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​LA CAMPANA

di Sara Sala



PECCIOLI — Addì 10 luglio 1362

Peccioli sotto l’assedio dei Fiorentini

Nell’afa della sera l’orizzonte si fa opaco per l’aria umida che si alza dal Carfalo. La strada ha lasciato alle
spalle il centro urbano ed anche gli ultimi campi coltivati ora sono solo radure erbose e neri boschi.
“Caterina stiamo andando giusti? E’ come ha detto il babbo?”
Caterina tiene forte la mano al fratello che le si aggrappa alla veste. La Paura è tanta e ricaccia le lacrime in gola.
“Andiamo non ti far tirare. La strada l’hai fatta tante volte anche tu con il babbo non ci vuole tanto.”
“Ci sono le luci Caterina sono vicine!”
Tra i piani del Carfalo e la via per Castelfalfi si indovinano dei fuochi di un accampamento. Le truppe fiorentinedi Bonifacio il Lupo sono in posizione, a giorni partirà l’assedio a Peccioli.
“Aveva ragione il babbo. Vieni Nino dobbiamo stare lontani dalla strada principale. C’è un sentiero lungo il
Roglio arriveremo a Ghizzano dalla strada di Ortaglia”
Il bambino inizia a piangere. “Voglio tornare dal babbo, non mi piace, sono stanco”
La voce della sorella si fa più dolce “Non ci vorrà tanto ad arrivare al castello di Ghizzano vedrai e lo zio ci
aspetta. Domani si parte con il carro per Pisa. Non sei contento?”
Nino continua a piangere sconsolato, ma segue la sorella senza farsi trascinare.
La strada diventa uno stradello e poi un sentiero perso nella vegetazione sempre più fitta e il buio che
aumenta. Caterina non è sicura della direzione per la strada di Ortaglia, si preoccupa solo di allontanarsi
dai gruppi di armigeri. Nel silenzio della campagna si sente il vociare degli uomini e i rumori
dell’accampamento.

E’ già dalla mattina che le due sentinelle fiorentine sono appostate sul ponte del Carfalo e anche di giocare ai dadi gli è venuto a noia.
“Ormai il cambio non dovrebbe tardare oltre.”
“Sento gli odori delle cucine o sarà il mio stomaco che sogna” ridacchia uno dei due.
“shhh Mi è sembrato di sentire qualcosa… ecco là verso il fiume! hai visto?”
“No, non credo proprio! Io non ho visto niente. Sarà stata una volpe.”
“Sì una volpe o una cerbiatta – strizza l’occhio al compagno, ride – una giovane bella cerbiatta ti dico!”
“dici davvero? Ne sei certo?”
Il compagno si fa più interessato e presto si avviano, spadini in pugno verso il sentiero che si inoltra tra i
pioppi e le roverelle.

Gli sono addosso senza che li abbiano sentiti arrivare.

Nino urla e si aggrappa alla sorella.
“Corri Nino scappa … vai corri ti dico. Lasciatemi Aiuto!!!”
“E fermati lasciati prendere non ti faremo del male!”
Nel groviglio della vegetazione la ragazza si divincola e con il fratello si lanciano in una corsa disperata, ma i soldati presto tornano a raggiungerli e provano nuovamente ad afferrarla.
“No Caterina! Caterina!”
“Avanti tu levati” con un calcio il soldato allontana il bambino che rotola poco più avanti. Nino in lacrime e
disperato gli si lancia nuovamente contro. Grida “no! No!!” e lo afferra per un braccio.
Nella foga di liberarsi l’uomo lo colpisce con lo spadino. La lama taglia di netto la casacca del bambino e
apre una profonda ferita nella spalla.
Le urla di Nino, il sangue sulla spada e poi a terra. Caterina urla più forte.
“Che hai fatto!” il compagno lo strattona “che hai fatto!”
Il colpo chiaro e cristallino di una campana riempie l’aria.
I soldati si guardano stupiti, uno dei due si fa il segno della croce, Ghizzano o Peccioli sono lontani mentre ilsuono sembra venire da molto vicino.
Caterina si butta a seguire i rintocchi.
Corre nella vegetazione Nino in braccio. La chiesa non deve essere lontana.

Tommaso Pisano non è soddisfatto.
“Il vostro angelo è venuto egregiamente, altrettanto sarà per la madonna, vedrete”
Il giovane prelato è sincero nella sua ammirazione per il lavoro dell’artista. Le due statue lignee poste
davanti all’altare sono struggenti e le movenze delicate anche se la madonna non è ancora completa.
L’arcangelo dell’annunciazione ha un ampio mantello che gli avvolge le spalle, le testa appena inclinata
verso la madonna, nella luce tremula delle candele ci si potrebbe aspettare di sentirlo annunciare “Beata
es”.
Maria ha il corpo esile di una fanciulla, nel gesto delle mani sembra schermirsi dalle parole dell’angelo. I
capelli raccolti, il capo timidamente abbassato. Restano da definire i lineamenti del viso e Tommaso non
riesce a continuare il suo lavoro.
“Avete suonato la campana?” chiede al prete, mentre ripone gli attrezzi.
“Si sta facendo notte – gli conferma scuotendo il capo - e sono momenti terribili, il semplice suono della
nostra campana potrà forse portare conforto e coraggio”
“Già momenti terribili – stizzito Tommaso – Scusate padre, ma mio fratello ha avuto proprio una bella idea,
infilarmi in questo buco per allontanarmi dai fiorentini. – con gesto spontaneo si accarezza la gamba destra, la ferita è ancora fasciata – Ed eccomi qua nell’occhio del ciclone senza poter far nulla”
“Una pazzia la vostra Tommaso infilarvi in battaglia. E se vi foste ferito ad un braccio o alla mano? Guardate
la grandezza della vostra opera. Il vostro talento è un dono e voi ne dovete avere cura e dedicare le vostre
opere alla Sua grandezza”

Tommaso Pisano si appresta a replicare quando alla porta della piccola chiesa si sentono dei colpi.
Prima più forti, concitati, poi più deboli e quindi niente. Una voce appena percettibile chiede aiuto per poi
spegnersi con un sussurro.

Il frate ha fatto sdraiare Caterina su un pagliericcio improvvisato, appurato che la ragazza era solo molto
spaventata e stremata dalla corsa.
La ferita di Nino viene lavata con acqua pulita “Il taglio è profondo ma per fortuna è netto” mormora il
prete.
“Tenete padre, questo unguento mi è stato dato a Pisa per la mia ferita. Vedrete che aiuterà anche il
bambino”
“Perfetto Tommaso, passatemi anche quelle pezze pulite. Poi preparerò per fargli mangiare qualcosa,
stamattina ci hanno portato latte fresco e pane di segale”

Addì 30 luglio 1362


Caterina contempla il fratellino che, ai piedi dell’altare, gioca con i trucioli del legno nonostante la spalla
destra ancora fasciata.
“Per favore state ferma, solo un minuto ancora” la sollecita Tommaso.
Il volto della madonna è ormai finito. L’ovale perfetto, le guance piene e un lieve sorriso. L’espressione
tradisce una certa paura mista alla felicità per l’annuncio portato dall’Angelo.
“quando arriverà padre Fulgenzio?” domanda Caterina “andare e tornare da Ghizzano doveva essere un
viaggio breve”
“non vi state a preoccupare troppo – mente Tommaso – sarà solo stato trattenuto”
Il prelato rientra alla chiesa solo a notte inoltrata, sfinito e provato. Tommaso gli va subito incontro, chiede
notizie.
“Il castello di Ghizzano è distrutto, chi non è scappato è prigioniero nella Magione di Montelopio. A giorni
partirà l’attacco definitivo a Peccioli. La città è chiusa dentro le mura, il Capitano rifugiato nella Rocca. Se
non arrivano aiuti da Pisa la sconfitta è sicura”
Caterina arrivata in quel momento lancia un grido, si lascia cadere sulle ginocchia “Il mio povero babbo”
Tommaso si avvia determinato verso la canonica “Non è più tempo di restare qui rintanati”
Ne torna con una cotta di maglia, l’elmo e la sua balestra.
“Attraverserò le postazioni fiorentine e arriverò a chiedere aiuto oppure mi unirò agli assediati”
Il frate cerca di trattenerlo “Le campagne sono infestate da compagnie di armigeri che saccheggiano e
uccidono. Non potete lasciarci, non potete lasciarli” – indicando Caterina
“Tornerò presto o manderò aiuti - rivolto a Caterina - non abbiate timore qui dentro, nessuno oserà
toccarvi e per me restare – esita – cercate di capire per me restare non è più possibile.

Addì 10 Agosto 1362
Città di Peccioli
La porta del Palazzo è sprangata e tutti si sono riuniti nel cortile interno.
Ci sono affollati i pecciolesi che non sono riusciti a scappare, i servi ei lavoranti che non hanno potuto
seguire i loro signori, ma anche contadini con le famiglie, donne e bambini, e persino alcuni polli e le capre.
Il padrone del palazzo è il Console della città, con il suo Fattore controlla ogni cosa e insieme girano tra la
gente chiedendo calma e dando coraggio.
“E’ una follia essersi chiusi qui dentro, dovevamo scappare – la moglie del Fattore si sfoga con il marito –
cosa crede che basti la porta chiusa perché non entri la soldataglia fiorentina a fare razzia di tutto?”
Non è rimasto neanche un uomo armato a difendere il palazzo, sono tutti a combattere e i rumori della
battaglia si sentono ormai sempre più vicini.
“Zitta cosa vuoi capire, non è la porta che ci difende ma lo stemma che ci sta sopra, non ricordi che la
famiglia della nostra povera Signora è fiorentina?”
“E però i figli li ha fatti scappare! Cosa devo capire allora? Per noi sì e per loro no?”
“Vuoi proprio parlare e non sai niente. Per i ragazzi la situazione è diversa, non si fida della famiglia della
signora questo è! Una cosa è un genero pisano che gli ha mantenuto le proprietà quando Pisa comandava,
una cosa è ora che trionfa Firenze e che la povera Signora non c’è più. E’ rimasto qui per il suo dovere di
Console rischiando la sua stessa vita. Certo i fratelli della signora non vorranno più dividere le proprietà
neanche con i loro stessi nipoti”
Nel quadrato di cielo dal cortile si vede alzarsi una colonna di fumo, la gente del palazzo si stringe in un
moto spontaneo, qualcuno si inginocchia e prega. Infine un terribile rumore di crollo.
“Ecco – esclama il Console – è caduta la torre del Capitano. Ora è veramente finita”
Solo alcune ore più tardi il Fattore si avventura fuori per avere notizie.
“Confusione mio signore, ancora sporadici combattimenti, chi non è prigioniero o ferito trova la via di fuga.
– quindi continua con maggior sollievo - Il comandante delle truppe fiorentine Bonifacio Lupo ha dato
ordine di non saccheggiare la città, ci sono picchetti di sentinella per tutta Peccioli - Quindi rivolto a chi lo
stava guardando con apprensione – tra i combattenti non si sa dei morti, ma i feriti e i prigionieri sono stati
portati a Montelopio”
Per i soldati fiorentini viene dato il via ai festeggiamenti per l’impresa.
Dentro il palazzo, ancora rinchiusi, i rifugiati sentono per tutta la notte le musiche, i canti e il chiasso degli
uomini ubriachi. La luce del giorno li sorprende infine addormentati gli uni appoggiati agli altri, crollati per
lo sfinimento.
Colpi forti contro la porta “Aprite!” altri colpi e infine i battenti divelti sono scaraventati a terra. Un gruppo
di tre soldati a cavallo si presenta nel cortile.
Il Console riconosce i cognati, li affronta, ma non ha neanche il tempo di dire una parola che il primo
cavaliere gli è già addosso e lo trafigge di netto con la spada. Un colpo con il piede e il povero corpo arriva a
terra già senza vita.
“Dove sono?” si fa avanti verso il povero gruppo terrorizzato “Allora dove sono i bambini?”

Un cavaliere individua il Fattore e gli arriva accanto, punta la spada alla gola.
“Parla? Dove sono?”
“Scappati mio signore, fuggiti da Peccioli ormai da giorni.”
“Bada a cosa dici stolto – spinge con la spada fino a farlo cadere a terra – fuggiti dove?”
Il silenzio sembra infinito. L’uomo non risponde.
“Un prete mio signore – la donna si lancia tra il marito e il cavaliere – un prete è arrivato a Ghizzano non più
di 10 giorni fa. I due bambini sono rifugiati nella chiesetta dell’Annunciazione tra il Roglio e il Carfalo. – si
butta a terra abbraccia il marito – Non sappiamo altro credete.”
Ma la polvere ha già riempito il cortile, i tre cavalieri sono partiti al galoppo.

Il sentiero è impervio e le spade servono a sfrondare la vegetazione, ma infine appare la piccola chiesa.
Il povero portone è abbattuto con un unico colpo, i cavalli attraversano la navata fino all’altare con le due
statue lignee in muto colloquio.
Il primo a essere raggiunto è il prete che si è fatto avanti per fermarli, è colpito con un unico fendente in
pieno petto. Caterina e Nino fanno appena un tentativo di fuga.
Afferrato per i capelli il bambino, un cavaliere gli taglia di netto la gola e ributta il corpo a terra contro
l’altare. Infine Caterina viene raggiunta di spalle, una spada le trafigge la schiena per lasciarla cadere come
in un ultimo abbraccio con il fratello.
Quando veloci i cavalli riprendono la strada per Peccioli il suono dolce della campana vibra nell’aria.

Addì 20 agosto 1362

Nel buio della notte il gruppo si muove a fatica lungo il sentiero, silenziosi, avvolti in ampi mantelli, i volti
coperti dai cappucci.
Tommaso dirige la piccola compagnia. La balestra legata in vita continua a impigliarsi nei rovi e nei rami
tanto che alla fine risolve di tenersela davanti sé, stretta tra le braccia.
Arrivano infine a raggiungere la chiesetta. Il portone è spalancato, la luce della luna illumina appena la
navata svelando le tracce del massacro. Le statue lignee vegliano dolcemente l’ultimo abbraccio dei
fratellini.
Tommaso si lascia cadere a terra, singhiozza. I suoi compagni gli fanno cerchio intorno, in ginocchio
pregano, la campana li accompagna con lunghi rintocchi.
“Seppelliamo i corpi e togliamoci presto da qui Tommaso, non è sicuro!”
“Sì certo, però abbattiamo le mura”
“Abbattere la chiesa Tommaso? Ma e le statue?”
“Veglieranno su di loro”
“Possiamo tornare a prenderle quando la situazione sarà più tranquilla”
“Si certo possiamo tornare!”

Addì 1631
Peccioli – piani del Roglio


Il carro è tirato da due maremmani bianchi quasi possenti, un ragazzo li porta per la briglia mentre più
avanti gli uomini cercano di definire il tragitto. Sono il Fattore della Fattoria di Ghizzano, un contadino che
gesticola agitato e un paio di lavoranti che seguono a ruota.
“Vi dico che non è lontano, vi assicuro, vedete ho lasciato i segni lungo la strada. Non era la prima volta che
sentivo il suono della campana, come se mi chiamasse vi dico. E quindi mi sono messo a cercare”
“Sì certamente, tra un cinghiale e l’altro immagino!” Il Fattore ironizza e i lavoranti ridono con lui.
“Veramente! Signore una chiesa diroccata e due statue in legno così belle, vedrete voi stesso!”
“Se la chiesa era crollata come ha fatto a suonare la campana? E’ un racconto strano il tuo ti dico”
La discussione è messa a tacere, i resti di alcune mura franate appaiono oltre l’ultima curva del sentiero.
Una grossa quercia ha occupato lo spazio dove una volta doveva essere stata la navata, mentre i suoi grossi
rami scendono fino a coprire ciò che rimane dell’antico altare. Infine eccole le due statue lignee ancora
coperte da un groviglio di rovi.
Poste sul carro sono intatte, solo dell’angelo è andata persa una mano. Gli uomini sono ammutoliti dallo
stupore. Solo il contadino si attarda ancora tra le macerie.
“Eppure la campana ci deve essere – tutti lo guardano scuotendo il capo e ridendo – vi dico che l’ho
sentita”
“Ora lo puoi anche dire che eri a caccia di cinghiali, non importa più la storia della campana. Andiamo!”
Si avviano per il paese e ancora sono lontani che la gente si avvicina incuriosita.
Presto si crea un piccolo corteo meravigliato. Tra i bambini che corrono e saltano divertiti qualche donna, il
velo tirato sulla testa, comincia a pregare “Ave Maria gratia plena…”
Sono quasi a Ghizzano e li raggiunge una rappresentanza dalla Fattoria, ammirano le statue e cominciano a discutere su dove collocarle.
Il carro procede, i maremmani sono docili e non li disturba la gente intorno, ma ad un certo punto si
buttano su un lato della strada, il ragazzo che li conduce urla e chiama aiuto, ma gli animali continuano fino a raggiungere un piccolo slargo e lì si fermano senza che più nessuno riesca a smuoverli.
Nitido tra il vociare della gente vibra nell’aria il rintocco di una campana.
“Eccola! è lei la sentite!” conferma con soddisfazione il contadino.
Il suono continua, gli animali sempre ostinatamente fermi.
Le donne si inginocchiano e gli uomini si fanno il segno della croce.
La decisione è presto presa. Le statue vengono scese dal carro. Sul limitare del paese e in vista della vallata sottostante verrà edificata la cappella della Santissima Annunziata di Ghizzano per ospitare le due statue lignee.
“Proprio una posizione particolare - commenta il prelato alla benedizione della cappella – da qui si vede
anche il Roglio e le statue sembrano vegliare su tutto”

Addì Peccioli
Febbraio 2023


Capita ancora, per chi percorre quella valle, sul calar della sera, di ascoltare il rintocco solitario e dolce di
una campana persa tra i boschi di Ortaglia, i piani del Carfalo e il Roglio.
E se forse non se ne sente il suono, sicuramente vibra nel cuore di chi cerca sollievo e coraggio.

______________________________

La campana di Sara Sala è stato realizzato alla fine del Corso di scrittura dal titolo Storie a tinte gialle, promosso dalla Fondazione Peccioli per l’Arte e condotto dal giornalista Andrea Marchetti alla Biblioteca Fonte Mazzola.


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