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Sport venerdì 09 settembre 2022 ore 10:00

Baronchelli, "Coppa Sabatini, quanti ricordi"

Baronchelli durante la Coppa Sabatini del 1980
Foto di: Foto Facebook

Il trionfatore dell'edizione 1980 rievoca il suo successo contro Saronni e Moser, ripensando alla sua carriera di alto livello e guardando al futuro



PECCIOLI — Una moto avanza sull’asfalto suonando il clacson all’impazzata. La gente si sporge per guardare meglio la strada, poi si mette ad urlare e ad applaudire. Un carabiniere trattiene la folla dietro le transenne ma anche lui non può fare ameno di gettare uno sguardo alla strada e guardare in faccia il corridore che sta avanzando sorridente, braccia alzate, un volto da ragazzo dove ancora le rughe del sole e della fatica non riescono a trovare posto, una maglia biancoceleste della Bianchi-Piaggio addosso.

Quella gente è la gente di Peccioli, quel corridore è Gianbattista Baronchelli. Gli amici lo chiamano "Tista", i tifosi l’hanno già battezzato "Gibì".

È l’8 Agosto del 1980, ventottesima edizione della Coppa Sabatini.

Giuseppe Saronni arriva secondo dopo 10 secondi, Francesco Moser terzo dopo12 secondi, Roberto Ceruti regola allo sprint tutti gli altri a 15 secondi.

Il 1980 è un anno buono per Baronchelli e venti giorni dopo, al mondiale di Sallanches, considerato da tanti l’edizione del campionato del mondo più dura di sempre, Gibì sarà l’ultimo a cedere al grande Bernard Hinault, l’ultimo a resistergli attaccato con i denti alla maglia del campione bretone fino all’ultima salita dell’ultimo giro del tracciato.

Gianbattista Baronchelli è tornato a Peccioli in occasione della presentazione della settantesima edizione della Coppa Sabatini e ha accettato di fare quattr ochiacchiere sulla bella terrazza del Palazzo Senza Tempo.

Coppa Sabatini 1980. Hai un ricordo particolare di quell’edizione?

"Beh, sicuramente è un bel ricordo, anche perché qui a Peccioli hanno vinto tutti i più grandi. Nel 1980 alle mie spalle arrivarono nientemeno che Saronni e Moser, quindi doppia soddisfazione. Quest'anno è la settantesima edizione della Coppa Sabatini, un traguardo significativo. Credo proprio che questi organizzatori si meriterebbero anche qualcosa di più importante, magari la possibilità di poter organizzare un campionato mondiale. Hanno avuto un altro grande merito, quello di aver fatto rivivere il Giro della Toscana".

Il 1980 fu particolarmente ricco di belle vittorie. Ce le vuoi ricordare?

"Iniziai a vincere subito a marzo con il Giro di Reggio Calabria, poi vinsi il Giro di Normandia e il mio primo Giro dell'Appennino, vinsi una tappa al Giro d'Italia e arrivai quinto in classifica generale. Dopo il Giro d’Italia arrivai primo in Toscana a Montelupo, poi qui a Peccioli e in Austria a una crono scalata. Una bella vittoria la conquistai a Francoforte, che quell'anno faceva parte delle dieci gare più importanti del calendario internazionale. Vinsi il Giro dell'Emilia e soprattutto ottenni un grande risultato al mondiale, purtroppo solo una medaglia d'argento, perché davanti a me arrivò Bernard Hinault, che ritengo l'ultimo super fuoriclasse del ciclismo".

Il Giro della Toscana è dedicato ad Alfredo Martini. Che rapporto avevi con lui?

"Sicuramente cordiale. Martini è stato commissario tecnico per tantissimi anni. Mi sembra più o meno per 25 anni. In Nazionale c’erano tanti galletti che si correvano contro tutto l’anno e lui riusciva a farli andare d’accordo il giorno del mondiale, una gara importantissima. Aveva buone tattiche ma poi quando sei in strada le corse si decidono anche in modo diverso da come si vorrebbe. Martini sapeva creare sintonia tra campioni con caratteri molto diversi tra loro. Era una persona molto intelligente e alla mano".

Il tuo ricordo più bello legato al ciclismo?

"Di momenti belli ne ho vissuti tanti e alla fine, per fortuna, si ricordano soprattutto quelli. La vittoria più bella è stata quella ottenuta al mio secondo Giro di Lombardia, quando arrivai da solo in piazza del Duomo a Milano in un momento della mia carriera in cui in tanti mi davano per finito. Ma ci sono ricordi belli legati anche ad altre vittorie, come le sei edizioni consecutive al Giro dell’Appennino, un record. Momenti belli si vivono da allievi e da esordienti, da dilettanti. Ci si diverte di più e pedalare non è ancora diventato un mestiere. Da professionisti a volte bisogna soffrire e ci si trova in situazioni un po' critiche. È lì che viene fuori il carattere del corridore. Si diceva che Baronchelli non aveva il carattere, ma nei miei 16 anni da professionista la mia forza è stata quella di riprendermi sempre, riscattarmi e cercare di contraddire i giornalisti che finché vincevo mi esaltavano, ma quando perdevo mi prendevano abbastanza di mira".

Di conseguenza mi viene spontanea un' domanda. Il rammarico più grande?

"Non sono riuscito a realizzare il mio sogno, quello del Giro d'Italia. Purtroppo al Giro ho fatto tantissimi piazzamenti ma per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito a raggiungere l’obiettivo. Questo è il mio rammarico più grande, tanto che fino a quattro o cinque anni fa guardavo alla mia carriera come a una mezza delusione. Poi un mio carissimo amico e tifoso mi ha convinto a scrivere un libro e allora quando siamo andati a rivedere la mia storia sportiva ho cominciato a dare importanza ai miei risultati positivi e alla fine mi sono ricreduto. In fin dei conti, visto anche il livello del ciclismo italiano di oggi penso di aver fatto una buona carriera".

E dimmi, qual è la tua opinione sul ciclismo italiano di oggi?

"È un momento in cui i problemi della Federazione finiscono sui giornali e giovani campioni veri non se ne vedono. Lasciando perdere i problemi della Federazione, che ritengo meno importanti di quelli legati agli atleti, credo che peggio di così non potrà andare. Penso si debba ripartire veramente dal basso con tanta umiltà e risalire la china. Io mi auguro che fra qualche anno il ciclismo italiano torni a brillare in ambito internazionale e che arrivino dei giovani capaci di richiamare le folle. Ci vorranno tanta pazienza e impegno a tutti i livelli".

La breve chiacchierata è finita, grazie Tista, grazie Gibì. Quel giorno di Agosto del 1980 la gente di Peccioli vide passare per primo sul traguardo della Coppa Sabatini un ragazzo con la maglia della Bianchi-Piaggio. No, a guardar bene dentro quella maglia bianco celeste non c’era un ragazzo, ma un talento straordinario e un uomo leale.

Marco Burchi
© Riproduzione riservata


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