle precise regole alimentari di Donna Paola e mangiava a casa di qualche amico, dove gustava quei piatti poveri così appetitosi, come la ribollita, la panzanella, il pane casalingo con la spalla o il rigatino, i pomodori fritti.

Lui partecipava anche alla processione del Corpus Domini, quando tutta la

popolazione decora la strada del percorso liturgico con meravigliosi mosaici fatti col giallo della ginestra, con il rosso dei papaveri, e con gli altri coloratissimi fiori di campo.

Sembrava proprio il protagonista de Il Piccolo Lord di Frances Hodgson Burnett.

C'erano molti ragazzi che giocavano con lui. Soprattutto a calcio.

Donna Paola aveva fatto costruire un campetto dietro alla villa, forniva a tutti le maglie e le scarpe con i tacchetti. Le squadre erano due, quella di Castel del Bosco e l'altra di Varramista capitanata appunto dal giovane Agnelli, ed erano miste perché ci giocavano anche le ragazzette.

Giovanni Alberto era un attaccante, e ci teneva moltissimo a segnare e a vincere. In qualche caso lo avrà forse aiutato l'arbitro, che era anche il suo autista personale.

Per Natale Donna Paola consegnava i regali a tutti gli amici di Giovanni Alberto, poi, per completare l'opera, si metteva alla guida di un camioncino pieno di dolci e giocattoli e faceva il giro delle case di Castel del Bosco, consegnando doni a ogni bambino.

I ragazzi di Varramista non lo chiamavano Giovanni Alberto, e nemmeno Giovannino, lo chiamavano Giovanni. Lo chiamavano Giovanni in un modo inconfondibile, quasi perentorio, con quella sacralità che tutti i nomi hanno quando si pronunciano.

Il tono con cui proferivano quel nome la dice lunga sul rapporto di amicizia e di

affetto che c'era. Come quando i ragazzi di Barbiana chiamavano Don Lorenzo Milani. il Priore, ed esclusivamente loro hanno potuto godere della libertà di chiamarlo così, con profondo rispetto e totale confidenza.

Viene in mente la riflessione che fa l'Abbé Pierre sull'incontro fra Gesù e Maria il

Lunedì dell'Angelo. Gesù la chiama per nome, dice Maria! senza aggiungere altro, e

Maria immediatamente risponde Rabbuni! (mio diletto Signore). Scrive il religioso

francese: “Sentendo il suo nome, Maria lo riconosce e le sue orecchie, i suoi occhi, il

suo cuore si aprirono infine alla persona del Cristo risorto”.

Quando Giovanni compì diciotto anni, volle festeggiare non da altre parti, ma

proprio lì a Varramista, dove ebbe in regalo dal suo babbo Umberto Agnelli la visita

speciale della squadra della Juventus al completo. La sera ci fu il concerto di

Zucchero Fornaciari.

Infine, quando non aveva ancora trent'anni, Giovanni prese domicilio a Varramista,

per recarsi ogni mattina alla Piaggio di Pontedera in qualità di Amministratore

Delegato. La domenica andava alla Messa mescolato fra i fedeli; alle elezioni,

essendo per natura mattiniero, era fra i primi a presentarsi al seggio.

Dal libro "Il cielo sopra Varramista" di Giuseppe Cecconi e Lando Testi - Edizioni CLD


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